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27/11/2020
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La testimonianza di Jean-François Dupaquier, scrittore, giornalista e presidente dell’associazione internazionale Memorial

Il genocidio dei Tutsi del Ruanda: L’attentato del 6 aprile 1994? Una manipolazione, dall’inizio alla fine


AUTORE:   Billets d'Afrique...et d'ailleurs

Tradotto da  Loredana Miele


Il giudice «antiterrorista»  Jean-Louis Bruguière era stato incaricato di identificare e di perseguire i responsabili dell’attentato del 6 aprile 1994 a Kigali (Ruanda) che era costato la vita al presidente ruandese  Juvénal Habyarimana, e dato il via allo sterminio dei Tutsi. L’ordine di eseguirlo si basava pesantemente sulle «prove incriminanti» di Richard Mugenzi, intercettatore radio, che si sostiene abbia captato, il 7 aprile 1994, alcuni messaggi nei quali il Fronte Patriottico Ruandese rivendicava l’attentato. Oggi Richard Mugenzi afferma che questi messaggi di rivendicazione erano stati scritti di sana pianta dagli estremisti Hutu, senza alcun dubbio per dissimulare la loro responsabilità nell’attentato. Rivelazioni, queste, che indeboliscono molto la tesi del giudice francese. 


Juvénal Habyarimana

Billets d’Afrique: - Signor Dupaquier, il giornale Le Monde ha rivelato che lei ha incontrato uno dei testimoni che sembravano aver convinto il giudice Bruguière della responsabilità del Fronte Patriottico Ruandese (FPR) nell’attentato del 6 aprile 1994 – attentato che è costato la vita al presidente ruandese Juvénal Habyarimana e che è servito da scintilla all’avvio del genocidio del 1994 in Ruanda. Secondo Le Monde, il Nouvel Observateur, Le Soir de Bruxelles, l’Agence France-Presse e altri media, questo testimone, Richard Mugenzi, al contrario della tesi sviluppata dal giudice Bruguière, sembra oggi scagionare il FPR dalla responsabilità di questo attentato. In quali condizioni lei ha raccolto questa testimonianza che ha fatto così tanto rumore, e quali sono le conseguenze? 


Richard Mugenzi


Jean-François Dupaquier: - Ritrovare Richard Mugenzi non è stato facile, e ringrazio il giudice Bruguière di avermi involontariamente aiutato. Il contesto è stato il seguente: da diversi  anni sto lavorando alla redazione di un libro sulle origini del genocidio del 1994, che ha visto lo sterminio di circa un milione di Tutsi e di molti Hutu democratici. Sia come giornalista-scrittore che come testimone esperto e consulente presso il Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda (TPIR, tribunale incaricato dal ’94 di identificare e giudicare i principali responsabili e «sterminatori»), ho un accesso relativamente agevole alle udienze pubbliche  del tribunale di Arusha (Tanzania). Il processo più notevole è quello in cui sono comparsi, insieme, il colonnello Théoneste Bagosora, considerato l’artefice del genocidio, e molti ufficiali superiori ruandesi del suo braccio destro, il colonnello Anatole Nsegiyumva. Per questo processo sono state necessarie diverse centinaia di giornate di udienza, e decine di migliaia di pagine di verbali di processo e documenti di ogni tipo, e durante il suo svolgimento è stato possibile veder sfilare i testimoni chiave del genocidio del ’94. 

Sono stato particolarmente impressionato dalla lunga deposizione, nel 2002, di un uomo la cui identità era oggetto di protezione straordinaria, al punto che la sua deposizione è stata in parte «censurata». Sotto lo pseudonimo di ZF, e nascosto dietro una spessa cortina, egli ha fornito una testimonianza straziante sull’organizzazione del genocidio a Gisenyi, città di confine con lo Zaire, che all’epoca era il covo degli estremisti Hutu. Malgrado questa «censura», era evidente che ZF era un operatore reclutato dall’ottobre del 1990 dalle Forze Armate Ruandesi per intercettare i messaggi radio dei ribelli del Fronte Patriottico Ruandese. 

Mi è sembrato allora indispensabile incontrarlo, nel contesto delle mie ricerche, ma malgrado i miei sforzi non ero mai riuscito ad identificarlo. Al TPIR il suo nome figurava tra i segreti meglio custoditi dall’équipe di «Protezione dei testimoni», e nessuno voleva rischiare il posto per informarmi sulle generalità di quest’uomo. 

