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02/10/2014
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Il nesso mancante nel furto d'organi di Israele?

Il patologo dimenticato da Aftonbladet - Articolo con appendice: Il Guardian dimostra di cosa è capace


AUTORE:  Jonathan COOK ÌæäËÇä ßæß

Tradotto da  Manuela Vittorelli


L'agitazione delle autorità israeliane [1] per un articolo pubblicato lo scorso mese da un giornale svedese [2] che suggeriva la complicità dell'esercito israeliano nel furto di organi palestinesi ha distolto l'attenzione dalle inquietanti accuse lanciate dalle famiglie palestinesi, accuse su cui si fondava l'assunto centrale dell'articolo.

I timori dei familiari che ai loro congiunti, uccisi dall'esercito israeliano, fossero stati sottratti degli organi durante autopsie non autorizzate eseguite in Israele sono stati messi in ombra dagli attacchi contro il giornalista Donald Boström, il giornale Aftonbladet e il popolo e il governo svedesi, accusati di riproporre in chiave moderna l'“oltraggio del sangue” [i racconti infamanti, diffusi nel Medioevo e ampiamente confutati, secondo i quali gli ebrei uccidevano per poi usare il sangue delle vittime a scopi rituali, N.d.T.]

Non ho idea se questa storia sia vera. Come la maggioranza dei giornalisti che lavorano in Israele e in Palestina, avevo già sentito queste voci. Prima che Boström scrivesse il suo articolo nessun giornalista occidentale, per quanto ne so, aveva deciso di indagare sulla vicenda. Dopo tanti anni, la convinzione dei giornalisti era che vi fossero ben poche speranze di trovare le prove, a meno che non si riesumassero letteralmente i corpi. Non c'è dubbio che siano stati scoraggiati anche dall'inevitabile accusa di antisemitismo che questo genere di articoli è destinato ad attirarsi.

Ciò che rende sorprendente questa storia è che le famiglie coinvolte non siano mai state ascoltate alla fine degli anni Ottanta e nei primi Novanta, durante la prima intifada, epoca alla quale risale la maggior parte di queste notizie, e si vedano ancora oggi negare il diritto di esprimere le loro preoccupazioni.

La suscettibilità di Israele alle accuse di furto d'organi – o “prelievo”, come molti osservatori definiscono timidamente la pratica – sembra avere la meglio sulle sincere preoccupazioni delle famiglie riguardo possibili abusi compiuti sui loro cari.

Boström è stato molto criticato per le deboli prove che ha fornito a sostegno della sua incendiaria storia. Di certo c'è molto da criticare nel modo in cui l'articolo è stato presentato dal giornalista e dalla sua testata.

Ma soprattutto Boström e l'Aftonbladet si sono esposti alle accuse di antisemitismo – almeno da parte di quei rappresentanti della dirigenza israeliana ansiosi di seminare discordia – facendo un grave errore di giudizio.

Hanno intorbidito le acque cercando di tracciare un esile collegamento tra le accuse delle famiglie palestinesi riguardanti un possibile furto d'organi compiuto durante autopsie non autorizzate e un fatto del tutto distinto, cioè la recente notizia dell'arresto di un gruppo di ebrei statunitensi per riciclaggio di denaro sporco e traffico d'organi umani. [3]

Facendo quel collegamento, Boström e l'Aftonbladet suggerivano che il problema del furto di organi persiste, mentre gli esempi forniti risalgono ai primi anni Novanta. Facevano inoltre intendere, intenzionalmente o no, che presunti abusi commessi dall'esercito israeliano potevano essere attribuiti, estrapolando, più in generale agli ebrei.

Il giornalista svedese invece avrebbe dovuto concentrarsi sulla valida questione sollevata dalle famiglie svedesi sul perché l'esercito israeliano, per sua stessa ammissione, avesse portato via i corpi di decine di palestinesi uccisi dai suoi soldati, consentito che su di essi fossero eseguite autopsie senza il consenso delle famiglie e poi restituito i corpi perché fossero seppelliti in cerimonie strettamente sorvegliate.

L'articolo di Boström poneva in evidenza il caso di un palestinese, il diciannovenne Bilal Ahmed Ghanan, del villaggio di Imatin nel nord della Cisgiordania, ucciso nel 1992. L'articolo era accompagnato da una fotografia sconvolgente del corpo ricucito di Bilal. [4]

Boström ha detto ai media israeliani di essere a conoscenza di almeno venti casi di famiglie che sostengono che i corpi dei loro cari sono stati restituiti privi di organi, [5] malgrado non abbia chiarito se alcuni di questi casi risalgano a tempi più recenti.

