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26/11/2020
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Partecipate!

Appello a traduttori per partecipare a un progetto cooperativo: la traduzione in italiano del Rapporto Goldstone


AUTORE:   TLAXCALA ÊáÇßÓßÇáÇ


Vogliamo dare vita a un ambizioso progetto open-source dedicato al popolo palestinese e aperto a tutti coloro che condividono il desiderio di una pace giusta in Medio Oriente: la traduzione in italiano del Rapporto della Missione d’accertamento dei fatti delle Nazioni Unite sul conflitto di Gaza, detto Rapporto Goldstone.


Cyber Resistance, di Ionia Kershaw truthout


Durante la guerra di Gaza lo stato di Israele ha vigliaccamente falcidiato una popolazione già oppressa da decenni di ingiustizie e violenze. Questi crimini sono stati commessi, e ancora saranno commessi, con le armi della disinformazione e dell'ignoranza. Mentre persino in Israele si levano dibattiti e proteste contro l'apartheid e il genocidio, nel resto del mondo occidentale l'opinione pubblica lascia che i fatti siano sostituiti e stravolti dal delirio ideologico e dall'interesse politico.

Così accade che le categorie universali del diritto, dell'umanità e del buon senso trovano ovunque applicazione, ma non in Palestina: che diventa l'archetipo dello straccione sanguinario che accerchia la civiltà luminosa dei bianchi. Così accade che il Muro è un necessario presidio contro la barbarie, e non un crimine denunciato dalla Corte Penale Internazionale. Che Israele vuole la pace. Che il vero problema sono i razzi Qassam. Che il rapimento di Gilad Shalit è un crimine di guerra, mentre nulla si dice o si sa degli 8.000 palestinesi (di cui 400 bambini) detenuti e torturati nelle carceri israeliane, molti senza nemmeno un processo.

Quasi tutti i dibattiti e le affermazioni che su questo tema scendono dalle aule politiche fino alle chiacchere da bar passando per i giornali, sono già stati superati e risolti da anni dai maggiori esperti di diritto internazionale. Ma quasi nessuno lo sa. Si pensa anzi che la verità sulla Palestina sia la versione di una parte politica (l'estrema sinistra) o religiosa (gli islamici). La pur abbondante e ottima pubblicistica sui crimini di Israele è relegata tra i contributi faziosi e per questo non viene "presa sul serio".

Pensiamo quindi che sia importante portare alla conoscenza del pubblico italiano la lettera dei rapporti delle Nazioni Unite, senza sintesi né interpretazioni. Questi testi, per quanto non di immediata lettura, costituiscono secondo noi il viatico più efficace, autorevole e completo di un'informazione corretta e non faziosa sul dramma a senso unico del Medio Oriente.

Il Rapporto Goldstone sui crimini di guerra commessi durante l'aggressione militare israeliana a Gaza, commissionato dall'ONU nel 2009 al costituzionalista sudafricano Richard Goldstone è un testo fondamentale non solo per conoscere i dettagli di una guerra criminale e gratuita, ma anche per l'inquadramento storico e di contesto che fornisce. Richard Falk, che per anni si è occupato all'ONU delle violazioni israeliane, ha commentato che il Rapporto non aggiunge nulla di nuovo. Evidentemente non sa che sulle televisioni italiane e del mondo "libero" i contenuti del Rapporto Goldstone non sarebbero soltanto nuovi, ma addirittura scandalosi.

Non c’è da stupirsi –anzi c’è da vergognarsi - che l’Italia sia stata fra i sei Paesi (Stati Uniti, Ungheria, Paesi bassi, Slovacchia e Ucraina) a votare contro la risoluzione del Consiglio dei diritti umani delle NU che, il 16 ottobre, ha “accolto con soddisfazione” il Rapporto Goldstone e ha “fatte sue” le sue raccomandazioni, e richiesto all’Assemblea generale di esaminarlo.

Con questa traduzione vorremmo allora contribuire a colmare il fossato che separa gli informati dai non, sperando così di portare un contributo alla giustizia, e quindi anche alla pace.

La posta in gioco è grossa: si tratta fare pressione a livello di opinione mondiale affinché le Nazioni Unite, Assemblea Generale o Consiglio di Sicurezza, decidano di trarre l’unica conclusione logica di questo rapporto, cioè di far perseguire Israele per crimini di guerra davanti alla Corte penale internazionale.

Nel momento in cui scriviamo, il Rapporto Goldstone non è ancora stato tradotto in nessuna delle altre cinque lingue ufficiali delle Nazioni Unite: francese, spagnolo, arabo, russo e cinese.E’ solo stato tradotto il riassunto (Excutive Summary), del quale pubblichiamo in seguito una traduzione anonima revisionata da noi. Un gruppo di amici tedeschi ha intrapreso la traduzione tedesca dell’intero rapporto.


La Missione Goldstone al lavoro

Il progetto

Il progetto dell'opera è delineato nell'idea, ma apertissimo ai contributi di chi vi partecipa.

La prima fase consiste ovviamente nella traduzione in team dell'intero rapporto. Se riusciremo ad arrivare in fondo, verrà preparata una versione impaginata per la stampa che ci piacerebbe venisse introdotta da qualche firma autorevole del mondo accademico, economico, politico ecc. (siamo aperti a proposte).

Il testo sarà anche consultabile su internet, sul sito di Tlaxcala. Si è pensato anche a una versione cartacea: siamo alla ricerca di un editore interessato.


Ma dato che la strada è lunga (speriamo non infinita...), avremo tanto tempo e tante occasioni per precisare meglio le idee di questo progetto!


La famiglia Samouni di Zaitoun ha perso 29 membri nella strage, fra i quali i neonati Ahmed, Mohamed e Issa. Qui sotto alcuni dei superstiti.