Nel novembre del 2006, quando il giudice Jean-Louis Bruguière ha emanato il testo della sua ordinanza (che si può facilmente trovare su internet) che accusava nove alti gradi dell’Armata Ruandese di essere stati i principali organizzatori dell’attentato del 6 aprile 1994, nel testo veniva citato il nome di Richard Mugenzi, operatore radio a Gisenyi (pagina 30). Così facendo, il giudice antiterrorista sembra aver violato impegno con il Tribunale Penale Internazionale: aveva infatti ricevuto l’autorizzazione ad interrogare Richard Mugenzi nel 2001 ad Arusha, a condizione che ne venisse preservato l’anonimato. Ma, secondo il mio parere, questa è la minore delle anomalie dell’istruttoria condotta da Bruguière. In ogni caso, questo mi ha permesso di associare un nome all’uomo che volevo intervistare da tanto tempo. In seguito, mi ci sono voluti tre anni per ritrovarlo. Senza entrare nei dettagli, sono riuscito a localizzare Richard Mugenzi il 29 maggio del 2009, e ci siamo accordati per un’intervista al 31 maggio. E’ nel corso di questa intervista che mi ha rivelato che Jean-Louis Bruguière aveva commesso un errore nell’utilizzare la sua testimonianza per accusare il Fronte Patriottico Ruandese dell’attentato. 

Billets d’Afrique: - Può spiegarci per quale motivo la testimonianza di Richard Mugenzi è così importante? 

Jean-François Dupaquier: - Richard Mugenzi è menzionato alle pagine 29, 30, 31, 51 e 52 dell’ordinanza di Bruguière. Questo vuol dire che il giudice «antiterrorista» stesso gli attribuiva una certa importanza. Il 7 aprile 1994, verso le 8 e 45 del mattino, si presume che Richard Mugenzi abbia intercettato un messaggio radio del Fronte Patriottico Ruandese che rivendicava l’attentato  commesso dodici ore prima a Kigali. Questo messaggio era diffuso «in chiaro», contrariamente alle abitudini di «cifratura» del Fronte Patriottico Ruandese e, bisogna dirlo, di tutte le armate in guerra. Il messaggio era grosso modo questo: «l’Invincibile (soprannome che il suo entourage aveva dato al presidente Juvénal Habyarimana) è morto sul suo aereo, i gorilla (gli Hutu) hanno perso, le cutrettole (i Tutsi) hanno vinto, la vittoria è vicina, congratulazioni allo Squadrone Corazzato, la guerra ricomincia, ecc. ». 

Richard Mugenzi avrebbe poi trascritto tre altri messaggi, sempre diffusi in chiaro tra altri numerosi messaggi cifrati, che «confermavano» che il Fronte Patriottico Ruandese era certamente l’autore dell’attentato, poiché lo rivendicava e se ne attribuiva il merito. 

Billets d’Afrique: - Dunque non poteva esserci nemmeno la più piccola ambiguità sui responsabili dell’attentato che ha causato la morte del presidente ruandese, quella del presidente del Burundi che lo accompagnava, di diversi ministri e alti funzionari, così come di tre francesi: il pilota, il copilota e il meccanico di bordo? Attentato che ha poi innescato il genocidio? 

Jean-François Dupaquier: - Con quei quattro telegrammi di rivendicazione, il giudice Bruguière pensava di avere tra le mani la prova assoluta della responsabilità del FPR nell’attentato. 

Devo riconoscere che dopo la sua ordinanza del 7 novembre 2006 e le rivelazioni che erano trapelate sulla sua istruttoria, il contenuto di questi presunti messaggi mi aveva turbato. Fin dalla sua nascita nel 1988, il Fronte Patriottico Ruandese professava un rifiuto viscerale del razzismo del regime di Habyarimana, che si basava sull’idea di «quote etniche» tra Hutu e Tutsi. Il  movimento ribelle – in maggioranza Tutsi – condannava un apartheid che ormai non era più in vigore se non in Ruanda e in Africa del Sud. I suoi membri rifiutavano di chiamarsi Hutu o Tutsi, e si proclamavano «solamente Ruandesi». Era dunque strano che all’indomani dell’attentato del 6 aprile il FPR avesse diffuso – e per giunta in chiaro – dei messaggi che stigmatizzavano gli Hutu qualificandoli come «gorilla», in opposizione ai Tutsi assimilati a quegli eleganti uccelli che sono le cutrettole. Come autore del libro «I media del genocidio», conosco abbastanza bene la situazione da sapere che era la stampa degli Hutu estremisti dell’epoca a credere che il FPR considerava gli Hutu come dei «gorilla», e a diffondere caricature di questo tipo. 