Boström afferma che nel 1992, l'anno in questione, l'esercito israeliano ammise di avere portato via e sottoposto ad autopsia 69 dei 133 palestinesi morti per cause non naturali. L'esercito non ha smentito questa parte dell'articolo.

Una giustificata domanda posta dai familiari e rilanciata da Boström è: perché l'esercito voleva quelle autopsie? A meno che non si possa dimostrare che intendeva condurre delle indagini su quelle morti – e apparentemente nulla indica che l'abbia fatto – le autopsie erano inutili.

Anzi, erano più che inutili. Erano controproducenti, se ipotizziamo che l'esercito non abbia alcun interesse a raccogliere prove che in futuro potrebbero essere usate per perseguire i suoi soldati per crimini di guerra. Israele ha una lunga esperienza nel mettere a tacere le indagini sulla morte di palestinesi per mano dei suoi soldati, e ha tenuto fede a quell'ignobile tradizione anche all'indomani della recente offensiva di Gaza.

Motivo di preoccupazione ancora maggiore per le famiglie palestinesi è il fatto che più o meno all'epoca in cui i corpi dei loro cari furono portati via dall'esercito per essere sottoposti ad autopsia, l'unico istituto in Israele a eseguire queste autopsie, l'ospedale di Abu Kabir, nei pressi di Tel Aviv, era quasi certamente al centro di un traffico d'organi destinato a fare scandalo in Israele.

È anche inquietante che il dottore che stava dietro il furto di organi umani, il Professor Yehuda Hiss, nominato direttore dell'ospedale di Abu Kabir alla fine degli anni Ottanta, non sia mai stato arrestato malgrado abbia confessato il prelievo illegale d'organi e continui a essere patologo di Stato in quell'istituto.

Hiss era il responsabile delle autopsie sui palestinesi quando Boström nel 1992 raccoglieva le testimonianze delle famiglie. Fu poi indagato due volte, nel 2002 e nel 2005, per furto di organi su vasta scala.

La responsabilità di Hiss nel commercio illegale d’organi fu rivelata per la prima volta nel 2000 dai giornalisti investigativi del quotidiano Yediot Aharonot, i quali scrissero che aveva dei veri e propri “listini dei prezzi” per gli organi e che li vendeva soprattutto alle università e agli istituti di medicina israeliani. [6]

Apparentemente imperterrito nonostante le rivelazioni, Hiss fu trovato ancora in possesso di organi umani a Abu Kabir quando il tribunale israeliano ordinò una perquisizione, nel 2002. L'Israel National News, l'agenzia di stampa nazionale, riferì allora: “Negli ultimi anni, pare che i capi dell'istituto abbiano ceduto alla ricerca migliaia di organi senza autorizzazione, mantenendo un 'magazzino' di organi ad Abu Kabir”. [7]

Hiss non negò il prelievo di organi, ammettendo che appartenevano a soldati uccisi in azione ed erano stati passati alle scuole di medicina e agli ospedali per favorire il progresso della ricerca scientifica. È però comprensibile che le famiglie palestinesi trovino insoddisfacente la spiegazione di Hiss. Se era giunto a non rispettare i desideri della famiglia di un soldato, cosa gli impediva di fare altrettanto con le famiglie palestinesi?

A Hiss fu consentito di continuare a svolgere il suo incarico di direttore di Abu Kabir fino al 2005, quando riemersero le accuse di commercio illegale d'organi. In quel caso Hiss ammise di avere prelevato organi da 125 cadaveri senza autorizzazione. Dopo il patteggiamento, il procuratore generale decise di far cadere le accuse e Hiss fu semplicemente ammonito. [8] Ha continuato a lavorare come capo patologo ad Abu Kabir.

Andrebbe anche notato, come evidenzia Boström, che all'inizio degli anni Novanta Israele soffriva di una grave penuria di donazioni, al punto che Ehud Olmert, all'epoca ministro della sanità, lanciò una campagna pubblica per incoraggiare gli israeliani a farsi avanti.

Questo spiega forse le azioni di Hiss: potrebbe aver cercato di rimediare alla mancanza di organi.