Requisiti

Coloro che desiderano partecipare ai lavori devono possedere un buona conoscenza della lingua inglese e un'ottima conoscenza della lingua italiana. In ogni caso i traduttori devono essere di madrelingua italiana. E' inoltre richiesta una conoscenza di base dei concetti e del lessico della giurisprudenza. Un ulteriore requisito (ma è inutile dirlo) è la condivisione dei contenuti del Rapporto.

Per partecipare a questo progetto, scrivere a italiano@tlaxcala.es, mettendo nell'oggetto della mail: Rapporto Goldstone


La versione originale inglese è disponibile qui: http://www2.ohchr.org/english/bodies/hrcouncil/docs/12session/A-HRC-12-48.pdf

Scaricare il documento al formato.zip Goldstone Report

 

Rapporto della Missione d’accertamento dei fatti delle Nazioni Unite sul conflitto di Gaza

Executive Summary (Ottobre 2009)

A. Introduzione

1. Il 3 aprile 2009 il Presidente del Consiglio per i Diritti Umani ha costituito la Missione di inchiesta delle Nazioni Unite sul conflitto di Gaza, con il mandato di "indagare tutte le violazioni della legge sui diritti umani e della legge umanitaria internazionale che possano essere state commesse in qualunque momento nel contesto delle operazioni militari condotte a Gaza tra il 27 dicembre 2008 e il 18 gennaio 2009, siano esse avvenute prima, durante o dopo”.

2. Il Presidente ha nominato a capo della missione Richard Goldstone, ex giudice della Corte Costituzionale del Sud Africa ed ex Pubblico Ministero del Tribunale Penale Internazionale per l'ex Jugoslavia e il Rwanda. Gli altri tre membri nominati sono: la professoressa Christine Chinkin, docente di Diritto Internazionale alla London School of Economics and Political Science e già membro della Commissione d’inchiesta a Beit Hanoun nel 2008; Hina Jilani, avvocato della Corte Suprema del Pakistan, già Speciale Rappresentante del Segretario Generale sulla situazione dei difensori dei diritti umani e membro della Commissione d'inchiesta in Darfur nel 2004; il colonnello Desmond Travers, ex ufficiale delle Forze di Difesa irlandesi e membro del consiglio di amministrazione dell’ Institute for International Criminal Investigations.

3. Come è prassi, l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha costituito un segretariato di supporto alla Missione.

4. La Missione ha svolto il proprio mandato in modo da mettere le popolazioni civili della regione al centro della propria attenzione in relazione alle violazioni del diritto internazionale.

5. La Missione si è riunita per la prima volta a Ginevra tra il 4 e l'8 maggio 2009. Si è nuovamente riunita a Ginevra il 20 maggio, il 4 e 5 luglio, e tra l'1 e il 4 agosto 2009. La Missione ha condotto tre visite sul campo: due nella Striscia di Gaza tra il 30 maggio e il 6 giugno e tra il 25 giugno e il 5 luglio, una ad Amman il 2 e il 3 luglio. Molti membri del segretariato della Missione sono stati impegnati a Gaza tra il 22 maggio e il 4 giugno per effettuare indagini sul campo.

6. La Missione ha inviato note verbali a tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite e agli organi delle Nazioni Unite il 7 maggio 2009. L'8 giugno 2009 la Missione ha contattato tutte le persone interessate e le organizzazioni, invitandole a supportare l’implementazione del mandato con l’invio di informazioni e documentazione in loro possesso.

7. La Missione ha tenuto audizioni pubbliche a Gaza il 28 e 29 giugno e a Ginevra il 6 e 7 luglio 2009.

8. La Missione ha ripetutamente cercato di ottenere la cooperazione del Governo di Israele, ma dopo numerosi tentativi falliti si è rivolta al Governo egiziano per accedere alla Striscia di Gaza attraverso il valico di Rafah.

9. La Missione ha goduto del supporto e della cooperazione dell'Autorità Nazionale Palestinese e dell'Osservatore Permanente sulla Palestina alle Nazioni Unite. A causa della mancanza di cooperazione da parte del Governo israeliano, la Missione non ha potuto incontrare i membri dell'Autorità Palestinese in Cisgiordania. La Missione è comunque riuscita a incontrare ufficiali dell'Autorità Palestinese, incluso un ministro, ad Amman. Durante la sua visita nella Striscia di Gaza la Missione ha incontrato i membri delle autorità di Gaza, che hanno offerto la massima cooperazione e il massimo supporto alla Missione.

10. In seguito alle audizioni pubbliche di Ginevra la Missione è stata informata che un partecipante palestinese, Muhammad Srour, è stato imprigionato dalle forze di sicurezza israeliane mentre rientrava in Cisgiordania. La Missione ha espresso il timore che la detenzione dell'uomo potesse essere una conseguenza della sua apparizione di fronte alla Missione. La Missione è in contatto con lui e continua a monitorare gli sviluppi della situazione.

B. Metodologia

11. Per implementare il suo mandato, la Missione ha ritenuto che fosse importante considerare tutte le azioni commesse da tutte le parti in causa che avrebbero potuto commettere violazioni della legge internazionale sui diritti umani o della legge umanitaria internazionale. Il mandato richiedeva inoltre di esaminare tutti gli atti di rilievo commessi in tutti i Territori Occupati Palestinesi e in Israele.

12. Con riguardo alle proprie scadenze temporali, la Missione ha deciso di concentrarsi primariamente sugli eventi, le azioni e le circostanze sviluppatesi a partire dal 19 gennaio 2008, data in cui venne concordata la "tregua" tra il Governo di Israele e Hamas. La Missione ha inoltre preso in considerazione i fatti occorsi dopo la fine delle operazioni militari che costituiscano un proseguimento delle violazioni dei diritti umani e della legge umanitaria internazionale, e che siano correlati o conseguenti alle operazioni militari, fino al 31 luglio 2009.