La questione dei quattro telegrammi del 7 aprile non aveva inizialmente avuto tutta la mia attenzione, poiché l’attentato contro l’aereo di Habyarimana non era all’origine del genocidio, cosa che spero di riuscire a spiegare in una prossima pubblicazione. Ma mi ero ripromesso di interrogare Richard Mugenzi in proposito, e così ho iniziato con il domandargli se, durante i suoi quattro anni di intercettazioni di messaggi del FPR, aveva mai notato qualche accenno sulle divisioni etniche Hutu-Tutsi. Mi ha risposto di no. Gli ho allora letto i quattro messaggi del FPR che si suppone siano stati intercettati dai radio-operatori il 7 aprile. E’ stato allora che mi ha fatto questa confessione:  quei messaggi non erano intercettazioni, ma gli erano stati dettati dal colonnello Anatole Nsengiyumva. In pratica Nsengiyumva, uno degli alti gradi più estremisti, gli aveva dato un foglietto di carta che gli aveva chiesto di ricopiare come se si fosse trattato di un messaggio intercettato dal FPR. Ammetto di essere rimasto sconcertato da questa rivelazione. Gli ho letto allora gli altri tre messaggi, e mi ha dato la stessa risposta. 

Billets d’Afrique: - A quale conclusione è giunto dopo questa dichiarazione di Richard Mugenzi? 

Jean-François Dupaquier: - La rivelazione dell’ex operatore radio chiariva in un sol colpo questo episodio: ci si trovava di fronte ad una deliberata manipolazione. Esattamente dodici ore dopo l’attentato, il colonnello Nsengiyumva, diretto vice e complice del colonnello Bagosora (come ha dimostrato, lo scorso febbraio, la sentenza del Tribunale Penale Internazionale che ha condannato entrambi al carcere a vita), ha cercato di far credere che l’attentato fosse stato commesso dal FPR fornendo una falsa nota. 


I colonelli Anatole Nsengiyumva (sin.)   et Théoneste Bagosora (dr.), dicembre 2008, Arusha. Foto Tony Karumba/Agence France-Presse — Getty Images

Billets d’Afrique: - Non aveva mai immaginato, in precedenza, una tale manipolazione? 

Jean-François Dupaquier: - Dopo le udienze del processo di Bagosora nel 2002, sapevo che a Gisenyi si trovava un centro di spionaggio radio considerato «efficientissimo». Avevo scoperto che anche i militari francesi avevano un ruolo in questo centro, e che Richard Mugenzi aveva beneficiato di una formazione in materia di radiospionaggio impartitagli da tali militari francesi. Ma, in quanto giornalista, non avevo ancora mai avuto a che fare durante la mia carriera con alcuna questione di spionaggio, e così mi sono improvvisamente reso conto che il centro di spionaggio di Gisenyi era un centro di disinformazione, e che la disinformazione è una delle maschere dello spionaggio. Senza dubbio, non avevo letto con sufficiente attenzione il libro di Gabriel Peries e David Servenay, «Una guerra nera», che tratta approfonditamente di questo «apporto» dei militari francesi in Ruanda, un metodo che discende direttamente dai metodi utilizzati durante la guerra in Algeria… 

Richard Mugenzi mi ha confermato durante la stessa intervista che il colonnello Nsengiyumva gli aveva dettato anche in altre occasioni  alcuni presunti messaggi del FPR che sarebbero risultati come intercettati via radio, e che non erano altro che operazioni di disinformazione. 

Billets d’Afrique: - Qual era il fine dei falsi messaggi del FPR? 

Jean-François Dupaquier : - Tutti coloro che sono almeno un poco informati sulla tragedia ruandese sanno che gli estremisti Hutu hanno in seguito trasmesso il seguente messaggio, e precisamente sulle onde della Radio-Televisione delle Mille Colline (RTML): «I Tutsi del FPR hanno ucciso il Padre della Nazione, tutti i Tutsi meritano per questo la morte». Una propaganda che ha esasperato le masse Hutu e le ha spinte con ancor più forza a sterminare i loro vicini Tutsi, uomini, donne e bambini, anziani, senza alcuna eccezione… e con ancor più efficacia, poiché la popolazione era da ormai molto tempo bombardata da una propaganda di odio, e inquadrata da una milizia essa stessa armata e addestrata a uccidere. Si comprende quindi che i falsi messaggi facevano parte di un sofisticato piano per arrivare al genocidio dei Tutsi, demonizzando questi ultimi e cercando di trasformare gli Hutu in assassini.  

