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25/11/2020
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Non uccidete la nostra indipendenza prima ancora che sia nata


AUTORE:  Tariq SHADID طارق شديد

Tradotto da  Daniela Filippin


La lotta per la liberazione dei palestinesi ha raggiunto una delle sue fasi più difficili da sempre. L’attuale e complessa situazione sta mostrando alcuni cambiamenti positivi, ed alcuni negativi, che dovrebbero essere tutti giudicati secondo i rispettivi valori. Tuttavia, è evidente un elemento immutabile: l’assenza di un chiaro e univoco riconoscimento della voce popolare palestinese. Sfortunatamente, questo avviene a livello di governo, nei media ufficiali e nella politica internazionale. Sembra un fenomeno duro a morire che continua ad influenzare ogni livello di coinvolgimento, dalla società civile fino ai piani alti.

In positivo, negli ultimi anni c’è stato un aumento di partecipazione da parte dei sostenitori internazionali sulla questione palestinese. Da quando è esplosa l’ondata genocida che ha investito Gaza nell’inverno del 2008-9, aggiungendosi a un assedio già soffocante, c’è stato un aumento percepibile nell’intensità dei suoni della protesta da parte della comunità internazionale, soprattutto a livelli non-governativi. Aiuti internazionali come il convoglio di Galloway, Viva Palestina e quello di Code Pink, hanno conquistato le testate, mentre facevano del loro meglio per portare aiuti umanitari alla popolazione devastata di Gaza. Il movimento globale di BDS (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) ha raccolto alcuni significativi successi nelle aree del boicottaggio e del disinvestimento contro Israele, e continua a rafforzare le voci che invitano a sanzionare l’entità sionista. A livello politico, il rapporto Goldstone ha inferto un duro colpo alla credibilità israeliana e alla sua immagine artificiosa, come benevola isola di progresso e democrazia nel Medio Oriente.

Tuttavia, questi cambiamenti positivi stanno avendo luogo in un ambiente che lascia sperare sempre meno nell’auto-determinazione palestinese. L’occupazione israeliana non è cessata dagli Accordi di Oslo ma, al contrario, si è intensificata. La scena politica palestinese non si è rafforzata, ma è caduta vittima di divisioni interne senza precedenti. Le aggressioni israeliane contro civili palestinesi sotto forma di assassini, incarcerazioni, demolizioni di case e confische di terreni agricoli e proprietà non ha allentato la morsa sotto le pressioni della comunità internazionale, ma è diventata ancora più spietata. Il sostegno dei governi arabi è diminuito e in alcuni casi si è persino trasformata in una stretta collaborazione verso gli obiettivi dell’asse coloniale e dominatrice israelo-americana-europea.


Varietà e diversità


In questa giungla sempre più confusa di intrighi politici, osserviamo una gran varietà di reazioni da parte palestinese. Alcune voci reclamano una totale abolizione della soluzione dei due stati e un radicale ritorno all’idea originale dell’unico stato unito per tutti i suoi cittadini, senza distinzione di religione o origine etnica. Un ottimo esempio di questo è la direzione che viene propagandata fra gli altri da Ali Abunimah, punta di diamante della Electronic intifada, che non ha problemi a definire la soluzione dell’unico stato come la sola fattibile per raggiungere la pace. Fisicamente e politicamente parlando, Hamas si trova sempre più isolata all’interno del territorio di Gaza, che viene spregiativamente chiamato un “emirato” dai propri avversari. I sostenitori dei “due stati”, più notevolmente rappresentati da Mahmoud Abbas e dal suo gruppo, stanno trovando sempre maggiori difficoltà a rendere chiaro ai propri seguaci come intenderebbero trasformare l’ideale romantico della soluzione dei due stati in realtà – contro ogni avversità – e a quale livello di indipendenza palestinese condurrebbe, se si materializzasse questa soluzione.