Date le informazioni di cui siamo a conoscenza, dev'esserci almeno un forte sospetto che Hiss abbia prelevato organi senza autorizzazione da alcuni palestinesi sottoposti ad autopsia. La questione, come il possibile ruolo dell'esercito nel fornirgli i cadaveri, va indagata.

Hiss è anche coinvolto in un vecchio e irrisolto scandalo che risale agli anni Cinquanta, quando i figli di ebrei immigrati di recente in Israele dallo Yemen furono adottati da coppie ashkenazite dopo che ai veri genitori fu detto che il loro figlio era morto, solitamente dopo un ricovero ospedaliero.

Dopo un iniziale insabbiamento, i genitori yemeniti continuarono a esigere risposte dallo Stato e costrinsero le autorità a riaprire il caso. [9] Le famiglie palestinesi meritano che venga fatto lo stesso.

Diversamente dai genitori yemeniti, però, le loro possibilità di ottenere delle indagini più o meno trasparenti sembrano del tutto prive di speranza.

Quando le richieste di giustizia dei palestinesi non sono supportate dalle indagini dei giornalisti o dalle proteste della comunità internazionale, Israele può tranquillamente permettersi di ignorarle.

Vale la pena di ricordare al proposito il costante ritornello dei pacifisti israeliani, secondo i quali la brutale, quarantennale occupazione dei palestinesi ha profondamente corrotto la società israeliana.

Quando l'esercito gode di un potere irresponsabile, come facciamo noi e i palestinesi a conoscere il grado di impunità dei soldati in condizioni di occupazione? Quali sono i limiti in vigore che permettono di prevenire gli abusi? E chi li richiama se commettono dei crimini?

E ancora, quando i politici israeliani sono solo capaci di strillare “accusa del sangue” o “antisemitismo” non appena vengono criticati, danneggiando la reputazione di coloro che accusano, quale incentivo hanno ad avviare indagini che possono danneggiare loro o le istituzioni cui sovrintendono? Che motivo hanno di essere onesti quando possono intimidire e costringere al silenzio chi li critica, senza rischiare nulla?

È questo il significato dell'espressione “Il potere corrompe”, e i politici e i soldati israeliani, e almeno un patologo, hanno evidentemente troppo potere, soprattutto sui palestinesi sottoposti a occupazione.


Note:

[1] http://www.haaretz.com/hasen/spages/1109437.html

[2] http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=8390&lg=en

[3] http://www.slate.com/id/2223559/

[4] http://www.aftonbladet.se/kultur/article5652583.ab

[5] http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3766093,00.html

[6] http://www.pubmedcentral.nih.gov/articlerender.fcgi?artid=1173179

[7] http://www.israelfaxx.com/webarchive/2002/01/2fax0104.html

[8] http://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/90518

[9] http://www.independent.co.uk/news/world/israel-seeks-lost-children-of-yemen-exodus-1318037.html


Il Guardian dimostra di cosa è capace
Breve corrispondenza con la curatrice della sezione Comment is
Free
di Jonathan Cook, 4 settembre 2009

I giornalisti progressisti dei media dominanti si indignano sempre quando si insinua che i loro articoli o le loro considerazioni sono in qualche modo influenzati dalla minaccia di ritorsione da parte dei poteri forti. Nelle facoltà di giornalismo si insegna che nelle democrazie occidentali i giornalisti dei giornali seri cercano la verità e, con l'eccezione di qualche mela marcia, si rifiutano di sottomettersi alle intimidazioni. Israele offre qui l'occasione per fare un interessante riscontro.

In realtà, la paura di essere etichettati antisemiti è per la maggior parte dei giornalisti un potente elemento dissuasivo quando si tratta di criticare aspramente Israele. Israele e i suoi sostenitori sono ben consapevoli del loro potere, e quando i media dominanti si permettono di sollevare questioni che Israele preferirebbe evitare saltano loro addosso dispensando irresponsabilmente l'accusa di antisemitismo. L'orchestrato furore con cui è stato accolto l'articolo del quotidiano svedese Aftonbladet nell'agosto 2009 sul possibile coinvolgimento dell'esercito israeliano nel furto d'organi serviva proprio a ricordare agli altri media di non fare lo stesso errore.