13. La Missione ha inoltre analizzato il contesto storico degli eventi che hanno preceduto le operazioni militari a Gaza nel periodo tra il 27 dicembre 2008 e il 18 gennaio 2009, e i collegamenti tra le operazioni militari e le politiche israeliane dominanti nei Territori Palestinesi Occupati.

14. La Missione ha ritenuto che il riferimento contenuto nel mandato alle violazioni commesse nel contesto delle operazioni militari di dicembre e gennaio, richiedeva la presa in esame anche delle restrizioni dei diritti umani e delle libertà fondamentali connesse alle strategie e alle azioni israeliane nel contesto delle operazioni militari.

15. Il contesto normativo di riferimento adottato dalla Missione è il diritto internazionale in generale, la Carta delle Nazioni Unite, la legge umanitaria internazionale, la legge internazionale sui diritti umani e il diritto penale internazionale.

16. Il presente rapporto non ambisce a coprire in modo esaustivo l'altissimo numero di incidenti rilevanti che sono occorsi nel periodo coperto dal mandato della Missione. Tuttavia la Missione considera il rapporto significativo nell'illustrare gli schemi di violazione più ricorrenti. A Gaza, la Missione ha indagato su 36 incidenti.

17. La Missione ha basato il proprio lavoro su un'analisi imparziale e indipendente per accertare il rispetto della legge internazionale sui diritti umani e della legge umanitaria internazionale, nel contesto del recente conflitto a Gaza. Sono stati applicati gli standard investigativi sviluppati dalle Nazioni Unite.

18. La Missione ha adottato un approccio omnicomprensivo nella raccolta delle informazioni e nella ricerca dei punti di vista. I metodi di raccolta delle informazioni hanno incluso: a) l’esame dei resoconti da diverse fonti; b) interviste con vittime, testimoni oculari e altre persone in possesso di informazioni di rilievo; c) visite ai siti specifici di Gaza dove hanno avuto luogo gli incidenti; d) analisi di materiali video e fotografici, incluse le immagini satellitari; e) revisione di rapporti medici riguardanti le ferite riportate dalle vittime; f) analisi forense delle armi e delle munizioni raccolte sui luoghi degli incidenti; g) incontri con diversi interlocutori; h) inviti a fornire informazioni relative agli ambiti di investigazione della Missione; i) ampia diffusione di un pubblico appello per l’invio di testimonianze scritte; j) audizioni pubbliche a Gaza e a Ginevra.

19. La Missione ha condotto 188 interviste individuali. Ha analizzato più di 300 rapporti, dichiarazioni scritte e altra documentazione frutto di ricerche proprie, ricevute in seguito agli appelli, o presentate nel corso degli incontri. In totale sono state visionate più di 10.000 pagine e oltre 30 video e 1.200 fotografie.

20. Rifiutando di cooperare con la Missione, il Governo di Israele ha impedito alla stessa di incontrare gli esponenti del Governo israeliano, di viaggiare in Israele per incontrare le vittime israeliane e di raggiungere la Cisgiordania per incontrare i rappresentanti dell'Autorità Palestinese e le vittime palestinesi.

21. La Missione ha condotto visite sul campo e indagini sui luoghi degli incidenti nella Striscia di Gaza. Ciò ha permesso alla Missione di osservare direttamente la situazione e di parlare con testimoni oculari e altre persone rilevanti per il mandato.

22. L'obiettivo delle audizioni pubbliche, che sono state trasmesse in diretta, è stato quello di permettere alle vittime, ai testimoni e agli esperti di tutte le parti in causa nel conflitto di parlare direttamente al maggior numero possibile di persone, sia nella regione sia nella comunità internazionale. La Missione ha dato priorità di partecipazione alle vittime e alle persone delle comunità direttamente coinvolte. Le 38 testimonianze pubbliche hanno fatto riferimento sia ad aspetti legali sia a questioni militari. La Missione aveva inizialmente intenzione di tenere le audizioni a Gaza, in Israele e in Cisgiordania. Tuttavia il divieto di accedere in Israele e Cisgiordania ha determinato la necessità di ascoltare le persone provenienti da Israele e dalla Cisgiordania a Ginevra.

23. Nello stabilire i propri accertamenti la Missione ha cercato di affidarsi principalmente e ove fosse possibile ad informazioni di prima mano. Le informazioni prodotte da altri, inclusi i rapporti, le dichiarazioni scritte e i resoconti dei media, sono state principalmente usate per corroborare le testimonianze dirette.

24. Le conclusioni finali della Missione sull'affidabilità delle informazioni ricevute sono state formulate sulla base della credibilità dei testimoni ascoltati, verificando le fonti e le metodologie utilizzate per la compilazione dei rapporti e dei documenti prodotti da terzi, effettuando controlli incrociati sui materiali e sulle informazioni di rilievo e assicurandosi se, in tutte le circostanze, ci fosse un quantitativo sufficiente di informazioni per un accertamento credibile e affidabile da parte della Missione.

25. Su queste basi la Missione ha, al meglio delle sue possibilità, determinato quali fatti fossero accertati. In molti casi ha appurato che sono stati commessi atti pertinenti la responsabilità penale dei singoli. In tutti i casi la Missione ha trovato informazioni sufficienti per stabilire gli elementi oggettivi dei crimini in questione. In quasi tutti i casi la Missione è stata anche in grado di determinare se tali crimini fossero stati commessi deliberatamente o no, o in ogni caso nella consapevolezza delle prevedibili conseguenze secondo il naturale svolgersi degli eventi. La Missione ha, di conseguenza, in molti casi individuato un rilevante elemento di colpa (mens rea). La Missione ha tenuto in ampia considerazione il principio di presunzione di innocenza: gli elementi fattuali del rapporto non sovvertono mai questo principio. Gli accertamenti non sono intesi né all’identificazione dei responsabili dei crimini commessi né al raggiungimento dello standard probatorio da applicarsi in un eventuale processo penale.