Billets d’Afrique: - Ma allora perché Richard Mugenzi ha mentito al giudice Bruguière quando questi lo ha interrogato ad Arusha? 

Jean-François Dupaquier : - In quel momento ero talmente sorpreso della rivelazione da aver dimenticato di porre questa domanda. Ho richiamato Mugenzi più tardi e mi ha allora spiegato che, quando aveva testimoniato al TPIR nel 2002 contro Bagosora e Nsengiyumva, nessuno gli aveva fatto domande su quei famosi telegrammi. Sappiamo che per la procura del TPIR lo scenario dell’attentato del 6 aprile 1994 era un argomento tabù, e il giudice Bruguière aveva criticato questo atteggiamento nella sua ordinanza – e a pieno titolo. E, nel quadro del contro-interrogatorio del testimone che li schiacciava a proposito del loro ruolo nel genocidio a Gisenyi, né Bagosora né Nsengiyumva hanno più sollevato la questione, e oggi se ne comprende il perché. 

Jean-Louis Bruguière afferma di aver interrogato Richard Mugenzi il 5 giugno 2001 (pagina 52). Egli non avrebbe mai, di fatto, interrogato questo testimone che tuttavia descrive come fondamentale. Richard Mugenzi dice di aver avuto soltanto una mezz’ora di preavviso, prima di essere ascoltato dall’équipe del giudice ad Arusha. Dice di essersi ritrovato di fronte ad un poliziotto francese che si sarebbe accontentato solo di fargli riconoscere la sua calligrafia sulla trascrizione dei cosiddetti messaggi del FPR, senza nemmeno curarsi di domandare se si trattava di trascrizioni autentiche. Ora, io qui vi sto rilasciando la versione di Richard Mugenzi. Sarebbe interessante leggere il verbale di questa udienza nel dossier Bruguière, che però è purtroppo coperto dal segreto istruttorio. 

Billets d’Afrique: - Lei ha fatto cenno a delle possibili carenze da parte degli agenti di polizia del gruppo del giudice  Jean-Louis Bruguière. Potrebbe essere più chiaro? 

Jean-François Dupaquier: - Sembra che l’istruttoria sia stata condotta in una sola direzione, a carico di un solo colpevole designato troppo in fretta: il FPR. Un esempio: alla lettura dell’ordinanza, ci si accorge che tra i testimoni del giudice c’è un giornalista ruandese che conoscevo molto bene, Jean-Pierre Mugabe. Sul suo giornale, La Tribuna del Popolo, egli ha pubblicato un lungo articolo in cui accusava quattro membri della guardia presidenziale di aver assassinato Habyarimana. Un’ipotesi, questa, subito rifiutata da Bruguière. Più tardi, rifugiatosi negli Stati Uniti, Mugabe accusa questa volta il FPR di aver finanziato l’attentato. Il giudice sembra esultare e prosegue su questa nuova pista, come se si fosse trattato per forza di quella giusta, senza domandarsi se questo testimone che dice tutto e il contrario di tutto fosse realmente credibile.  

Billets d’Afrique: - E’ un dettaglio! 

Jean-François Dupaquier : - Va bene, allora parliamo di indizi più importanti, come la famosa scatola nera del Falcon su cui viaggiava il presidente. Come ha rivelato il giornalista Patrick de Saint-Exupéry su Le Monde l’8 aprile scorso, questo celebre «registratore delle voci del cockpit» ritrovato in condizioni misteriose dopo l’attentato, è stato identificato dagli specialisti come la scatola nera di un Concorde. Questa sarebbe stata sottratta dalla pista dell’aeroporto di Rossy in Francia, verosimilmente da un’officina della manutenzione, e poi manipolata per inserirvi la registrazione delle conversazioni sulla pista di Kigali. Sarebbe poi stata sostituita alla «vera» scatola nera del Falcon 50 del presidente che, invece, non è mai stata ritrovata. 

