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28/11/2020
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La battaglia per l'uranio del Niger


AUTORE:  Anna BEDNIK

Tradotto da  Manuela Vittorelli


 

Il 15 maggio 2008 la Corte suprema del Niger ha respinto la domanda di scarcerazione di Moussa Kaka, corrispondente di Radio France Internationale. Il giornalista è in carcere da otto mesi per i suoi contatti con i ribelli Tuareg. Nel febbraio del 2007 questi ultimi hanno ripreso le armi per reclamare una più giusta spartizione dei profitti dell'uranio. Ottantacinque militari hanno già trovato la morte nella regione di Agadez, dove opera la compagnia nucleare francese Areva.

«Se la lotta è la sola voce in grado di farsi sentire, questa è la nostra scelta», annuncia il Movimento dei Nigeriani per la Giustizia (MNJ) (1), formazione a maggioranza tuareg che, dodici anni dopo gli accordi del 24 aprile 1995 tra il governo e una prima rivolta armata, ha ripreso i combattimenti contro il potere centrale. Gli scontri sono cominciati nella regione di Agadez, al centro del paese, per estendersi fino alla zona del lago Ciad, nel sud-est del Niger. Composto essenzialmente da vecchi ribelli, ai quali nel 2007 si sono uniti trasfughi dell'esercito regolare e alcuni amministratori locali, il MNJ moltiplica gli attacchi contro siti militari e simboli dello Stato.

Oltre all'applicazione effettiva degli accordi del 1995 (che prevedono in particolare che venga messo in pratica il decentramento), il MNJ reclama il trasferimento del 50% dei ricavi minerari alle collettività locali, l'assunzione prioritaria delle popolazioni autoctone in questo settore ma anche la fine della svendita delle concessioni per l'estrazione delle materie prime e la cessazione delle attività di prospezione nelle zone d'allevamento.

La tensione è ulteriormente salita nel luglio del 2007, quando il MNJ ha preso in ostaggio un dirigente della compagnia cinese China Nuclear International Uranium Corporation (Sino-Uranium). Ha quindi fatto un appello a tutti i paesi stranieri perché evacuassero i loro cittadini residenti in Niger che lavorano nei settori «della prospezione o dell'estrazione delle risorse minerarie»

Il Niger è il terzo esportatore mondiale di uranio. La sua produzione annuale, valutata in 3300 tonnellate, rappresenta il 48% dei suoi ricavi delle esportazioni. Nel 2003, dopo vent'anni di ribasso, il prezzo dell'uranio è ripartito al rialzo: la crescita della domanda mondiale di elettricità e la logica di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra promettono un roseo futuro per il nucleare civile (2). Per il 2030 l'Agenzia internazionale dell'energia atomica (AIEA) prevede un aumento minimo del 20% della potenza nucleare installata nel mondo (83% secondo la «proiezione alta»). Secondo la World Nuclear Association (WNA), oltre ai trentaquattro reattori elettronucleari in costruzione ne sono previsti altri novantatré, principalmente in Cina, India, Giappone e Russia. L'accresciuto bisogno di combustibile nucleare, come pure la prospettiva dell'esaurimento delle cosiddette risorse «secondarie» (in particolare l'uranio militare riconvertito), rilanciano lo sfruttamento e l'estrazione mineraria dell'uranio naturale.

Il Niger, ricco di uranio, è anche uno dei paesi più poveri del mondo (174° sulla scala dello sviluppo umano) e deve regolarmente far fronte a gravi crisi alimentari. Niamey considera il nuovo interesse per il combustibile nucleare un atout senza precedenti nella “battaglia per lo sviluppo economico e sociale (3)».

Per aumentare i proventi minerari del Niger il presidente Mamadou Tandja ha diversificato i partner commerciali. L'uranio è estratto da due società franco-nigeriane di cui Areva NC (4) è azionista di maggioranza: la Société des mines de l’Aïr (Somaïr), al 63,4%, e la Compagnie minière d’Akouta (Cominak), al 34%. Il 26 giugno e il 25 luglio 2007 il responsabile della sicurezza del colosso francese dell'energia, il colonnello Gilles de Namur, e il direttore locale del gruppo, Dominique Pin, accusati di sostenere il MNJ, sono stati espulsi (5). Le relazioni tra Parigi e Niamey si sono tuttavia normalizzate nel gennaio del 2008, quando il governo nigeriano ha confermato i diritti di sfruttamento di Areva sul gigantesco giacimento di Imouraren, destinato a diventare una delle più grandi miniere di uranio al mondo. In cambio, il prezzo d'acquisto pagato da Areva è stato aumentato della metà.

Ma se la presenza di Areva in Niger non viene messa in causa, Niamey commercializza ormai una parte della produzione direttamente sul mercato (trecento tonnellate nel 2007), e il monopolio francese dell'estrazione dell'uranio è finito. Nel novembre del 2007 la Sino-Uranium, filiale della compagnia statale cinese China National Nuclear Corporation (CNNC) che dal 2006 esplora l'importante concessione di Tegguida, ha ottenuto il permesso di estrazione per il giacimento di Azelik. Inoltre i permessi di prospezione sono stati concessi a una ventina di società «minori» canadesi, australiane, sud-africane, indiane e britanniche.