La vera lezione che i giornalisti dovevano imparare dalla disputa sull'articolo del giornale svedese era che, quando si scrive con toni critici di Israele, bisogna essere certi di esaminare approfonditamente l'argomento, avere prove certe e non spingere le argomentazioni oltre i limiti di ciò che è ragionevolmente possibile arguire. Si tratta di principi che dovrebbero guidare tutti i giornalisti (e che in questo caso Aftonbladet ha trascurato di rispettare), anche se sono requisiti più impegnativi di quelli che ci si aspetta scrivendo della maggior parte degli altri paesi. Basti pensare, per esempio, quanto i giornalisti occidentali esiterebbero a seguire una storia che coinvolgesse lo Stato venezuelano nel traffico d'organi di contadini, perfino se Hugo Chavez esprimesse la propria furibonda indignazione al proposito.

Purtroppo, però, la vera lezione del caso Aftonbladet, quella apparentemente diretta ai nostri media e da essi assimilata, è di stare zitti su temi capaci di far infuriare Israele.

Una settimana dopo aver sottoposto un articolo di commento alla storia di Aftonbladet alla sezione Comment is Free del Guardian, il suo redattore esecutivo Georgina Henry l'ha respinto. Il suo ragionamento, almeno per un ex giornalista del Guardian come me che ha lavorato per molti anni agli esteri, è parso più che strano e non si intonava con i criteri usati abitualmente dal giornale per valutare una notizia o un articolo d'opinione. Brian Whitaker, che aveva ricevuto per primo il pezzo ed è l'ex responsabile per il Medio Oriente, lo aveva chiaramente gradito e mi aveva detto “intendiamo usarlo”. Ma accennando a dei dubbi sul fatto che il suo giudizio si accordasse con quello dei responsabili del sito, mi avvertì che l'argomento era “una patata bollente” e per la decisione si sarebbe dovuto attendere perché “un paio di persone sono in vacanza”.

Sconcertato dalla spiegazione fornita dalla Henry nella sua email di rifiuto, ho avviato una corrispondenza con lei. La sua iniziale disponibilità a rispondere, apparentemente generosa, era in realtà motivata, sospetto, dalla necessità di persuadere me, ex giornalista del Guardian, e se stessa che stava facendo una cosa ragionevole respingendo il mio articolo. La mia educata ma irritante insinuazione che le sue parole implicassero che stava respingendo il pezzo non per ragioni pertinenti ma per paura delle attese ritorsioni, come pure il mio chiederle di spiegarmi quali fatti richiedessero una “verifica indipendente al 100%” (richiesta molto insolita per un articolo d'opinione), l'anno presto portata a chiudere la discussione.

Il carteggio offre, credo, alcune interessanti spunti per comprendere le illusioni di molti dei nostri maggiori giornalisti progressisti, che hanno disperatamente bisogno di credersi, come dicono, impavidi nella loro ricerca della verità.

L'intero carteggio si è svolto in 90 minuti, la sera del 3 settembre.

Georgina Henry: “Desolata per il ritardo della mia risposta. Mi dispiace, ma non lo pubblicherò su Comment is Free – sono riluttante a pubblicare qualcosa che sarebbe meglio trattare come notizia che come commento, che il nostro corrispondente dal Medio Oriente non ha verificato, su un tema sensibile e dibattuto come questo. Come sa, abbiamo anche pubblicato il commento di Seth Freedman sull'articolo del giornale svedese, dunque sul sito c'è già stata tutta una discussione. Spiacente di non poter essere più utile.”

Notate già qui, e in seguito nelle sue email, i riferimenti alla pubblicazione su Comment is Free di un articolo di Seth Freedman sulla questione del furto di organi (che può essere letto qui). Dovrebbe servire da prova decisiva e perentoria del fatto che non ha “paura” della lobby israeliana e di potenziali accuse di antisemitismo. Vuole far capire che lei e Comment is Free hanno preso una decisione coraggiosa pubblicando il pezzo di Freedman – o forse anche solo un articolo sulla questione. Ma obiettivamente per loro era l'alternativa più semplice. Pubblicare l'articolo di un ebreo che vive in Israele e che regolarmente dice di essere stato nell'esercito israeliano, nel quale sta scritto che il pezzo svedese era insensato e un esempio di cattivo giornalismo ma che le accuse di antisemitismo della dirigenza israeliana erano ingiuste e controproducenti, non equivale certo a prendere una decisione audace o coraggiosa.