Non è difficile indovinare a quali «servizi» possa appartenere la persona che ha operato una manipolazione insieme così sottile e così sciocca. Nell’aprile del 1994, impegnati ad affrontare il genocidio e la ripresa della guerra, i militari del FPR avevano altre preoccupazioni e certamente non avevano una tale capacità di falsificazione degli indizi.  

Questa scatola nera è  dunque un’esca, ma sembra che la polizia antiterrorista non abbia cercato di capire chi abbia rubato, trasportato e piazzato questo falso indizio nel posto giusto, ovvero il luogo dello schianto.  

Terzo falso indizio: i due lanciamissili ritrovati il 24 o il 25 aprile su una collina nei pressi dell’aeroporto di Kigali in condizioni più che sospette. Il giudice Bruguière fa a lungo riferimento a questi due tubi lanciamissili che sono sfortunatamente scomparsi in seguito, dando per scontato che fossero serviti per l’attentato all’aereo presidenziale.  

I deputati francesi, nel quadro della «Missione d’informazine Quilès» del 1998, avevano osservato che la fotografia di uno dei due tubi lanciamissili, diffusa a maggio dai militari ruandesi, mostrava che il tubo aveva ancora i suoi due tappi, che quindi era nuovo e non poteva ancora essere stato usato. Il giudice Bruguière non fa nemmeno riferimento a questa osservazione di semplice buon senso, e tralascia ogni senso critico ogni qualvolta gli si presenta una «prova» che faccia ricadere la colpa sul Fronte Patriottico Ruandese.  

Billets d’Afrique: - Ma cosa la porta ad essere così categorico? 

Jean-François Dupaquier: - Nella sua ordinanza, il giudice Bruguière osserva (pagine 40-43) che il FPR possedeva, fin dalla sua offensiva dell’ottobre 1990, dei missili SAM 7 e SAM 16 – fatto attestato da parecchie fonti, degne di fiducia e concordanti fra loro. Coloro che hanno osservato la situazione della guerra civile in Ruanda, cominciata il primo ottobre 1990 con l’incursione del FPR, sanno che quest’ultimo aveva sottratto tutta una serie di armi pesanti dagli stock dell’armata ugandese, tra cui un numero considerevole di missili terra-aria venduti nel 1987 all’Uganda dall’ex-Unione Sovietica. Queste armi antiaeree miravano a compensare l’inferiorità strategica dei ribelli che operavano su un territorio quasi desertico e quindi quasi del tutto privo di copertura vegetale, che si trovava dunque alla mercé dei sei elicotteri Gazelle armati di mitragliatori e di missili delle Forze Armate Ruandesi (FAR), mezzi che si sono poi rivelati terribilmente efficaci contro le armi dei ribelli. 

A proposito di questo argomento ho interrogato James Karebe, Capo di Stato Maggiore dell’Armata Patriottica Ruandese (APR), il quale mi ha raccontato di come nell’ottobre del 1990 la sua colonna ribelle motorizzata fosse stata praticamente annientata. Un elicottero Gazelle che aveva violato lo spazio aereo della Tanzania li aveva sorpresi in pieno giorno e fatto saltare tutti i veicoli a colpi di mitragliatore, lasciando dietro di sé molti morti e feriti.  

Tuttavia, fino all’attentato del 6 aprile 1994, durante quattro anni di guerra, nessun aeromobile delle forze armate ruandesi è stato abbattuto o danneggiato da uno di questi missili.  

Billets d’Afrique: - Jean-Louis Bruguière afferma l’esatto contrario nella sua ordinanza. Anzi, vi sono in essa molte testimonianze di piloti francesi e ruandesi che affermano che diversi aerei delle FAR sono stati abbattuti da missili di tipo SAM… 

Jean-François Dupaquier: - E’ comprensibile la ragione di questa accusa, che conforta la tesi del giudice: essa proverebbe che il FPR era agguerrito per via del possesso dei SAM, e che l’abbattimento del Falcon 50 di Habyarimana non era il primo «fatto d’armi» di questo tipo. E tuttavia il giudice Bruguière si si sbaglia: in quattro anni di guerra civile, il FPR non ha abbattuto nemmeno un aereo con quei missili.  

Billets d’Afrique: - Quale prova ha che il giudice si sbaglia, nella sua ordinanza? 