26. Per poter garantire alle parti la possibilità di aggiungere informazioni rilevanti e di esprimere le proprie posizioni in merito ai fatti in esame, la Missione ha sottoposto una lista di domande al Governo di Israele, all'Autorità Palestinese e alle autorità di Gaza, in modo da poter integrare la propria analisi e i conseguenti accertamenti. La Missione ha ricevuto riscontri dall'Autorità Palestinese e dalle autorità di Gaza, ma non da Israele.

C. Fatti investigati dalla Missione, accertamenti materiali e legali

I Territori Occupati Palestinesi: La Striscia di Gaza

1. Il blocco

27. La missione ha focalizzata la propria attenzione (Capitolo V) sul processo di isolamento economico e politico imposto da Israele alla Striscia di Gaza, generalmente noto come “blocco”. Il blocco comprende misure come la limitazione di accesso ai beni che possono essere importati a Gaza e la chiusura dei passi di confine a persone, beni e servizi, a volte per giorni, e il taglio degli approvvigionamenti di acqua ed elettricità. L'economia di Gaza è stata ulteriormente e severamente colpita dalla riduzione delle aree di pesca raggiungibili da parte dei pescatori palestinesi e dalla creazione di una "zona cuscinetto" sul confine tra Gaza e Israele, che ha ridotto la porzione di terra disponibile per le attività agricole e industriali. Oltre a creare una situazione di emergenza, il blocco ha significativamente indebolito le capacità della popolazione e dei settori sanitario, pubblico e idrico di far fronte all'emergenza creata dalle operazioni militari.

28. La Missione permane nella convinzione che Israele sia vincolato dalla Quarta Convenzione di Ginevra e che pertanto debba assicurare con ogni mezzo un adeguato rifornimento di cibo, attrezzature sanitarie e altri beni indispensabili per soddisfare i bisogni umanitari della popolazione della Striscia di Gaza, senza altra qualifica.

2. Quadro di sintesi delle operazioni militari di Israele nella Striscia di Gaza e delle vittime.

29. Israele, nell'operazione denominata "Piombo Fuso", ha schierato marina, aereonautica ed esercito. Le operazioni militari nella Striscia di Gaza includevano due fasi principali: la fase aerea e la fase terra-aria. L'offensiva israeliana è incominciata con un attacco aereo durato una settimana, dal 27 dicembre al 3 gennaio. L'aereonautica ha continuato a giocare un ruolo fondamentale assistendo e coprendo le forze di terra dal 3 al 18 gennaio 2009. L'esercito ha dato inizio all'invasione di terra il 3 gennaio 2009, quando le truppe sono entrate a Gaza da nord e da est. Secondo le informazioni disponibili, le operazioni hanno visto il coinvolgimento delle brigate Golani, Givati e dei Paracadutisti, e di cinque brigate di corpi blindati. La marina è stata impiegata per bombardare le coste di Gaza durante le operazioni. Il Capitolo VI localizza gli incidenti indagati dalla Missione, successivamente descritti nei capitoli VII-XV nel contesto delle operazioni militari.

30. Le statistiche sui palestinesi che hanno perso la vita durante le operazioni militari sono discordanti. Sulla base di estese ricerche sul campo, le organizzazioni non governative collocano il dato relativo alle persone uccise tra le 1.387 e le 1.417 unità. Le autorità di Gaza parlano di 1.444 morti. Il Governo di Israele fornisce un dato di 1.166. I dati forniti dalle fonti non governative sulla percentuale di uccisioni tra i civili sono sostanzialmente coerenti e sollevano gravissime preoccupazioni sul modo in cui Israele ha condotto le operazioni militari a Gaza.

31. Secondo il Governo di Israele, durante le operazioni militari si sono registrati 4 decessi israeliani nel sud di Israele, di cui 3 civili e un soldato, uccisi da razzi e colpi di mortaio dei gruppi armati palestinesi. Inoltre 9 soldati sono stati uccisi durante i combattimenti all'interno della Striscia di Gaza, 4 dei quali a causa del fuoco amico.

3. Attacchi da parte dell’esercito israeliano a edifici governativi e al personale delle autorità di Gaza, polizia inclusa

32. Le forze armate israeliane hanno lanciato numerosi attacchi contro edifici e persone appartenenti alle autorità di Gaza. Per quanto concerne gli edifici, la Missione ha esaminato gli attacchi israeliani contro la sede del Consiglio Legislativo Palestinese e contro il principale penitenziario di Gaza (Capitolo VII). Entrambi gli edifici sono andati distrutti e non possono più essere utilizzati. Alcune dichiarazioni rilasciate dal Governo israeliano e da rappresentanti delle forze armate giustificano gli attacchi sostenendo che le istituzioni politiche ed amministrative di Gaza farebbero parte dell’“infrastruttura terroristica di Hamas”. La Missione rifiuta questa posizione. Non esiste alcuna prova che l’edificio del Consiglio Legislativo e il principale penitenziario di Gaza abbiano dato un contributo all’azione militare. In base alle informazioni a sua disposizione, la Missione ritiene che gli attacchi a questi edifici siano stati un deliberato attacco contro obiettivi civili, in violazione della legge umanitaria internazionale laddove impone che gli attacchi devono essere strettamente limitati a obiettivi militari. Questi fatti dimostrano inoltre che è stata commessa un’altra grave violazione: l’estensiva distruzione della proprietà non giustificata da necessità militari e praticata illegalmente e indiscriminatamente.

33. La Missione ha esaminato gli attacchi contro sei stazioni di polizia, quattro dei quali sono avvenuti entro i primi minuti delle operazioni militari del 27 dicembre 2008, causando la morte di 99 poliziotti e 9 impiegati pubblici. In totale l’esercito israeliano ha ucciso circa 240 poliziotti: più di un sesto delle morti palestinesi. Le circostanze degli attacchi sembrano indicare - e il rapporto presentato dal Governo israeliano nel luglio 2009 sulle operazioni militari lo conferma - che i poliziotti sono stati deliberatamente scelti come obiettivo e uccisi perché la polizia in quanto istituzione, o gran parte dei poliziotti in quanto individui, è considerata parte delle forze militari palestinesi di Gaza.