Jonathan Cook: “Ovviamente la tua posizione è inamovibile, ma le tue spiegazioni mi sembrano molto strane. Nell'articolo di Seth Freedman e nel dibattito tra i lettori di Comment is Free non si è discusso assolutamente delle prove di un possibile coinvolgimento nel furto d'organi palestinesi del Professor Yehuda Hiss [Direttore di Patologia in Israele] – e cioè l'importante contributo a questo dibattito fornito dal mio articolo. E per quanto riguarda l'osservazione che sarebbe stato meglio trattare l'articolo come una notizia, come era possibile? La “notizia” che ricollega a Hiss il furto d'organi è di diversi anni fa (anche se allora fu ampiamente ignorata) e non avrebbe assolutamente interesse per un redattore degli esteri. Inoltre collegare Hiss a quella storia richiede un certo grado di speculazione, anche se informata: e questa, accettabile in un commento, non è certo lo standard delle pagine di cronaca.

“Per quanto riguarda il fatto che si tratta di un tema sensibile e dibattuto, be', la questione è proprio questa, no? Sto cercando di mettere in chiaro il punto del contendere. Per “sensibile” ipotizzo che voglia dire che la suscettibilità di Israele che ci costringe a mantenere chiuso il dibattito l'ha vinta sulla suscettibilità delle famiglie palestinesi che aspettano da due decenni delle risposte su ciò che è accaduto ai loro cari. È sempre stato così”.

Georgina Henry: “È un tema sensibile perché richiede la certezza al 100% da parte nostra che terrà testa a un attento scrutinio. Sarà il primo a convenire che qualsiasi cosa scriva sarà setacciata minuziosamente dai sostenitori di Israele alla ricerca di prove di pregiudizio o antisemitismo. Per questo motivo tutto ciò che riguarda questa storia dovrebbe essere verificato indipendentemente da un giornalista del Guardian e io a Comment is Free non ho le risorse per farlo. Posso, come ho detto, metterla in contatto con Rory McCarthy, il nostro corrispondente a Gerusalemme, attraverso la redazione degli esteri.

“La prego di non saltare ad altre conclusioni come i peggiori complottisti che affollano i commenti agli articoli su I[sraele]/P[alestina] che pubblichiamo. Non penso proprio che possa accusare il Guardian o Comment is free di sottrarsi agli argomenti controversi”.

Di fatto, potrei davvero fare quest'accusa, ma teniamocela per un'altra volta e continuiamo a ragionare. È interessante che ora Henry sembri suggerire che sta facendo tutto questo per me, visto che ciò che scrivo sarà sottoposto a scrutinio dai sostenitori di Israele. Perché è più preoccupata per la mia reputazione di quanto lo sia io? Inoltre, i suoi commenti suggeriscono ancora una volta che le sue argomentazioni siano dettate dalla paura delle conseguenze.

Jonathan Cook: “A proposito del fatto che sarei sottoposto ad attento scrutinio, è per questo che ho incluso i link agli articoli pubblicati sui media israeliani. Il coinvolgimento di Yehuda Hiss nel furto d'organi è un fatto inconfutabile, benché all'epoca fosse stato seguito pochissimo dai media. Curiosamente, anche se la notizia venne riferita da Haaretz e altri, l'Israel National News – il servizio di informazione dei coloni – le dedicò massimo spazio perché si riteneva che Hiss avesse violato la santità del corpo ebraico, per quanto riguarda gli ebrei religiosi, avendo prelevato organi da ebrei prima della sepoltura.

“Il motto di Comment is Free è 'I fatti sono sacri, i commenti sono liberi'. Ecco perché mi sono attenuto molto rigidamente ai fatti riportati, facilmente verificabili leggendo i link che rimandano a fonti israeliane, e ho fatto l'ipotesi più prudente possibile: che siano ragionevoli le domande su ciò che è accaduto ai corpi quando sono stati sottoposti ad autopsia; che le famiglie [palestinesi] meritino risposte; ma che non le riceveranno a causa dei rapporti di forza sotto l'occupazione. (A proposito, e non senza ironia, ho anche cercato di dire che spesso noi giornalisti veniamo meno al nostro dovere nei confronti dei palestinesi di indagare sulle loro accuse, in questo e in altri casi, perché siamo più preoccupati per la reazione di Israele che per i loro diritti).