Jean-François Dupaquier: - Il giudice Bruguière sostiene che un elicottero e un aereo d’osservazione sono stati abbattuti da missili del FPR nell’ottobre del 1990 e all’inizio del 1991. Questa affermazione è contraddetta da una nota del generale Quesnot, capo di stato maggiore particolare del presidente Mitterrand - e a questo titolo destinatario di tutti i rapporti dell’Addetto alla Difesa di Kigali, così come dei rapporti dei Servizi Informativi del Ruanda. In questa nota indirizzata al Presidente della Repubblica, datata al 23 maggio 1991 e che chiunque può consultare nei fondi d’archivio Mitterrand, il generale Quesnot è effettivamente preoccupato dai missili del FPR ma non menziona alcun aereo abbattuto con questi mezzi. Al contrario, si dice preoccupato «di un caso concreto di proliferazione anarchica di missili terra-aria, armamento che rappresenta un grande pericolo per qualsiasi tipo di aeromobile, civile e militare». 

Billets d’Afrique: - In quale occasione è stata emessa questa nota? 

Jean-François Dupaquier: - E’ qui che la cosa si fa interessante. In occasione di un’offensiva del FPR, il 17 e 18 maggio 1991, nel nord del Ruanda, i ribelli subiscono una cocente sconfitta, fuggendo e abbandonando dietro di sé interi stock di materiale. Sul campo di battaglia, l’armata di Habyarimana recupera, in particolare, una serie di missili SAM 7 e SAM 16, così tanti che uno di questi missili SAM 16, nuovissimo nel suo tubo di lancio, viene presentato all’Addetto alla Difesa dell’Ambasciata di Francia, cosa che spiega la nota del generale.  

Una parte degli altri missili che il giudice Bruguière qualifica come «rottami» - con termine inappropriato - viene trionfalmente esposta alla Scuola Superiore Militare di Kigali, come tutti sanno. Il colonnello Nsengiyumva, allora capo dei servizi di spionaggio dell’armata ruandese, s’interessa personalmente della questione, fatto normale vista la carica che ricopre. Quel che è meno normale, però, è la successiva sparizione di questi missili e relativi tubi lanciamissili. Il giudice Bruguière e i suoi agenti non si domandano cosa ne sia stato, e tuttavia egli sospetta che questi missili, che valgono complessivamente diversi milioni di dollari, siano dispersi per il mondo. Due cose sono certe:  

1 – In questa guerra civile, nella quale il recupero delle armi sul campo di battaglia ha un ruolo assai importante, non si può affermare – come fa il giudice Bruguière – che le FAR, dopo il 18 maggio 1991, non dispongano di missili. 

2 – Inversamente, dopo il 18 maggio 1991 il FPR sembra aver perduto la totalità del suo stock di missili. Questa deduzione viene dal fatto che nessun aeromobile viene abbattuto con l’aiuto di missili tra il 18 maggio 1991 e il 6 aprile 1994. 

Vi sono dunque serie ragioni per pensare che i due tubi lanciamissili stranamente ritrovati il 24 o 25 aprile 1994 in prossimità del presunto luogo di tiro contro il Falcon presidenziale facciano parte di quei cosiddetti «rottami» esposti per parecchie settimane alla Scuola Superiore Militare di Kigali. Ma l’équipe del giudice Bruguière non sembra aver battuto questa pista che condurrebbe, bisogna sottolinearlo, al colonnello Anatole Nsengiyumva, l’autore dei falsi telegrammi di rivendicazione dell’attentato da parte del FPR, e custode, all’epoca, dei «rottami» già menzionati. Non ci sarebbe bisogno di aggiungere che il giudice Bruguière e il suo staff sembrano avere una vera passione per il colonnello Nsengiyumva, che hanno interrogato a lungo nella sua prigione di Arusha e del quale tenevano gran conto, come raccontano oggi alcuni magistrati del TPIR che non sono mai riusciti a capacitarsi della cosa… 

Billets d’Afrique: - Lei pensa che l’équipe di Jean-Lous Bruguière possa essere stata condizionata dai detenuti di Arusha, anche detti i «grandi sterminatori»? 