Oltre a questa scissione politica più palese, vi sono diverse alternative individuali che sono emerse recentemente. Un esempio scioccante è l’opinione espressa in un’intervista concessa a Le Figaro del 6 gennaio da Sari Nusseibeh, presidente dell’università di Al Quds. Egli ha risposto alla domanda “Quale prospettiva per la gente palestinese?”, con le seguenti parole: “La mia prossima proposta sarà di chiedere a Israele di conquistarci, di annetterci, riconoscendoci come cittadini di serie C. I palestinesi godrebbero di diritti di base, movimento, lavoro, salute, educazione, ma senza avere diritti politici. Non saremmo cittadini, solo sudditi.”

Si può tranquillamente supporre che un’affermazione tanto estrema, che viola anche i più fondamentali principi della lotta palestinese, sia una voce solitaria che non rappresenta l’opinione esistente dei palestinesi. Lascia molto perplessi come qualcuno che sia alla testa di uno dei più grandi istituti educativi della comunità civile palestinese, sia pronto ad offrire una totale capitolazione della lotta contro l’entità sionista. La risposta si può trovare nella mancanza di principio, visione, o semplicemente nella disperazione. Potrebbe ben essere che un’opinione tanto distruttiva non sarebbe mai stata espressa se la scena fosse dominata dal suono collettivo della voce popolare palestinese.

La diversità sopra descritta illustra quanto possa essere difficile parlare di una posizione politica palestinese unitaria. Ovviamente, eccezioni come Sari Nusseibeh dovrebbero semplicemente essere accantonate, ma anche così rimarrebbe una bella varietà di pareri e soluzioni proposte da parte palestinese. Come sempre nei momenti critici, l’unità è difficile da trovare al livello della soluzione, sebbene sia facile da trovare nei comuni principi di partenza. Visto che nessuno di coloro che propongono una soluzione sono anche in possesso dei mezzi per ottenerla, si capisce che l’unità va cercata e ottenuta.

Vi sono principi palestinesi universali collegati dalla loro storia fisica e politica, condivisi dalla stragrande maggioranza e attraversando l’intero spettro palestinese. E’ vero che vi sono interessi particolari che mirano a escludere i milioni di palestinesi espatriati e rifugiati, in modo da poter consolidare il proprio ascendente e potere, locale e personale. Eppure, a parte questo trascurabile numero di disturbatori dell’unità palestinese, è difficile trovare palestinesi che dissentano dal fatto che lo scopo principale della loro causa sia il ritiro dei sionisti da tutti i territori occupati, inclusa Gerusalemme Est, la capitale della Palestina, e il diritto di rientro dei rifugiati.


La voce del popolo


E’ negli interessi della stessa Israele creare perplessità sia nei palestinesi che nella comunità internazionale riguardo a questi argomenti. Nel partecipare ai negoziati di Oslo, sin dal principio questo fu l’unico obiettivo di Israele. Da un punto di vista israeliano, fu un astuto “processo di rappacificazione”, che lasciò il tempo di lavorare su fatti compiuti, facendo in modo che i risultati fossero irreversibili. Quindi, è nell’interesse demografico e politico degli israeliani escludere i palestinesi espatriati dall’equazione, non solo sotto forma della loro assenza fisica, ma anche nel loro diritto di opinione e di rappresentazione come un’inalienabile parte del popolo palestinese.

Tristemente, l’entità sionista ha dimostrato di aver saputo ingraziarsi una manciata di palestinesi disposti a sostenere questa soluzione divisiva. Tuttavia, soltanto la pia illusione di qualche esaltato smanioso di potere potrebbe vedere in questo sparuto gruppo di aspiranti “leader” qualcosa che rappresenti la collettiva identità palestinese, per non tacer delle fantasie dei sionisti che mirano a conquistare e sottomettere l’intera Palestina storica. La verità è che la maggior parte dei palestinesi sono molto ben consci della loro provenienza, attraverso legami di famiglia e storie, e semplicemente non possono essere separati artificialmente per adattarsi alle mire personali di ambiziosi politici.