“Inoltre penso che l'allusione a un mio ipotetico complottismo è infondata e fuori luogo. Dal mio punto di vista, quello che succede qui è che Comment is Free sta scegliendo la strada più facile, evitando di finire in una disputa che ha già coinvolto un altro giornale, e scegliendo di distogliere lo sguardo da una questione che riguarda i diritti umani dei palestinesi. Senza dubbio è soprattutto questo il motivo per cui Netanyahu e Lieberman sono saltati addosso ad Aftonbladet ”.

Georgina Henry: “La sua conclusione è sbagliata, in realtà. Se volessi evitare la rissa non avrei pubblicato l'articolo di Seth. Ma non importa: come tanta altra gente con cui ho a che fare attraverso Comment is Free lei si è già fatto un'idea dei miei motivi e non vale la pena di continuare questa corrispondenza.

“La realtà è che su questa storia voglio una verifica indipendente di un giornalista del Guardian su ciò che lei ha scritto, e non ho, a Comment is Free, le risorse per questo. Sono ancora convinta che sia più un tema da affidare agli esteri, dunque contatti il reparto esteri del giornale”.

Così pone fine alla discussione, ma non prima di essersi lavata la coscienza riproponendo il suggerimento che avevo già giudicato impraticabile: riscrivere il pezzo come una notizia di cronaca. Anche l'argomento della verifica è un falso pretesto.

Jonathan Cook: “Non mi sono fatto un'idea: me l'ha detto lei. Questo articolo sarà sottoposto ad attento scrutinio (a causa della lobby israeliana e delle sue intimidazioni) e dunque lei ha bisogno di applicare un certo standard – una verifica indipendente al 100% – prima di pubblicare il mio commento sulla questione. Se questi standard venissero applicati ad altri temi su Comment is Free, sul sito non verrebbe pubblicato niente. Si può fare solo una ragionevole deduzione dalle sue affermazioni: che lei pensa che questa sia una materia troppo spinosa. Se riesce a offrirmi un'altra interpretazione ragionevole sarò lieto di ascoltarla.

“Avrebbe invece potuto dirmi quali fatti necessitavano di verifica malgrado i link ad affermate fonti israeliane che ho fornito. In tal caso avrei potuto vedere se fosse possibile fornire prove soddisfacenti. Il fatto è che sto cercando io stesso di capire quale sia il problema. È su tutti i media israeliani la notizia che Hiss ha confessato il furto d'organi su vastissima scala, e che era il patologo di Abu Kabir negli anni Novanta. L'esercito ha ammesso con Aftonbladet, e nessuno ha detto il contrario in tutta la controversia su questa storia, le molte autopsie effettuate sui palestinesi all'inizio degli anni Novanta. È ampiamente riferito dai media israeliani che tutte queste autopsie venivano effettuate ad Abu Kabir, dove Hiss era patologo (Rory può confermarglielo in un minuto). Tutto il resto è costituito da educate e informate ipotesi e opinioni, che per definizione non possono essere verificate.

“Bisognerebbe inoltre osservare che, anche a proposito dei 'fatti' inclusi in questo articolo, non è necessario che siano dimostrati oltre ogni ragionevole dubbio. Mi baso su notizie credibili fornite da fondate fonti israeliani su quello che è accaduto in un'indagine di polizia. (Il genere di prove che i giornalisti del Guardian usano ogni giorno per scrivere le loro notizie, peraltro.) Nel caso altamente improbabile che qualcuna di queste notizie risulti dopo tanti anni errata, questo non danneggerebbe né la mia reputazione né quella di Comment is Free. Comunque avremmo espresso un'argomentazione ragionevole – che le plausibili accuse delle famiglie necessitano di essere investigate – basata in buona fede sulle prove credibili a disposizione.

“Il mio problema con la sua risposta è che lei applica un'irragionevole soglia di dimostrabilità alla questione, una soglia che un articolo di commento non potrebbe mai raggiungere”.

Henry non ha più risposto. Paradossalmente, poco tempo dopo, Forward, il giornale dell'establishment ebraico americano, ha pubblicato un articolo che conferma tutti i fatti che secondo Henry necessitavano di verifica.


Originale da: CounterPunch e l'autore

Articoli originali pubblicati il 4/9/2009

L’autore

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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LA TERRA DI CANAAN: 10/09/2009

 
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