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14/12/2019
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Il Manifesto dei 25 – Perché è necessario rivedere la “particolarità“ delle relazioni tra Germania e Israele


AUTORE:  Das

Tradotto da  Giampiero Budetta


Il 31 agosto 2006, in occasione di una visita ufficiale a Berlino, la ministra degli esteri israeliana Zipi Liwni dichiarava in un’intervista al settimanale Die Zeit: “I rapporti (tra Israele e la Germania) sono sempre stati amichevoli ed hanno sempre avuto un carattere particolare”. Riteniamo che da un’ottica tedesca questa particolarità si possa definire nel modo seguente: a causa della mostruosità dell’Olocausto e della precarietà dello Stato d’Israele, la Germania ha il dovere di battersi incondizionatamente per l’esistenza ed il benessere di questo paese e dei suoi cittadini, anche mediante la fornitura di armi sofisticate sovvenzionate dallo stato tedesco ed anche qualora Israele violi il diritto internazionale ed i diritti umani e si trovi in stato di guerra; eventuali critiche alla condotta di Israele possono essere sollevate – eventualmente - soltanto con estrema prudenza, anzi meglio ancora sarebbe non sollevarle affatto finché l’esistenza di questo paese non risulti garantita definitivamente.

Questo documento intende analizzare le tre seguenti questioni:
 
          1.      È adeguato e sensato continuare ad attribuire ai “rapporti amichevoli”, che gli autori di questo documento sperano continuino a rimanere tali, quella dimensione “particolare” cui si accennava prima?
          2.      Israele è davvero l’unico paese in Medio Oriente nei confronti del quale la Germania è in debito per via dell’Olocausto? 
          3.      E quali sono le conseguenze in Germania sul dibattito interno e sui rapporti tra tedeschi non-ebrei, ebrei e musulmani se queste questioni vengono sollevate seriamente?

A prescindere dalle risposte cui approderemo insieme ai lettori, che siano a nostro favore o contro di noi, una cosa è comunque fuori discussione: alla luce dell’unicità storica su scala mondiale dell’Olocausto, il rapporto dei tedeschi non–ebrei con gli ebrei e con tutti coloro che si considerino tali è anch’esso unico e deve essere improntato ad una particolare prudenza e sensibilità e, pertanto, non possiamo esimerci dal dovere di opporci con determinazione all’antiebraismo religioso ed all’antisemitismo di natura etnica/ razzista, dovunque essi si manifestino.

Amicizia o amicizia "speciale"?
Ai rapporti umani si applica questo inoppugnabile principio: un’amicizia solida si caratterizza come tale quando gli amici, preoccupati del benessere reciproco, fanno notare all’altro anche gli errori, le decisioni ed i comportamenti sbagliati. E questo principio è ancor più pregnante se la posta in gioco è alta per entrambi. Se la critica non assume le forme della condanna morale e di un linguaggio denigratorio, bensì è mossa dalla partecipazione e comprensione verso le ragioni del comportamento dell’amico e, nel contempo, è improntata al rispetto della sua libertà ed all’esigenza di contribuire al suo benessere (anche spirituale e morale), il vincolo d’amicizia, in questo modo, ne risulterà ulteriormente rinsaldato.

Questo principio è valido anche se uno dei due amici deve espiare una grave colpa passata nei confronti dell’altro? Riteniamo che quanto più l’amicizia sia matura, tanto più questo principio si applichi anche in un caso del genere. Tuttavia, l’atteggiamento richiesto a questo scopo deve essere cercato e individuato di volta in volta, in ogni nuova situazione.

Le conseguenze di questa constatazione sono applicabili anche a grandi collettività, vale a dire ad un rapporto politico tra Israele e Germania? Non vigono, in questo caso, altre leggi ed altri standard di riferimento? Sì e no. Sì, perché alla luce del gran numero di individui coinvolti e delle loro esperienze e prospettive diverse, il rapporto è sostanzialmente più sfaccettato. Coloro che incarnano anche personalmente questo rapporto collettivo, in qualità di politici attivi, devono avere riguardo verso i diversi sentimenti e le diverse esigenze di chi sono chiamati a rappresentare. Pertanto il loro comportamento è condizionato e solo fino ad un certo punto possono agire come farebbero a titolo personale. Di questo principio bisogna tenere conto sempre e comunque. No, perché anche - e soprattutto – le grandi collettività devono fare i conti con il modo in cui vengono percepite e con le critiche dall’esterno, affinché possano correggere eventuali decisioni sbagliate ed evitare l’insorgenza di impasse e pericolosi passi falsi.

