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Somalia: aspettate ad applaudire


AUTORE:  Mahir Ali, 9 gennaio 2007

Tradotto da  Tradotto da Gianluca Bifolchi


Ci sono numerose ragioni per cui sarebbe imprudente che il primo ministro dell'Etiopia Meles Zenawi si crogiolasse con  troppa soddisfazione sugli allori del rapido successo del suo esercito nella vicina Somalia. Può avere una certa ragione, nel breve periodo, a congratularsi con se stesso: dopo tutto la campagna militare distrarrà l'attenzione dai problemi che affronta a casa. Ed un'alleanza strategica con la sola superpotenza presumibilimente è un altro punto a suo favore: come uno zelante partecipante alla cosiddetta "guerra al terrore", egli può fare affidamento ad un trattamento preferenziale.

Comunque, sarebbe consigliabile che ruminasse per un momento o due sul fatto di un altro uomo forte del Terzo Mondo che, poco più di due decenni fa, fu incoraggiato dagli Stati Uniti a contrastare una crescente minaccia islamista ai suoi confini. Fu rifornito con discrezione con mezzi offensivi, compreso mappe di sorveglianza satellitare, che è uno degli strumenti con cui l'alleanza con Washington ha rinsaldato le forze di Addis Abeba. Inoltre navi da guerra americane non erano troppo lontane dallo Stretto di Hormuz, esattamente come di recente era accaduto con i pattugliamenti sulla costa orientale dell'Africa.

Naturalmente ci sono significative differenze tra i due scenari, ma vale la pena ricordare che l'attacco di Saddam Hussein contro l'Iran era altrettanto illegale dell'incursione di Zenawi in Somalia. E' difficile dire se un maggiore successo militare avrebbe mantenuto Saddam in una posizione migliore agli occhi degli Americani, ma non è troppo stravagante pensare che la sua fine dovrebbe far riflettere Zenawi (specialmente se ha progetti sull'Eritrea o Gibuti).

Tornando all'Etiopia, Zenawi non si trova su un terreno particolamente solido. Ad esempio, risulta che nello scorso Ottobre il suo governo aveva cercato di sopprimere i risultati di una indagine ufficiale sull'uccisione di 193 contestatori nelle elezioni del Maggio 2005, delle quali si dice che siano state truccate. Secondo il vice-presidente dell'inchiesta, "Si trattò di un massacro. I dimostranti erano disarmati, tuttavia la maggior parte morì per un colpo alla testa".

Zenawi è al potere dal 1991, quando le forze ribelli rovesciarono il regime di Haile Mengistu Mariam, più o meno nello stesso periodo in cui Mohammed Siad Barre dovette fare le valigie in Somalia. Mengistu lo scorso mese è stato trovato colpevole in contumacia di genocidio dopo un processo durato 12 anni. La Somalia e l'Etiopia hanno combattuto una guerra nell'era Mengistu/Barre, sebbene a quel tempo l'Etiopia non apparisse come l'ovvio aggressore, e reagì con il sostegno cubano e sovietico. La regione dell'Ogaden è stata a lungo la fonte di una disputa territoriale tra le due nazioni: come in molte altre parti del mondo le frontiere lasciate dalle potenze coloniali non erano del tutto logiche e, di conseguenza, circa il sei per cento della popolazione etiopica consiste di Somali.

Ciò che forse è più significativo è che oggi i Musulmani costituiscono il più grande gruppo religioso in Etiopia: secondo il World FactBook della CIA, essi il 45-50% della popolazione. Questo fatto potenzialmente aggiunge sostanza al timore di Zenawi per l'islamismo, sebbene non  chiaro se le varianti estremiste della religione esercitano un'attrazione reale nella regione.

Il governo Zenawi ha nel passato mosso guerra all'Eritrea, e si pensa che la repubblica secessionista fornisse sostegno, tra cui soldati, all'Unione delle Corti Islamiche (UCI)  che hanno controllato Mogadiscio e la Somalia del sud per circa sei mesi lo scorso anno. Si sospetta anche che l'UCI stava attirando sostegno materiale ed invio di materiale da parte del mondo arabo.

Sono stati conpiuti sforzi per creare l'impressione che l'intervento in Somalia -- con sostegno logistico ed incoraggiamento USA, per puntellare un governo transitorio sostenuto  dalle Nazioni Unite (per quanto essenzialmente privo di potere) -- è servito come colpo decisivo all'Islam militante. L'UCI ha scelto come suo capo Hassan Dahir Aweys, il cui nome appare su una lista USA e ONU di terroristi, ed è stato detto che abbia offerto rifugio a tre uomini sospettati di coinvolgimento negli attentati terroristici del 1998 alle ambasciate americane a Nairobi e Dar-es-Salam. In passato Aweys è stato ritenuto capo di Al Itihaad A Islami, un'organizzazione militante con possibili legami con Al Qaeda.

La dichiarazione di Ayman Al Zawahiri la scorsa settimana che invitava alla jihad contro l'"invasore crociato", cioè l'Etiopia, serve a sostenere la versione USA-Etiopica, anche perché l'iniziale emergenza delle Corti Islamiche ricordava la prima fase talebana. Ma ci sono versioni alternative, e la più interessante del gruppo fu proposta venerdì sul Washingotn Post da Stephanie McCrummen in un servizio dalla capitale somala: "In qualche modo, qui la gente diceva, Mogadiscio è stata liberata dal movimento delle Corti Islamiche, che era riuscito a liberare la città dalle milizie e dai posti di blocco che avevano funzionato come un centinaio di Muri di Berlino," ha scritto. "La libertà di movimento era stata limitata al punto che alcuni residenti non avevano più visto da anni amici e parenti, e bambini che vivenano a solo pochi minuti dalle onde dell'Oceano Indiano non avevano mai posto gli occhi sulle sue acque turchesi". McCrummen citava un residente di Mogadiscio che diceva di portare un'arma per difendersi quando i signori della guerra erano al potere; potè metterla da parte al momento in cui le Corti Islamiche prendevano il potere, ma ricominciò a portarla dopo la cacciata degli Islamisti.