34. Per esaminare se gli attacchi contro la polizia fossero compatibili con il principio di distinzione tra obiettivi civili e militari e persone, la Missione ha analizzato lo sviluppo istituzionale della polizia di Gaza a partire dal momento in cui Hamas assunse il controllo completo di Gaza nel luglio 2007, cioè quando la polizia di Gaza si fuse con le “Forze Esecutive” che Hamas creò dopo la vittoria elettorale. La Missione ha riscontrato che, se è vero che un vasto numero di poliziotti di Gaza è stato reclutato tra i sostenitori di Hamas o tra i membri dei gruppi armati palestinesi, la polizia di Gaza è rimasta un’istituzione civile con il compito di imporre il rispetto della legge. La Missione ha inoltre concluso che non è possibile sostenere che i poliziotti uccisi il 27 dicembre 2008 avessero preso direttamente parte alle ostilità: su questa base, essi non hanno dunque perso l’immunità civile dagli attacchi diretti. La Missione accetta che ci possano essere stati membri individuali appartenenti alla polizia di Gaza che erano al contempo membri dei gruppi armati palestinesi e dunque combattenti. Conclude tuttavia che gli attacchi alle stazioni di polizia effettuati durante il primo giorno delle operazioni militari non soddisfano i requisiti di un bilancio accettabile tra il vantaggio militare anticipato (cioè l’uccisione di quei poliziotti che potevano essere membri dei gruppi armati palestinesi) e la perdita di vite civili (cioè gli altri poliziotti e i dipendenti pubblici uccisi che erano inevitabilmente nel luogo o nelle vicinanze degli attacchi). Di conseguenza è stata violata la legge umanitaria internazionale.

4. Obblighi in carico ai gruppi armati palestinesi in ordine all'assunzione di ogni possibile precauzione per proteggere la popolazione e gli obiettivi civili a Gaza

35. La Missione ha esaminato se e in quale misura i gruppi armati palestinesi abbiano violato l’obbligo di proteggere e di prendere le dovute precauzioni atte a salvaguardare la popolazione civile di Gaza dai pericoli derivanti dalle operazioni militari (Capitolo VIII). La Missione si è trovata ad affrontare una certa riluttanza da parte delle persone intervistate a Gaza nel discutere le attività dei gruppi armati. In base alle informazioni raccolte, la Missione ha comunque riscontrato che durante le operazioni militari i gruppi armati palestinesi erano presenti nelle aree urbane e hanno lanciato razzi da tali aree. Probabilmente i combattenti palestinesi non si sono sempre adeguatamente distinti dalla popolazione civile. La Missione non ha tuttavia trovato alcuna prova che suggerisca che i gruppi armati palestinesi abbiano obbligato i civili a spostarsi verso le aree sotto attacco o a rimanere entro le vicinanze degli attacchi.

36. Sebbene in base agli incidenti investigati dalla Missione non si possa stabilire che le moschee siano state usate per fini militari o per nascondere attività militari, la Missione non può tuttavia escludere che ciò sia accaduto in alcuni casi. La Missione non ha trovato alcuna prova che sostenga l’accusa di utilizzo di mezzi ospedalieri da parte delle autorità di Gaza o dei gruppi armati palestinesi per fare da scudo alle attività militari, o di ambulanze per il trasporto di combattenti o per altri fini militari. Sulla base dell’inchiesta svolta e delle dichiarazioni degli ufficiali delle Nazioni Unite, la Missione esclude che i combattenti palestinesi abbiano ingaggiato attacchi dalle sedi dell’ONU usandole come scudo durante le azioni militari. La Missione non può tuttavia scartare la possibilità che i gruppi armati palestinesi siano stati attivi nelle vicinanze delle strutture ospedaliere o delle Nazioni Unite. Se condurre le ostilità in zone costruite non costituisce in se una violazione del diritto internazionale, i gruppi armati palestinesi, laddove hanno lanciato attacchi dalle vicinanze di edifici civili o protetti, hanno esposto senza necessità la popolazione di Gaza al pericolo.

4. Obblighi in carico a Israele in ordine all'assunzione di ogni possibile precauzione per proteggere la popolazione e gli obiettivi civili a Gaza

37. La Missione ha esaminato il modo in cui le forze israeliane hanno violato l’obbligo di prendere adeguate precauzioni atte a proteggere la popolazione civile di Gaza, e in particolare l’obbligo di lanciare un allarme precauzionale prima degli attacchi (Capitolo IX). La Missione riconosce gli sforzi significativi posti in atto da Israele per avvertire la popolazione attraverso chiamate telefoniche, volantini e appelli radio, e accetta che in alcuni casi, specialmente quando gli avvertimenti erano sufficientemente specifici, essi abbiano incoraggiato i residenti ad abbandonare l’area e ad allontanarsi dalla zona di pericolo. Tuttavia, la Missione ha parimenti rilevato fattori che hanno fortemente ridotto l’efficacia degli allarmi. Questi fattori includono la mancanza di specificità e quindi di credibilità di numerosi messaggi telefonici preregistrati e di volantini. La credibilità delle direttive atte a far spostare i civili verso i centri delle città è stata ulteriormente diminuita dal fatto che gli stessi centri erano oggetto di ripetuti attacchi durante la fase di attacco aereo. La Missione ha anche esaminato la pratica del lancio di esplosivi leggeri sui tetti e ha concluso che questa tecnica non può essere considerata efficace in termini di allarme, ma costituisce piuttosto una forma di attacco contro i civili residenti negli edifici su cui erano diretti gli esplosivi. Infine, la Missione evidenzia che il fatto che un allarme venga lanciato non solleva un comandante e i suoi subordinati dal compito di prendere tutte le misure precauzionali possibili per distinguere i civili dai combattenti.