Facciamo conto che il governo israeliano, dopo l’uccisione di otto suoi soldati ed il rapimento di altri due da parte dei guerriglieri Hezbollah il 12 luglio scorso, avesse informato il governo tedesco dei suoi piani di risposta militare, proprio come sarebbe naturale tra amici (devastazione di gran parte dell’infrastruttura del Libano, rete di approvvigionamento idroelettrico ed oleodotti inclusi, distruzione dell’industria turismo in seguito alla marea di petrolio che ha invaso la costa, evacuazione forzata della popolazione locale dal Libano del Sud, premeditata giustificazione di un elevato numero di vittime civili al fine quantomeno di indebolire le milizie Hezbollah se proprio non era possibile un disarmo completo, rifiuto di aprire corridoi umanitari per soccorrere chi non poteva fuggire, totale annientamento dei quartieri sciiti nelle città libanesi, blocco di porti e aeroporti per settimane ed impiego di bombe a grappolo). Come avrebbe potuto reagire il governo tedesco in qualità di amico di Israele? Forse il governo tedesco sarebbe stato più in grado di quello israeliano di comprendere le conseguenze catastrofiche su scala mondiale di una “rappresaglia di massa” di siffatte proporzioni, basata sul principio della responsabilità collettiva? Forse il governo tedesco avrebbe consigliato più moderazione, oppure la convocazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, o ancora qualcos’altro. Qui non ci preme enumerare e valutare le diverse possibilità di uno scambio di idee tra amici. Per il nostro caso è sufficiente immaginare cosa avrebbe potuto significare in una circostanza del genere il concetto di “amicizia”. Una prospettiva assurda? Senza dubbio, se il rapporto di amicizia viene ancora interpretato come “speciale“ ai sensi di quanto affermato all’inizio. È evidente che liberarsi da questa interpretazione sarebbe utile sia alla Germania, sia ad Israele, perché così si potrebbe sviluppare un rapporto d’amicizia libero da zavorre in cui trovi posto anche la critica, non già denigratoria ma costruttiva.

Naturalmente una svolta in tal senso nelle relazioni tra Germania e Israele finirebbe per influenzare anche i rapporti di Israele con l’Unione europea, gli Stati Uniti, ecc. Ma ciò che conta qui non è analizzare questo aspetto, bensì piuttosto sottolineare che questa svolta non danneggerebbe in nessun caso gli interessati.

La responsabilità tedesca verso la Palestina
C’è un aspetto delle conseguenze dell’Olocausto su cui raramente si riflette. Fino al 1933, vale a dire 37 anni dopo la pubblicazione de “Lo Stato degli ebrei”, il libro di Theodor Herzl che fondava ufficialmente il Sionismo, e 16 anni dopo la Dichiarazione Balfour con cui l’Inghilterra, in qualità di Stato mandatario, prometteva ai sionisti una “casa” in Palestina, gli ebrei immigrati in questa terra non erano più di 160.000. E non pochi di loro avevano fatto questo passo con l’idea di poter coltivare e far crescere la “Terra Santa” insieme agli arabi residenti. Nessuno avrebbe dovuto essere espulso, come sosteneva anche Martin Buber non più tardi del 1950. Un’immigrazione massiccia in grado di compromettere questi equilibri demografici si è verificata soltanto a partire dalla minaccia radicale agli ebrei nell’area di influenza nazionalsocialista, immediatamente riconoscibile sin dai suoi prodromi. La decisione dell’ONU di accettare la fondazione dello Stato di Israele approvata con un largo consenso internazionale ai danni degli stati arabi fu assunta, non da ultimo, sull’onda dello shock dell’Olocausto, nonostante le iniziali, forti perplessità dei britannici lungamente condivise anche dal ministero degli esteri degli Stati Uniti.