Numerosi articoli come questo testimoniano del fatto che quel tanto di legge e di ordine che era stato creato dall'UCI era considerato come una benedizione da molti Somali, compreso quelli a cui non piacquero le limitazioni introdotte dagli Islamisti. Le restrizioni erano stupide ed inutili, ma non esattamente draconiane: i Somali erano evidentemente disposti a fare a meno dei film, della musica occidentale e della foglia narcotica del qat, finché le loro vite erano protette. Nell'isolamento, il concetto di ordine spesso ha oscure connotazioni, ma nel contesto somalo di 15 anni di continua anarchia, esso era considerato una conquista. E' possibile che Aweys e le sue coorti avrebbero cercato di talebanizzare la Somalia ad un grado molto maggiore -- il che col tempo avrebbe inevitabilmente prodotto un disastro. Comunque l'UCI al principio rappresentava evidentemente più che un'esigua corrente di opinione, e se il governo ad interim avesse cercato contatti con gli elementi moderati di Mogadiscio invece di stringere il suo abbraccio con l'Etiopia, il gesto avrebbe potuto aiutare a stabilire una riconcilaizione nazionale.

Ciò di cui la Somalia ha disperatamente bisogno è un qualche tipo di unità nazionale in vista delle elezioni programmate per il 2009. Sarebbe sensato anticiparle di almeno un anno -- che è qualcosa che gli islamisti, galleggiando sulla loro popolarità, sarebbero felici di contemplare. Ciò che può accadere nel frattempo è tutt'altro che chiaro. Il peggior risultato sarebbe un ritorno a feudi di clan governati dagli stessi signori della guerra che hanno terrorizzato la Somalia per quindici anni. Alcuni di essi sono membri dell'amministrazione transitoria, e pochi si sono uniti alla farsesca Alleanza per il Ristabilimento della Pace e per il Controterrorismo sostenuta dagli USA, ma ci sono altri che hanno poca fiducia che i loro interessi saranno in buone mani con Ali Mohammed Ghedi.

Un tentativo di Ghedi di disarmare i civili e le milizie a Mogadiscio è stato abbandonato nel week end, dopo che fu chiaro che non funzionava. Ci sono state nel frattempo sporadiche dimostrazioni contro la presenza di truppe etiopi. Fonti ufficiali dicono  che queste proteste erano istigate e organizzate dagli islamisti, ed erano stati espressi timori che i resti dell'UCI potessero organizzare un movimento di resistenza secondo linee già viste in Iraq ed Afghanistan, offrendo un ulteriore campo di battaglia alle brigate internazionali di aspiranti martiri musulmani. Questa è una prospettiva sinistra: occorrerebbe sperare che la probabilità di questo scenario sia esagerata. I ranghi dell'UCI si sono fusi tra la popolazione senza dare battaglia ed il resto di loro sono assediati vicino al confine con il Kenia: la maggior parte dei mille e più combattenti uccisi dall'avanzata etiopica erano adolescenti reclutati a scuola dagli Islamisti.

Per quanto la probabilità di una guerriglia non appare particolarmente alta, una forza di pace di qualche tipo sarà comunque necessaria. Gli Etiopi non sono adatti al compito persino sulla base della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU ottenuto dagli USA alla fine dello scorso anno, e al momento in cui scrivo l'Uganda ha offerto un contingente come parte di un'operazione dell'Unione Africana. Gli USA sono stati incredibilmente generosi: hanno offertp 10 milioni di dollari per finanziare una forza dell'UA di 8.000 uomini, da un totale di 40 milioni stanziati per aiutare a ristabilire uno stato fallito e senza denaro. (In contrasto con i costi della guerra in Iraq, che per quest'anno dovrebbero raggiungere i 500 miliardi di dollari).

Zenawi ha accennato al ritiro dei suoi soldati entro qualche settimana, ma l'UA sembra incapace di un rapido dispiegamento. La conseguenza potrebbe essere un ritorno ad un tana-liberi-tutti che gli USA e le Nazioni Unite non sarebbero capaci di fronteggiare, come nel 1993-94. (Gli USA decisero allora di dare la caccia a Mohammed Farah Aidid: suo figlio Hussein Aidid è ora un membro del governo Ghedi. Nessuna sorpresa qui, ma c'è uno stupefacente aspetto in questa storia: secondo Peter Biles, della BBC, il giovane Aidid diventò un signore della guerra dopo essere sbarcato in Somalia nel 1993 come Marine USA, decidendo di cambiare mestiere).

C'è poco di che stare allegri: il Corno d'Africa rimane una terra disperata. E non ci sarà speranza finché si potrà legittimamente chiedere: perché questa regione dove vivono 100 milioni di persone tra le più povere del mondo impiega le sue misere risorse e scarse energie ad un infinito ed insensato ciclo di violenze?


L'autore può essere contattato qui: mahir.worldview@gmail.com


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Originale da

Tradotto dall'inglese all'italiano da Gianluca Bifolchi, un membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft per ogni uso non-commerciale : è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.
URL di questo articolo: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?lg=it&reference=1890 


LA MADRE AFRICA: 10/01/2007

 
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