38. La Missione ha inoltre esaminato le precauzioni adottate dall’esercito israeliano durante tre attacchi specifici. Il 15 gennaio 2009 il complesso dell’UNRWA a Gaza City è stato bombardato con munizioni ad alto contenuto di esplosivo e con il fosforo bianco. La Missione evidenzia l’estremo grado di pericolosità dell’attacco, in quanto nel complesso avevano trovato rifugio 600-700 civili ed era presente un grande deposito di carburante. L’esercito israeliano ha continuato l’attacco per più ore nonostante fosse stato avvisato sui rischi esistenti. La Missione conclude che l’esercito israeliano ha violato l’obbligo sancito dal diritto internazionale di prendere tutte le precauzioni possibili nella scelta dei mezzi e delle tecniche di attacco, ponendo particolare attenzione nell’evitare qualsiasi perdita incidentale di vite civili, feriti e danni agli obiettivi civili.

39. La Missione ha inoltre analizzato l’attacco diretto e intenzionale, avvenuto nello stesso giorno, all’ospedale al-Quds di Gaza City e all’adiacente deposito di ambulanze, effettuato con granate al fosforo. L’attacco ha provocato incendi che hanno richiesto un intero giorno per la loro estinzione e ha diffuso il panico tra i degenti e i feriti, che sono stati evacuati. La Missione ha accertato che non è stato lanciato alcun allarme di immediato attacco. Sulla base delle proprie indagini, la Missione respinge la giustificazione secondo cui in quel momento sarebbe stato in corso un attacco contro l’esercito israeliano dall’interno dell’ospedale.

40. La Missione ha inoltre esaminato i ripetuti attacchi di artiglieria, ancora una volta effettuati con l’uso di munizioni al fosforo, contro l’ospedale al-Wafa situato nella zona est di Gaza City, che accoglie pazienti bisognosi di cure a lungo termine e feriti particolarmente gravi. In base alle informazioni raccolte, la Missione ha accertato in entrambi gli attacchi contro le strutture ospedaliere la violazione del divieto di attaccare ospedali civili. La Missione ha anche sottolineato che l’allarme dato attraverso volantini e messaggi telefonici preregistrati nel caso dell’attacco all’ospedale al-Wafa ha dimostrato la totale inefficacia di alcuni tipi di avvertimenti, generici e seriali.

6. Attacchi indiscriminati da parte dell’esercito israeliano con conseguenti decessi e ferimenti di civili

41. la Missione ha esaminato il bombardamento dell’incrocio di al-Fakhura a Jabalya, vicino a una scuola dell’UNRWA, in quel momento utilizzata come rifugio da più di 1.300 persone (Capitolo X). L’esercito israeliano ha lanciato almeno quattro granate. Una è atterrata nel giardino della casa di una famiglia uccidendo undici persone che si erano lì riunite. Le altre tre sono atterrate su al-Fakhura Street, uccidendo almeno altre ventiquattro persone e ferendone quaranta. La Missione ha esaminato in dettaglio le dichiarazioni dei rappresentanti del governo israeliano secondo cui gli attacchi sarebbero stati lanciati in risposta a un’aggressione da parte di un gruppo armato palestinese. Se la Missione non esclude che questo possa essere vero, considera comunque la credibilità della posizione israeliana diminuita da tutta una serie di incongruenze, contraddizioni e imprecisioni riscontrate nelle argomentazioni giustificative dell’attacco.

42. Nel trarre le proprie conclusioni legali sull’attacco contro l’incrocio di al-Fakhura, la Missione riconosce che le decisioni sulla proporzionalità degli attacchi, in cui occorre soppesare la necessità di raggiungere il vantaggio militare a fronte del rischio di uccidere dei civili, in alcuni si presentano come autentici dilemmi. La Missione non ritiene tuttavia che fosse questo il caso. Il lancio di almeno quattro granate per eliminare un ristretto numero di individui specifici in un contesto in cui era presente un ampio numero di civili impegnati in attività quotidiane, e nelle cui vicinanze trovavano rifugio 1.368 persone, non può essere considerata un’azione militare in cui il vantaggio militare atteso è predominante rispetto al numero dei civili a rischio. La Missione ritiene perciò che l’attacco sia stato indiscriminato e abbia violato il diritto internazionale e il diritto alla vita dei palestinesi civili uccisi in questo l’attacco.

7. Attacchi deliberati contro la popolazione civile

43.La Missione ha investigato undici episodi in cui l’esercito israeliano ha lanciato attacchi diretti contro i civili con conseguenze letali (Capitolo XI). I fatti concernenti i casi esaminati in questa parte del rapporto non indicano l’esistenza di alcun obiettivo militare che possa aver giustificato gli attacchi, con una sola eccezione. I primi due episodi riguardano attacchi contro case situate nel quartiere Samouni a sud di Gaza City e il bombardamento di una casa in cui alcuni civili palestinesi si erano radunati in seguito a un ordine impartito dall’esercito israeliano. I successivi sette casi riguardano l’uccisione di civili che stavano abbandonando le proprie case per spostarsi verso luoghi più sicuri, mostrando la bandiera bianca e, in alcuni casi, in esecuzione degli ordini dello stesso esercito israeliano. I dati raccolti dalla Missione indicano che tutti gli attacchi sono avvenuti in momenti in cui l’esercito israeliano aveva pieno controllo dell’area ed era precedentemente entrato in contatto con, o aveva almeno osservato, le persone che ha poi attaccato, ed era dunque consapevole del loro status di civili. Nella maggior parte dei casi presi in analisi le conseguenze degli attacchi israeliani contro i civili sono state aggravate dal successivo rifiuto di permettere l’evacuazione dei feriti o l’accesso alle ambulanze.