In altre parole: la causa delle sofferenze del popolo palestinese (musulmani, così come cristiani e drusi) che perdurano da 60 anni ed hanno oggi raggiunto livelli intollerabili non è altro che l’Olocausto. Naturalmente ciò non equivale a dire che il Terzo Reich è responsabile dello sterminio del popolo palestinese. Tuttavia, anche in questo caso, le conseguenze sono vittime innumerevoli, legami familiari spezzati, l’esilio forzato o le tendopoli di un’emergenza che si protrae fino ad oggi. Senza l’Olocausto la politica israeliana non si sentirebbe autorizzata e/o obbligata a prevaricare così ostinatamente i diritti umani dei palestinesi e degli abitanti del Libano per salvaguardare l’esistenza dello Stato di Israele. E senza l’Olocausto Israele non avrebbe ottenuto l’appoggio materiale e politico degli USA, soprattutto nelle proporzioni assunte a partire dagli anni Novanta (il sostegno finanziario statunitense ad Israele ammonta a 3 miliardi di dollari annui ed equivale pertanto al 20% degli aiuti USA per l’estero).

Il sanguinoso conflitto in Medio Oriente, che si protrae ornai da quasi 60 anni, ha una inoppugnabile genesi tedesca e, pur se in termini più sfumati, anche europea. Una genesi anche europea perché il concetto tedesco della Endlösung der Judenfrage, la soluzione finale, affonda le  sue radici nell’antisemitismo e nel nazionalismo di matrice europea. Il popolo palestinese, tuttavia, non ha la benché minima colpa dello “smistamento” in Medio Oriente di una parte dei problemi europei.

Pertanto, il diritto ad un occhio di riguardo, alla solidarietà ed alla critica costruttiva da parte tedesca (ed europea) non spetta soltanto ad Israele. In qualità di tedeschi, austriaci ed europei siamo corresponsabili non soltanto dell’esistenza di Israele che, alla luce del cammino ormai tracciato dalla storia, va salvaguardata senza eccezioni per tutte le future generazioni, bensì siamo corresponsabili anche delle condizioni di vita e di un futuro di autodeterminazione del popolo palestinese.

Assumersi questa responsabilità più seriamente di quanto sia avvenuto sinora comporterebbe delle implicazioni che non possono e non devono essere analizzate in questo documento. È comunque scontato che questa assunzione di responsabilità non può essere soddisfatta dalla mera concessione di aiuti finanziari. È chiaro che l’obiettivo da raggiungere deve essere una Palestina economicamente autosufficiente, ai cui abitanti sia riconosciuta la libertà di movimento incondizionata tra la striscia di Gaza e la Cisgiordania. Non uno Stato di serie B, non un Homeland, né uno spezzatino di territori in stile Bantustan. È chiaro che soltanto una soluzione negoziata può avere una prospettiva di stabilità e non una imposta unilateralmente. Ed è altrettanto chiaro che bisogna a tutti i costi disincentivare tra i palestinesi la tentazione degli attentati e dei razzi contro la popolazione civile israeliana e, nel contempo, incentivare il loro contributo ad un’opera di ricostruzione positiva. Dal canto loro, i musulmani europei potrebbero contribuire a far sì che anche in Palestina si affermino quei valori islamici fondamentali in grado di contrapporsi agli attentati suicidi, la cui invenzione non risale ai musulmani, affinché si divulghino ed attecchiscano modelli islamici di resistenza non violenta contro l’ingiustizia di stato.

Nel lungo termine, la sicurezza di Israele può essere garantita soltanto da vicini le cui condizioni di vita e opportunità di crescita, personali e pubbliche, siano tali da poter pensare a soluzioni comuni ai problemi che affliggono tutto il Medio Oriente come, ad esempio, l’utilizzo e la distribuzione dell’acqua. E la sicurezza e l’incolumità della Palestina e dei palestinesi può essere garantita unicamente se gli israeliani non dovranno più temere di venire ricacciati in mare. In considerazione di tutte le tragedie passate, forse per alcuni decenni è necessaria una sostanziale separazione – senza annessioni - delle diverse zone della Palestina, creando eventualmente corridoi di comunicazione attraverso gallerie, fino a quando la situazione non si sia calmata. Allo stesso tempo incontri e scambi volontari, soprattutto tra i giovani, su “terreno neutrale”, potrebbero aiutare a sfatare le reciproche immagini stereotipate.