Quindi esiste sicuramente una voce popolare palestinese unificata, che trascende tutti i confini geografici e le segregazioni politiche – ma la stiamo ascoltando?
 
Nel vuoto politico che è stato lasciato dalla mancanza di unità politica palestinese, e in assenza di una chiara piattaforma per una voce non-politicizzata, osserviamo anche un crescente numero di oratori ebrei e israeliani, disposti a parlare in favore dei diritti palestinesi. Questo fenomeno può essere visto da una varietà di angolazioni, ed ha aspetti sia positivi che negativi.

Nei confronti della causa palestinese, può essere vantaggioso che alcune dichiarazioni politiche a favore dei diritti e dell’indipendenza palestinesi siano portate avanti da ebrei e israeliani, visto che sono percepiti come più credibili da un pubblico occidentale (provenienti direttamente dalla fonte, per così dire). Un altro vantaggio sta nel fatto che è rincuorante osservare che non tutti quelli nati all’interno dell’entità sionista sono razzisti. Ad un livello personale rappresentano una vittoria morale dei veri valori umani sopra ai bigotti valori di odio e avidità. Da un punto di vista più pragmatico, esattamente come la disomogeneità politica palestinese serve gli interessi dell’occupante israeliano, analogamente la diversità israeliana dovrebbe beneficiare la lotta palestinese per l’indipendenza.

Tuttavia, lo sconfinato entusiasmo rende facile il lasciarsi sfuggire uno svantaggio piuttosto evidente che scaturisce da simili sviluppi. Innanzitutto, rispetto all’obiettivo dell’indipendenza palestinese, corre in direzione opposta la necessità di dar voce a dei non-palestinesi, senza parlare di ottenere il risultato previsto della liberazione palestinese. Una crescente dipendenza da questi ebrei coscienziosi crea il risultato di dare l’impressione che i palestinesi siano un popolo impotente, incompetente e immaturo, incapace sia di gestire i loro stessi affari che di organizzare la loro stessa lotta, dipendendo dalla misericordia del loro stesso invasore per ottenere un qualsiasi risultato a loro vantaggio.

Quindi è di vitale importanza rendersi conto di quanto poco del parere pubblico israeliano di maggioranza sia rappresentato da questi ammirevoli attivisti. Raramente c’è stato un tempo in cui l’assenza di un vero movimento di pace israeliano si sia notata altrettanto come durante il massacro di Piombo Fuso a Gaza. Tuttavia, per quanto triste possa suonare, sarebbe davvero ingannevole dire che la presenza di attivisti israeliani fra gli attivisti anti-muro e fra i partecipanti alle proteste di Sheikh Jarrah rappresenti una voce israeliana numericamente significativa all’interno della loro società. Per fare un paragone azzardato: per la stragrande maggioranza degli israeliani, la posizione di questi attivisti nella società israeliana è considerata un’aberrazione, come il sopra-citato parere di Sari Nusseibah lo è fra i palestinesi. E’ pericoloso illudersi con simili percezioni romanzate.


Ritrovare la nostra voce


Considerando ciò che è stato sopra espresso, non dovrebbe mai essere sottovalutato un israeliano che venga eletto rappresentante di un movimento civile palestinese, o in un qualsiasi altro ruolo chiave. A prescindere dalle qualifiche o dalle intenzioni di quella persona, è un errore di giudizio strategico da parte di un simile movimento fare una scelta del genere. Sarebbe un esempio di autentica sciocchezza da parte dei palestinesi permettere che si concretizzi una situazione dove gli israeliani diventano sia colonizzatori che liberatori.