44. Questi episodi indicano che le direttive imposte all’esercito israeliano a Gaza prevedevano una bassa soglia di criticità circa l’uso di fuoco letale contro la popolazione civile. La Missione ha trovato chiare conferme di questo fenomeno nelle testimonianze dei soldati israeliani raccolte in due pubblicazioni esaminate.

45. La Missione ha inoltre esaminato un episodio in cui, durante la preghiera serale, un missile ha colpito una moschea provocando la morte di quindici persone, mentre un attacco con munizioni flechette sparato contro una folla riunita in una veglia funebre ne ha uccise cinque. La Missione ritiene che entrambi gli episodi costituiscano un attacco intenzionale contro la popolazione e gli obiettivi civili.

46. In base ai fatti accertati, in entrambi i casi sopra riportati la Missione ritiene che la condotta dell’esercito israeliano rappresenti una grave violazione della Quarta Convenzione di Ginevra, secondo cui la volontaria uccisione e la volontaria provocazione di sofferenza a danno di persone protette comportano responsabilità penali individuali. Ritiene inoltre che scegliere come obiettivi e uccidere arbitrariamente civili palestinesi sia una violazione del diritto alla vita.

47. L’ultimo episodio riguarda il lancio di una bomba contro una casa che ha provocato l’uccisione di ventidue familiari. La posizione di Israele rispetto a questo incidente è che si sarebbe trattato di un “errore operativo” e che il reale obiettivo era in realtà una casa vicina, utilizzata come deposito di armi. Sulla base dell’inchiesta svolta, la Missione esprime sostanziali dubbi circa la versione fornita dalle autorità israeliane. La Missione conclude che, nel caso in cui fosse stato commesso un errore, l’attacco non potrebbe essere definito un caso di uccisione volontaria. Tuttavia, rimarrebbe la responsabilità dello Stato di Israele per la violazione internazionale commessa.

8. Uso di un certo tipo di armi

48. In base alle indagini svolte sugli incidenti in cui sono state impiegate armi di un certo tipo come fosforo bianco e missili flechette, se da una parte la Missione riconosce che ad oggi il fosforo bianco non è proibito dalla legge internazionale, dall’altra ritiene che le forze armate israeliane siano state sistematicamente incoscienti nel deliberarne l’utilizzo nelle zone abitate. Inoltre, i dottori che hanno trattato i pazienti feriti dal fosforo bianco hanno evidenziato la gravità e a volte l’incurabilità delle bruciature provocate da questa sostanza. La Missione crede perciò che sia necessario prendere seriamente in considerazione la messa al bando dell’uso di fosforo bianco in aree urbane. Per quanto riguarda i missili flechette, la Missione evidenzia che di tratta di armi incapaci di identificare gli obiettivi dopo la detonazione. Sono pertanto particolarmente inadatte all’utilizzo in aree urbane, dove è ragionevole pensare che siano presenti civili.

49. Sebbene la Missione non possa sostenere con certezza che le munizioni DIME (Dense Inert Metal Explosive) siano state utilizzate dalle forze armate israeliane, essa ha di fatto ricevuto relazioni da parte di dottori palestinesi e stranieri operanti a Gaza durante le operazioni militari in cui si descrive un’alta percentuale di pazienti con ferite compatibili con gli effetti di questa arma. Le armi DIME e le armi dotate di metallo pesante al momento non sono proibite dalla legge internazionale, ma sollevano preoccupazioni specifiche legate alla salute. Infine, la Missione ha registrato testimonianze circa l’utilizzo di uranio, impoverito e non, da parte dell’esercito israeliano a Gaza. Queste accuse non sono state oggetto di investigazione da parte della Missione.

9. Attacchi contro le fondamenta della vita civile a Gaza: distruzione di infrastrutture industriali, risorse per la produzione alimentare, impianti idrici e di depurazione delle acque, case

50. La Missione ha investigato diversi episodi di distruzione di infrastrutture industriali, fabbriche alimentari, impianti idrici, fognature e abitazioni (Capitolo XIII). Già all’inizio delle operazioni militari il mulino el-Bader era l’unico impianto ancora in funzione nella Striscia. Il mulino è stato colpito da una serie di attacchi aerei il 9 gennaio 2009, dopo che diversi falsi allarmi erano stati lanciati nei giorni precedenti. La Missione ritiene che la sua distruzione non abbia alcuna giustificazione militare. La natura degli attacchi, e in particolare dell’attacco accuratamente mirato ai macchinari cruciali della struttura, suggerisce che l’intenzione fosse quella di mettere fuori uso la fabbrica in termini di capacità produttiva. Dai dati accertati la Missione ha riscontrato che c’è stata una grave violazione delle clausole della Quarta Convenzione di Ginevra. La distruzione illegale ed indiscriminata non giustificata da necessità militari rappresenta un crimine di guerra. La Missione ritiene inoltre che la distruzione del mulino sia stata effettuata con lo scopo di negare il sostentamento alla popolazione civile. Tale atto viola il diritto internazionale e può costituire un crimine di guerra. L’attacco al mulino costituisce inoltre la violazione del diritto a una fornitura adeguata di cibo e mezzi di sostentamento.

51. L’allevamento di polli del Sig. Sameh Sawafeary situato nel quartiere di Zeytoun a sud di Gaza City riforniva più del 10% del fabbisogno di Gaza. Bulldozer corazzati dell’esercito israeliano hanno sistematicamente raso al suolo le stie per i polli, uccidendo i 31.000 polli al loro interno, e hanno distrutto l’impianto e i materiali necessari per la produzione. La Missione conclude che questo è stato un deliberato atto di distruzione non giustificato da alcuna necessità militare, per il quale valgono le stesse considerazioni legali già esposte nel caso del mulino al-Bader.