Un approccio della Germania che, alla luce delle conseguenze dell’Olocausto, possa diventare equidistante nei confronti di entrambe le parti, significa assumersi la responsabilità di una trasformazione del conflitto israelo-palestinese. Ed un approccio del genere è possibile soltanto mettendo sullo stesso piano le parti in conflitto. Condizione indispensabile perché ciò accada è percepire la sofferenza e l’ingiustizia (la violenza dello svolgimento del conflitto) su entrambi i lati e riconoscere il diritto di entrambe le parti alla sicurezza, alla dignità umana ed al rispetto degli accordi. A distruggere lo spirito di Oslo non sono stati soltanto i razzi e gli attentati suicidi dei gruppi militari palestinesi e degli Hezbollah. Ad avere gli stessi effetti deleteri sono stati anche il prosieguo ed il massiccio incremento della politica di insediamento coloniale in violazione del diritto internazionale nei territori occupati dal 1993, lo stesso anno della firma del trattato di Oslo, la distruzione arbitraria di case, orti, uliveti, infrastrutture, le quotidiane umiliazioni dei palestinesi e, infine, l’annessione de facto di circa il 10% della Cisgiordania mediante una cosiddetta “recinzione” che in realtà è un muro che in alcuni punti raggiunge gli otto metri d’altezza. Tentare di individuare causa ed effetto equivale alla proverbiale questione dell’uovo e della gallina: è del tutto improduttivo.

Una soluzione del conflitto è possibile soltanto nel lunghissimo periodo,  nel quadro di una comune cooperazione economica su scala regionale che includa anche Egitto, Giordania, Libano e Siria. La trasformazione del conflitto, invece, può cominciare da subito. A questo scopo è necessario un impegno nuovo, l’individuazione di un modus vivendi praticabile che tragga le conseguenze dagli errori di Oslo. La politica tedesca, se amichevole nei confronti di entrambe le parti, può dare il suo contributo al raggiungimento di questo scopo.

Conseguenze sul dibattito in Germania
Questo cambiamento dell’atteggiamento tedesco, a nostro avviso auspicabile, presuppone una svolta anche nell’ambito del discorso interno. Nonostante un serio confronto con le cause, l’attuazione e le conseguenze dell’Olocausto in letteratura, arti, scienza, ed in seno a diverse scuole di psicoterapia, in Germania i pregiudizi, il risentimento e la diffidenza nei confronti degli ebrei continuano ad essere molto diffusi. L’antisemitismo non è confinato con pervicacia soltanto in marginali ambienti neonazisti, bensì è anche sicuramente presente, in modo più o meno velato, nel mainstream del popolo tedesco e dei grandi partiti politici.

Allo stesso tempo, forze trainanti della politica e della società tedesca hanno appiattito il dolore per un atto mostruoso su rituali più o meno vuoti e, così facendo, più che agevolare, hanno finito per ostacolare il cambio di mentalità. Il risultato è un filosemitismo problematico. Problematico perché il mero rovesciamento del Feindbild, dell’immagine stereotipata del nemico, rigida ed impermeabile alla realtà, in fondo produce la stessa cosa, solo con valenza invertita ed anestetizzata, non meno estranea alla realtà ed alla possibilità di una valutazione differenziata. Nella Dialettica dell’illuminismo, Theodor W. Adorno affermava che "antisemita non è solo ticket antisemita, bensì la mentalità dei tickets in generale (pensiero pre-schematizzato)." Unitamente al tacito divieto di criticare apertamente le decisioni di Israele, il filosemitismo in Germania, lungi dall’indebolire l’antisemitismo, finisce piuttosto per consolidarlo.

