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31/10/2014
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Precarietà della politica


AUTORE:  Loris CAMPETTI


Solo un cretino può pensare che il massimo desiderio di un operaio che lavora alla linea di montaggio, terzo livello metalmeccanico, salario di merda per un lavoro di merda, ipersfruttato e alienante, un operaio a cui è tolto persino il diritto di esprimersi sul suo contratto, abbia come sogno di restare per tutta la vita inchiodato alla catena. E magari di inchiodarci anche il figlio. E solo un cretino può credere che se quell'operaio si aggrappa alla catena, se si arrampica sul carroponte o sul tetto o sul Colosseo, o occupa l'autostrada Roma-Napoli, è perché senza lo sfruttamento selvaggio non riesce a sognare, ad amare, persino a far figli. Il fatto è che nella cultura liberista applicata al nostro paese l'unica mobilità conosciuta - l'unica flessibilità concessa - è quella in uscita: fuori dal lavoro quando non servi più e si può fare profitto senza di te. Perché la crisi devono pagarla i lavoratori, c'è da ristrutturare, da delocalizzare là dove salari e diritti valgono zero. In un paese, il nostro, dove la mobilità sociale, la ricerca, la riqualificazione non esistono. E dire che nel '68 e nel '69 qualcuno aveva provato a dire: formazione permanente, metà tempo di studio e metà di lavoro, socializzazione dei lavori nocivi, 150 ore e tante altre belle cose che quarant'anni dopo fanno arricciare il naso agli oppositori di Berlusconi.

 

La protesta degli operai dell'Innse (dal sito Operai Contro)       
Dopo l'occupazione del carroponte dell'Innse in agosto, sei operai dell' Esab Saldatura di Mesero, anche a Milano, sono saliti sul tetto della fabbrica in settembre. La loro protesta era contro la procedura di mobilità prevista per 85 lavoratori della storica sede locale. La causa: il rifiuto della casa madre britannica, la Charter International, dell'accordo raggiunto in Regione il 3 agosto scorso fra la Confederazione unitaria di base (Cub) e le istituzioni.



Adesso Tremonti e Berlusconi scoprono le meraviglie del posto fisso. Proprio loro, che in buona (pessima) compagnia hanno messo al rogo non tanto la cultura del posto fisso, quanto la sicurezza del lavoro. Hanno smantellato diritti, sbrindellando i rapporti di lavoro in una cinquantina di forme contrattuali diverse, per dividere e colpire meglio, con la speranza di rovesciare il conflitto verticale capitale-lavoro in un conflitto orizzontale tra lavoratori portatori di oneri e diritti diversi. Ci sono anche riusciti, almeno in parte. E' un progetto a cui, magari con meno professionalità della destra, hanno lavorato in tanti, anche nel centrosinistra, anche nei sindacati. E vogliamo la Confindustria? Forse proprio la ricerca della legittimazione da parte degli imprenditori ha spinto le destre e molta opposizione a cavalcare, anzi a far cavalcare a chi lavora, la precarietà, vestita da flessibilità.

A Tremonti e a Berlusconi si potrebbe contestare la ricerca di rinsaldare il consenso tra le fasce «basse» del mercato del lavoro, quelle su cui stanno scaricando il peso della crisi, mentre le azioni concrete del governo salvano non i poveracci ma gli evasori fiscali. Hanno così paura dell'invasione degli alieni (leggi immigrati) notoriamente «prolifici», da risfoderare radici cattoliche e sane famiglie italiche, paffuti e abbondanti bambini bianchi che, senza alcuna certezza del futuro, i nostri giovani precari non hanno coraggio di mettere al mondo. I principi della deregulation si vestono da regolatori.

Tanto altro si potrebbe contestare a Tremonti e Berlusconi. Invece i nostri democratici spiegano che la cultura del posto fisso è vecchia e loro sono per il nuovo, che tutti i paesi che contano vanno in direzione opposta e dunque la nostra strada è segnata. Poi, se contro Tremonti e Berlusconi si arrabbia la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, non si può che fare fronte contro il governo.

L'amara considerazione è che in Italia la destra fa sia la destra che la sinistra mantenendo stretti in mano due scettri, quello della maggioranza e quello dell'opposizione per abbandono del campo da parte di quest'ultima. Il che non può non non far pensare che, semmai Berlusconi non riuscisse a concludere il mandato e fosse costretto a perdere il posto fisso a palazzo Chigi e tornarsene in villa liberandoci della sua asfissiante presenza, il merito non sarebbe dell'opposizione che non c'è. I muri, anche quelli di Arcore, prima o poi possono crollare. Ma come la storia ci ha insegnato, possono anche essere buttati giù dalla destra.



Originale da: Il Manifesto (Editoriale)

Articolo originale pubblicato il 21.10.2009

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NELLA PANCIA DELLA BALENA: 23/10/2009

 
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