Jean-François Dupaquier: - Francamente penso di sì. E’ sufficiente osservare un’altra anomalia, enorme: il fatto che sia stato scelto come interprete, da parte di Jean-Louis Bruguière, Fabien Singaye, ovvero un’ex spia ruandese conosciuta per il suo patologico odio verso i Tutsi. Fino al genocidio, sotto la copertura di un modesto posto di secondo segretario d’ambasciata a Berna (Svizzera), Fabien Singaye redigeva rapporti sull’opposizione democratica ruandese in esilio. Uno dei suoi chiodi fissi era quello di denunciare i diplomatici e militari ruandesi che avevano appoggiato anche solo discretamente i Tutsi, cosa che evidentemente li screditava agli occhi del regime. Dopo la scoperta di questi rapporti e di altre irregolarità all’ambasciata, Fabien Singaye è stato espulso dalla Svizzera nell’estate del 1994. Lo si accusò anche di aver cercato di far entrare illegalmente in Svizzera suo suocero, Félicien Kabuga, finanziatore del genocidio e della RTML, uno degli uomini ancora oggi più ricercati dalla giustizia, insieme ad Osama Bin Laden, e con la stessa taglia posta come ricompensa per la sua cattura: 25 milioni di dollari. 

Fabien Singaye ha influenzato l’inchiesta del giudice Bruguière? E’ legittimo domandarselo. Nella maggior parte degli stati di diritto, la scelta di un individuo così controverso quale interprete sarebbe sufficiente a far invalidare l’intera istruttoria. 

Billets d’Afrique: - Al termine delle sue indagini e interviste, quali sono le sue conclusioni? 

Jean-François Dupaquier: - I falsi telegrammi che rivendicano l’attentato del 6 aprile 1994 da parte del FPR fanno senz’altro pensare al falso bordereau dell’Affaire Dreyfus alla fine del XIX secolo in Francia. Bisogna diffidare degli anacronismi e delle confusioni, ma sono colpito dalle similitudini tra quello che da qui in avanti bisognerà chiamare «l’Affaire Bruguière» e l’Affare Dreyfus. Io sono francese, amo il mio paese, ma a volte «mi fa male». Sotto la copertura del Segreto di Stato, del Segreto di Difesa e del Segreto d’Istruttoria, vediamo periodicamente svilupparsi una sorta di ascesso politico-giudiziario, uno psicodramma collettivo nutrito dalle peggiori pulsioni. Ora è l’Ebreo, necessariamente traditore, necessariamente ignobile e colpevole, ora il Tutsi, descritto da giornalisti e scrittori che «scodellano la minestra» al giudice Bruguière parlandone come di esseri biologicamente furbi, feroci, di una crudeltà e di un cinismo senza limiti. E’ necessario rileggere quella parte dell’ordinanza del magistrato Bruguière, che si suppone agisca «in nome del Popolo Francese», in cui egli accusa il FPR di aver programmato lo sterminio dei Tutsi del Ruanda allo scopo di acquisire un potere senza riserve. Cosa diremmo di un uomo che accusasse gli ebrei d’aver spinto Hitler alla Shoah per ottenere come risultato lo Stato d’Israele? Ma qui si parla dell’Africa nera, di un insieme di popoli dei quali si può ancora, in Francia, sparlare con piena impunità. Quanti si sono alzati in piedi per gridare la propria indignazione? Quale Guardasigilli, dopo il 17 novembre 1996, ha chiesto al Consiglio Superiore della Magistratura di potersi occupare dell’«Affaire Bruguière»? 

Ricordiamoci che i primi democratici che si sono levati a sostenere l’innocenza di Dreyfus sono stati accusati di essere antinazionalisti, di essere l’«anti-Francia»; lo stesso è stato fatto da certi scrivani stipendiati a coloro che hanno osato criticare l’inchiesta Bruguière. Ricordiamoci che, trascinati dalla propria passione antisemita ma anche da una concezione singolarmente corporativista e permeata da un qualche «onore d’armata», alcuni giudici hanno condannato due volte Dreyfus, in violazione di tutti i suoi diritti, e scagionato Esterhazy che tutti sapevano essere colpevole. C’è bisogno di aggiungere che oggi indoviniamo chi è l’ Esterhazy dell’attentato del 6 aprile 1994, e chi sono i suoi complici? E che dal potere politico ci si aspetta di veder tranciato il nodo gordiano di un’istruttoria sprofondata da undici anni nei suoi pregiudizi e nelle sue false piste? 

Ascoltate l'intervista di Richard Mugenzi fatta da JF Dupaquier sulla radio France-Culture il 31 maggio 2009
Originale da: Génocide des Tutsi rwandais. L’attentat du 6 avril 1994 ? Une manipulation de A à Z

Articolo originale pubblicato l'1/9/2009

L’autore

Loredana Miele è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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LA MADRE AFRICA: 14/09/2009

 
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