Il lavoro per instaurare un rapporto reciprocamente positivo tra giovani musulmani, tedeschi ed ebrei è ancora lungo. Con l’andar del tempo, una politica tedesca in Medio Oriente aperta ed amichevole verso entrambe le parti sarà possibile soltanto se in Germania si riscuote l’appoggio degli ebrei e dei musulmani e l’antisemitismo viene chiaramente ridimensionato. Fin quando uno dei due gruppi si sentirà discriminato, o emarginato, non potranno affermarsi né un’esistenza pacifica, né un dialogo paritetico.

Ogni nuovo attacco alla popolazione civile israeliana, ogni nuova violazione del principio della proporzionalità da parte dell’esercito e del governo israeliano consolidano la polarizzazione in fazioni contrapposte pro e contro Israele che ha già assunto dimensioni preoccupanti. In questa situazione è necessario un dibattito pubblico ampio ed aperto sulle questioni solevate in questo documento. In fondo, nelle democrazie (e non solo) vige il principio in base al quale “i” politici possono perseguire ed attuare con successo soltanto la politica voluta dalla maggioranza dei cittadini. Non basta più, quindi, scuotere la testa in disparte sulle azioni di Israele oppure serrare i pugni indignati per gli attacchi di Hamas o degli Hezbollah. Tutti noi dobbiamo prendere le distanze sia dagli aspetti violenti della politica israeliana, sia dalle azioni militari di una parte dei palestinesi e degli Hezbollah libanesi. Ogni voce che ce lo chiede da Israele o dalla Palestina e, per fortuna, ce ne sono, è di grande aiuto al raggiungimento di questo obiettivo e dovrebbe trovare ascolto nei nostri media. 

Forse è utile immaginare come avrebbero reagito nell’attuale situazione i tanti intellettuali, scrittori, artisti e musicisti di origine ebrea da Adorno ad Einstein, da Freud a Marx fino a Zweig, di cui siamo così fieri e senza i quali la cultura tedesca ed il contributo tedesco alla scienza sarebbero notevolmente più esigui. Siamo convinti che avrebbero sottoscritto la frase seguente: soltanto l’uguaglianza ed il rispetto della legge e del diritto internazionale possono permettere una convivenza pacifica e ciò rappresenta l’unica garanzia per l’esistenza e la sicurezza durature dello Stato di Israele e del futuro Stato palestinese, così come per la sicurezza di ebrei ed ebree in Germania e nel resto del mondo.

I diritti sanciti nella Carta delle Nazioni Unite e nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo sono stati elaborati sullo sfondo della barbarie nazista e, in particolare, dell’industrializzazione del genocidio razzista di ebrei, Rom, Sinti ed altre minoranze. Tuttavia entrambi i documenti ammettono un unico concetto di uguaglianza: quella tra tutti gli esseri umani senza eccezioni. È questo il principio che va applicato anche ai belligeranti in Medio Oriente.

Altruismo o interesse particolare?
L’esigenza di una politica tedesca in Medio Oriente equidistante ed amichevole verso entrambe le parti può apparire ad alcuni troppo idealista, improntata troppo all’etica e troppo poco ai propri interessi. A questo punto è doveroso, quindi, dichiarare apertamente quali sono i nostri interessi, visto che non li riteniamo incompatibili con la nostra argomentazione.

L’11 Settembre ha definitivamente dimostrato che ci troviamo sulla china di un nuovo conflitto Oriente-Occidente, altamente esplosivo, molto più difficile da controllare di quello precedente caratterizzato, invece, da strutture di comando militare centralizzate e affidabili. Sebbene il terrorismo transnazionale abbia molte origini, è innegabile che una delle sue fonti principali è rappresentata dal conflitto irrisolto in Medio Oriente (il fatto che ad alcuni regimi arabi autoritari, o dittatoriali, questo conflitto convenga molto perché consente di distogliere l’attenzione dai propri problemi politici interni non sminuisce il peso di questa riflessione).