Le concessioni minerarie (accordate o in fase di negoziazione) si estendono su quasi 90.000 chilometri quadrati sul margine ovest del massiccio dell'Aïr (regione di Agadez), territorio situato tra la frontiera algerina e la falesia di Tiguidit. Non è stata condotta alcuna consultazione con le popolazioni del Nord (almeno 300.000 persone, soprattutto Tuareg) i cui territori ancestrali sono stati concessi alle compagnie. Agli abitanti della zona di Tegguidda n’Tessoum (a ovest di Agadez) è stato ingiunto di evacuare l'area (circa 2500 chilometri quadrati) concessa alla Sino-Uranium. La Niger Uranium Limited, che ha avviato la prospezione a Ingal e Ighazer, ha proibito agli allevatori l'utilizzo dei pozzi per abbeverare il bestiame. Attorno al sito di Imouraren le attività di esplorazione condotte da Areva fanno fuggire le mandrie e rendono impossibile la pastorizia.

Le occupazioni tradizionali delle popolazioni – lo sfruttamento artigianale del sale, la coltivazione delle oasi e soprattuto la pastorizia transumante – così come il complesso organismo della loro organizzazione sono seriamente minacciati. La futura zona mineraria copre le principali aree di nomadizzazione, compresi i ricchi pascoli della piana di Ighazer (6), luogo della “cura del sale”, ritrovo annuale di decine di migliaia di allevatori che permette di sottoporre le mandrie a un trattamento mineralizzante. 

Discariche radioattive a cielo aperto

Inoltre la messa in produzione di nuovi siti, prevista per il 2010 (Azelik) e il 2012 (Imouraren), raddoppia i timori sollevati da una prima analisi della situazione radiologica e sanitaria delle due città minerarie esistenti, Arlit e Akokan. Questo studio è stato condotto tra il 2003 e il 2005 su richiesta dell'associazione locale Aghir In Man dalla Commissione di ricerca e informazione indipendenti sulla radioattività (Criirad) e l'organizzazione non governativa di giuristi Sherpa (7).

Secondo la Criirad, l'acqua distribuita alla popolazione (più di mille abitanti) presenta dei livelli di radioattività che superano le norme di potabilità internazionali. Gli scarti radioattivi sono immagazzinati all'aria aperta da molti decenni. I rottami industriali vengono rivenduti, recuperati dalla popolazione e utilizzati come materiali di costruzione o utensili per la cucina. Nel maggio del 2007 la Criirad ha segnalato alla direzione di Areva e al Centro nazionale di radioprotezione del Niger la presenza di «sterili» (residui dell'estrazione) sul suolo pubblico e livelli di radiazione gamma fino a cento volte superiori alla norma. In assenza di una vera perizia scientifica, i rischi a lungo termine per la salute sono difficili da valutare (8). Tuttavia Sherpa sottolinea il moltiplicarsi dei casi di malattie respiratorie e polmonari gravi, che sarebbero stati sistematicamente nascosi ai pazienti dai due ospedali costruiti e gestiti dalla Somaïr e dalla Cominak. Le due società minerarie sono il principale datore di lavoro dopo lo Stato, e le loro enormi necessità di approvvigionamento fanno guadagnare un gran numero di imprese. Tuttavia sono essenzialmente i cittadini stranieri residenti a Sud (Haoussas et Djermas), meglio formati e meglio preparati nelle sfere amministrativa e politica, che ricoprono i posti-chiave e beneficiano dei migliori contratti. La locale popolazione Tuareg, scarsamente scolarizzata e dalle abitudini di vita tradizionali, resta al margine dell'economia delle città minerarie.

Poco dopo l'inizio dello sfruttamento della miniera di Arlit, quando la siccità ha decimato più del 75% del loro bestiame (1973-1974), molti Tuareg hanno preso la strada dell'esilio non solo verso le grandi città ma anche verso l'Algeria e la Libia. Circa ventimila hanno fatto ritorno alla fine degli anni Ottanta, incoraggiati dalla politica di «distensione» del colonnello Ali Salbou, che ha messo fine ai tredici anni di «stato di emergenza» del generale Seyni Kountché. Il Niger attraversa allora una crisi economica e non si ricorre ad alcuna misura per assorbire questo ritorno in massa. L'illusione di un regime più morbido svanisce rapidamente, quando uno scontro tra i Tuareg e le forze dell'ordine a Tchin Tabaraden (maggio 1990) è seguito da una violenta repressione (9). L'assenza di provvedimenti si aggiungerà alle frustrazioni accumulate dai Tuareg, la cui sensazione di essere stati messi in disparte si tradurrà nell'ottobre del 1991 nello scoppio della prima ribellione. Sulla carta gli accordi di pace del 1995 prevedono, oltre al reinserimento degli ex-ribelli, delle misure a favore dello sviluppo del Nord e l'attuazione del decentramento, da accompagnarsi a un trasferimento alle collettività territoriali dei ricavi generati dall'estrazione mineraria.