È richiesto un radicale cambiamento di mentalità anche a livello di sostegno internazionale dei diritti palestinesi. Gli attivisti che siano sinceri nel loro desiderio per l’indipendenza palestinese, dovrebbero sostenerla ad ogni livello. Ciò significa che dovrebbero iniziare a fare del loro meglio per preparare il palcoscenico per delle voci popolari palestinesi, e dare un’alta priorità ai loro oratori, scrittori, artisti e attivisti. C’è una forte tendenza a cadere in una romantica ammirazione degli israeliani coraggiosi che alzano la testa contro le violazioni dei diritti umani commesse da israeliani, dando in simultanea quasi nessun merito ai palestinesi che esprimono le loro vedute.

Dipende anche dai sostenitori internazionali scegliere i propri eroi palestinesi, se veramente vogliono fare sul serio. Se tutti coloro che ammirano sono ebrei o israeliani, da un punto di vista palestinese sarà difficile credere nell’autenticità delle loro intenzioni. Esistono centinaia di attivisti, scrittori e giornalisti palestinesi in tutto il mondo, come Ramzy Baroud, Mohammed Omer, Haitham Sabbah, Ali Abunimah e Khaled Amayreh (fate una ricerca con Google dei loro nomi dopo aver finito questo articolo), solo per menzionare una minuscola parte di quelli degni di nota. Sono oratori eccellenti e scrivono in perfetto inglese, sono capaci di presentare una narrativa equilibrata della loro causa, delle loro aspirazioni, e della giustezza della loro lotta.

Se quelli che sostengono i palestinesi in occidente si ritrovano a pendere soltanto dalle labbra di scrittori e oratori ebrei e israeliani, dovrebbero seriamente mettere in discussione il modo in cui pensano di credere nella vera causa palestinese. Sostengono la liberazione palestinese, oppure sono semplicemente promotori di una “Israele più morale”? Il primo e più cruciale passo che farebbe tutta la differenza, in modo da poter veramente iniziare ad aiutare e liberare i palestinesi, sarebbe quello di sfilare l’insensata museruola dalla voce popolare palestinese, permettendole di risuonare forte e chiara.

Come tutti i popoli colonizzati, i palestinesi sono caduti preda del vecchio adagio, “Divide et impera”. In questo senso, nulla è cambiato. Dunque, il primo passo verso la loro liberazione è lavorare per risolvere questa divisione, aspetto più importante per la continuazione dell’esistenza dell’identità nazionale palestinese che conquistarsi garanzie politiche da qualsiasi superpotenza al mondo. E siccome queste divisioni politiche non sono facilmente conquistabili (perché sono almeno parzialmente causate e mantenute in vita da influenze esterne), esiste un’azione primaria e facile da compiere, che non richiede nulla se non convinzione personale e visione. Sto parlando di un’azione semplice, che chiunque potrebbe compiere.

Si tratta semplicemente di riprenderci la lotta come qualcosa di nostro, ritrovando la nostra voce popolare, facendo in modo che venga sentita, parlando forte e chiaro per l’unità e la liberazione palestinese. Dovremmo anche sempre dare priorità agli oratori e gli scrittori palestinesi, anziché affrettarci ogni volta ad inoltrare articoli di Amira Hass e Gideon Levy nelle nostre mailing list, dando pochissimo rilievo o interesse agli scritti della nostra stessa gente. Ti sei accorto di aver fatto tutto ciò? Facciamo in modo di cambiare. Non abbiamo il lusso di poter competere uno contro l’altro – dovremmo rimpossessarci del nostro stesso potere d’influenza. La nostra stessa voce, quella palestinese, è insostituibile. Se permettiamo ad altri di parlare in nostro nome, abbiamo già ucciso la nostra indipendenza prima ancora che sia nata.


Originale da: Palestine Think Tank- Empowering the Palestinian popular voice: the first step towards unity and liberation-Don't kill our independence before it is even born

Articolo originale pubblicato il 12-2-2010

L’autore

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LA TERRA DI CANAAN: 27/02/2010

 
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