Se nel Medio Oriente si continua ancora a soffiare sul fuoco della contrapposizione tra mondo islamico ed Occidente, il che in Libano è avvenuto in proporzioni che hanno trasceso le peggiori aspettative degli esperti, a subirne le conseguenze non sarà soltanto il Medio Oriente, bensì più o meno il mondo intero. Gli attentati di Madrid e Londra, così come gli attentati ai treni in Germania sventati per puro caso, dimostrano l’estrema fragilità dell’Europa. Ogni cieco solidarismo in chiave anti-occidentale nel mondo islamico compromette immediatamente il modello Europa, da tanti ammirato in tutto il mondo, e cosparge di altro dolore la vita di innumerevoli civili di tutti gli orientamenti e di tutte le nazionalità possibili. Pertanto non possiamo esimerci dall’impegno di fare tutto quanto è necessario a disinnescare il conflitto tra Oriente ed Occidente, sia in Germania, sia fuori la Germania. Questo impegno e questa lotta per il rispetto dei diritti umani, dovunque essi vengano violati, è un nostro dovere verso le vittime del nazionalsocialismo.

I politologi tedeschi che hanno scritto questo Manifesto:
Prof. Dieter Arendt, docente di scienze della letteratura all’Università di Gießen;  Dr. Detlev Bald, esperto in processi di pace e storico a Monaco; Dr. Johannes Becker, docente di scienze politiche all’Università di Marburgo; Prof. Jörg Becker, docente di scienze politiche all’Università di Marburgo; Dr. Tilman Evers, docente di scienze politiche presso la Freie Universität di Berlino; Prof. Marianne Gronemeyer, docente di scienze della formazione e scienze sociali alla Scuola universitaria professionale di Wiesbaden; Prof. Reimer Gronemeyer, docente di sociologia all’Università di Gießen; Prof. Karl Holl, docente di storia all’Università di Brema; Prof. Karlheinz Koppe, ex direttore della Società tedesca sullo studio dei processi di pace e dei conflitti (Deutsche Gesellschaft für Friedens- und Konfliktforschung - DGFK) di Bonn; Prof. Gert Krell, docente di scienze politiche all’Università di Francoforte; Prof. Georg Meggle, docente di filosofia all’Università di Lipsia; Prof. Werner Ruf, docente di scienze politiche all’Università di Kassel; Prof. Hajo Schmidt, docente di filosofia all’Università a distanza di Hagen, Prof. Udo Steinbach, direttore dell’Istituto tedesco di orientalistica di Amburgo; Dr. Reiner Steinweg, esperto di scienze della letteratura e consulente sui processi di pace e sui conflitti a Linz/Donau; Prof. Helmut Thielen, Coordinación General dell’Istituto Alexander von Humboldt-ICIBOLA di Porto Alegre/Brasile; Prof. Wolfram Wette, docente di storia contemporanea all’Università di Friburgo.

I sostenitori delle intenzioni fondamentali del testo:
Prof. Hanne-Margret Birckenbach, docente di scienze politiche all’Università di Gießen; Prof. Ernst-Otto Czempiel, docente di scienze politiche all’Università di Francoforte; Prof. Egbert Jahn, docente di scienze politiche all’Università di Mannheim; Prof. Gert Krell, docente di scienze politiche all’Università di Francoforte; Irene Krell, insegnante a Francoforte; Dr. Gerald Mader, presidente del centro austriaco di studi sulla pace e la soluzione dei conflitti, Stadtschlaining/ Burgenland; Hannah Reich, Centro di ricerca Berghof per la consulenza sulla soluzione costruttiva dei conflitti, Berlino; Erich Schmidt-Eenboom, direttore dell’Istituto di ricerca per le politiche di pace a Weilheim/Oberbayern; Dr. Christian Wellmann, vicedirettore dell’Istituto di ricerca sui processi di pace di Kiel.

Una versione ridotta di questo Manifesto è stata pubblicata dalla Frankfurter Rundschau il 15 novembre 2006.


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Originale qui    e da    


Illustrazione al titolo di Jaber Asadi, Iran: irancartoon

Versioni in francese, spagnolo ed inglese            

Tradotto dal
tedesco all'italiano da Giampiero Budetta, membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft per ogni uso non-commerciale: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.
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INCLASSIFICABILI: 07/12/2006

 
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