Dodici anni dopo il decentramento non è stato ancora attuato e il trasferimento del 15% dei proventi minerari ai comuni interessati, decretato solo nel 2006, non è stato messo in pratica. Anzi, l'attribuzione di nuove concessioni è stata fatta senza prevedere alcuna misura di compensazione. «Noi, i Tuareg, non siamo niente di fronte agli interessi economici dei governi», constata Issouf Ag Maha, sindaco del comune di Tchirozerine in esilio in Francia. «Tutto quello che vogliamo è che il governo nigeriano e le società minerarie tengano conto del fatto che viviamo su queste terre».

Nell'agosto del 2007 nella regione di Agadez è stato decretato lo stato d'«allarme» (una forma di stato di emergenza). In seguito le organizzazioni per la difesa dei diritti umani hanno parlato di arresti e detenzioni arbitrari (più di cento) e di esecuzioni sommarie di civili (circa settanta) perpetrate dalle Forze armate nigeriane (FAN) come rappresaglia in seguito agli attacchi del MNJ. Si è parlato inoltre di torture, stupri, saccheggi e massacri di bestiame, che spesso è l'unica fonte di reddito degli abitanti della regione. Nei loro spostamenti le FAN utilizzano inoltre i civili come «scudi umani», soprattutto per proteggersi dalle mine. Queste vessazioni mettono in fuga gran parte della popolazione. «A Iferouane resta solo l'esercito, tutti gli abitanti sono scappati», testimonia il responsabile di una piccola associazione che come molte altre ha dovuto rinunciare alla propria attività nella zona. Il timore di rappresaglie e delle mine rende l'approvvigionamento sempre più difficile. I prezzi si impennano e la stagione turistica, fonte di reddito, non si avvia.

I tentativi di mediazione della Libia, del Burkina Faso e dell'Unione africana non hanno dato risultati. Il presidente Tandja si rifiuta di negoziare con i ribelli, che qualifica come «banditi e trafficanti di droga». La zona del conflitto è proibita ai giornalisti (10). Niamey reclama il proprio diritto a disporre liberamente delle sue risorse naturali e invita i nigeriani a cercare l'origine della crisi nell'importanza strategica del paese. Alla metà di aprile del 2008 l'Assemblea nazionale ha chiesto al governo «di prendere tutte le misure che rendano possibile una soluzione pacifica e duratura del conflitto», che costituisce una «grave minaccia per la stabilità del Niger». Una richiesta che per ora è rimasta inascoltata.

NOTE:
(1) Comunicato del 29 aprile 2008, mnj.blogspot.com
(2) Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici-Agenzia internazionale dell'energia, World Energy Outlook 2007. China and India Insights. 2007. Anche se la componente nucleare nella produzione mondiale dell'elettricità dovrebbe rimanere stabile (tra il 13% e il 16%), è destinata ad aumentare in valore assoluto.
(3) Cf Moustapha Kadi, «Insécurité croissante au Nord Niger. A quand la paix?», Energie pour tous n°7, Niamey, 5 settembre 2007.
(4) Compagnia generale delle materie nucleari (Cogema), prima della sua integrazione nel polo nucleare del gruppo Areva nel 2001.
(5) Areva è stata sospettata in seguito all'adesione al MNJ di un capitano delle Forze nazionali di intervento e di sicurezza (luglio 2007), che era stato assunto per assicurare la sicurezza dei siti di Areva e aveva ricevuto dalla compagnia circa 85.000 euro.
(7) Criirad, «Resoconto della missione ad Arlit (Niger), dicembre 2003», 19 dicembre 2003; «Impatto dell'estrazione dell'uranio dalle filiali di Cogema-Areva in Niger», 20 aprile 2005; «Presenza di materiali radioattivi sul suolo pubblico ad Arlit e Akokan», 14 maggio 2007.
E Samira Daoud e Jean-Pierre Geta, «La Cogema in Niger. Rapporto d'inchiesta sulla situazione dei lavoratori della Somair e della Cominak», Sherpa, 25 aprile 2005.
(8) Nel 2004 Areva commissiona un audit ambientale all'Istituto di radioprotezione e della sicurezza nucleare (IRSN). La Ciirad accusa di sottovalutazione le sue conclusioni. Su richiesta di Areva è stato condotto anche un audit clinico (2005). Nessuno di questi studi valuta i rischi sanitari a lungo termine.
(9) Settanta morti secondo il governo, seicento secondo le organizzazioni internazionali, più di un migliaio tra i Tuareg. Mano Dayak, Michael Stiihrenberg e Jérôme Strazzulla, Touareg, la tragédie, Lattès, Paris, 1992.
(10) Moussa Kaka, corrispondente di Radio France.

F Vedere anche La maledizione dell' uranio: la colonizzazione nucleare del Niger in 3 piante


È ora di liberare Moussa Kaka
©
Serge Diantantu 


Originale da: Le Monde diplomatique e http://www.temoust.org/spip.php?article5613

Articolo originale pubblicato il 1° giugno 2008

L’autore

Manuela Vittorelli  è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori e la fonte.

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LA MADRE AFRICA: 17/06/2008

 
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