52. L’esercito israeliano ha anche attaccato il muro di uno dei depositi di liquami dell’impianto di depurazione di Gaza, causando la fuoriuscita di più di 200.000 metri cubici di liquame nelle terre agricole adiacenti. Le circostanze suggeriscono che sia trattato di un attacco deliberato e premeditato. L’impianto di sollevamento idrico di Namar a Jabalya constava di due pozzi, un sistema di pompaggio, un generatore, un deposito per il carburante, un’unità di serbatoio per la clorazione, edifici e attrezzatura correlata. Tutto è stato distrutto da molteplici attacchi aerei durante il primo giorno dell’aggressione israeliana. La Missione ritiene improbabile che un obiettivo così grande possa essere stato colpito da un attacco multiplo per errore. Non ha trovato inoltre alcun motivo che potesse giustificare militarmente la distruzione del complesso, che non è mai stato utilizzato in precedenza dai gruppi armati palestinesi. Considerando che il diritto all’acqua è parte del diritto a una alimentazione adeguata, la Missione trae le medesime conclusioni legali già esposte nel caso del mulino al-Bader.

53. Durante la visita nella Striscia di Gaza, la Missione è ha preso visione dell’estensione della distruzione delle abitazioni civili provocata da attacchi aerei, bombardamenti di mortaio e artiglieria, missili, bulldozer e cariche esplosive. In alcuni casi i quartieri residenziali sono stati bersaglio di bombe aeree e soggetti ad attacchi intensivi con il fine di avvantaggiare l’avanzata delle forze di terra israeliane. In altri casi i dati raccolti dalla Missione suggeriscono fortemente che la distruzione delle case sia stata eseguita senza che esistesse alcun legame con la lotta ai gruppi armati palestinesi e senza che ciò comportasse alcun vantaggio militare. Combinando i risultati dell’inchiesta svolta sul campo con le immagini di UNOSAT e con le testimonianze pubblicate dei soldati israeliani, la Missione conclude che, parallelamente alla distruzione di case dovuta a una cosiddetta “necessità operazionale”, le forze israeliane sono state impegnate in una distruzione sistematica di edifici civili messa in atto durante gli ultimi tre giorni della presenza israeliana a Gaza, nonostante i militari fossero consapevoli dell’imminente ritiro. La condotta dell’esercito israeliano ha perciò violato il principio di distinzione tra obiettivi civili e obiettivi militari e si è macchiata della grave violazione di “distruzione estensiva… di proprietà, non giustificata da necessità militare e condotta illegalmente e indiscriminatamente”. L’esercito israeliano ha inoltre violato il diritto a una residenza adeguata delle famiglie colpite.

54. Gli attacchi contro i complessi industriali, le fabbriche alimentari e le infrastrutture idriche investigati dalla Missione sono parte di un più ampio disegno di distruzione che include la distruzione dell’unico impianto per l’imballo del cemento di Gaza (l’impianto Atta Abu Jubbah), le fabbriche di conglomerato Abu Eida, altri allevamenti di polli e le fabbriche del gruppo al-Wadiyah per la produzione di cibo e bevande. Le prove raccolte dalla Missione indicano che c’è stata una deliberata e sistematica politica da parte delle forze armate israeliane atta a colpire siti industriali e impianti idrici.

10. Uso dei civili palestinesi come scudi umani

55. La Missione ha investigato quattro casi in cui l’esercito israeliano ha costretto sotto minaccia delle armi uomini civili palestinesi a prendere parte a incursioni nelle abitazioni durante le operazioni militari (Capitolo XIV). Gli uomini palestinesi sono stati bendati e ammanettati per essere poi costretti a entrare nelle case prima dei soldati israeliani. In uno dei casi analizzati, i soldati israeliani hanno ripetutamente obbligato un uomo a entrare in una casa dove erano nascosti combattenti palestinesi. Le testimonianze pubblicate dai soldati israeliani che hanno preso parte alle operazioni militari confermano il ripetuto uso di questa pratica, nonostante i chiari ordini impartiti dall’Alta Corte israeliana alle forze armate di interromperne l’uso, e nonostante le continue rassicurazioni pubbliche rilasciate dalle forze armate israeliane, secondo le quali questa prassi era stata abbandonata. La Missione conclude che questi atti equivalgono ad utilizzare i palestinesi come scudo umano e sono pertanto proibiti dalla legge umanitaria internazionale. Essi mettono a rischio il diritto alla vita dei civili in modo arbitrario e illegale e costituiscono un trattamento crudele e inumano. L’uso di scudi umani è anche un crimine di guerra. Gli uomini palestinesi usati come scudi umani sono stati interrogati sotto minaccia di morte o violenza per ottenere informazioni su Hamas, i combattenti palestinesi e i tunnel. Questo costituisce un’ulteriore violazione della legge umanitaria internazionale.

11. Privazione della libertà: palestinesi di Gaza detenuti durante le operazioni militari israeliane dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009

56. Durante le operazioni militari le forze armate israeliane hanno radunato e detenuto un alto numero di civili all’interno di case e spazi aperti a Gaza. Molti uomini palestinesi sono stati trasferiti in prigioni israeliane. Nei casi investigati dalla Missione le prove raccolte indicano che nessuno dei civili detenuti era in possesso di armi né rappresentava alcuna evidente minaccia per i soldati israeliani. Il Capitolo XV dell’inchiesta si basa sulle interviste che la Missione ha ottenuto dagli uomini palestinesi che hanno subito la detenzione, e sull’esame che di altri materiali di rilievo, tra i quali interviste ai parenti e dichiarazioni di altre vittime.

57. Sulla base degli accertamenti effettuati la Missione ha riscontrato che sono state commesse numerose violazioni della legge umanitaria internazionale e della legge sui diritti umani nel contesto delle suddette detenzioni. I civili, donne e bambini inclusi, sono stati detenuti in condizioni degradanti, privati di cibo, acqua e accesso alle strutture sanitarie ed esposti alle intemperie di gennaio senza alcun riparo. Gli uomini sono stati ammanettati, bendati e continuamente fatti spogliare, a volte denudati, più volte durante la detenzione.

58. Nell’area di al-Atatra a nord-ovest di Gaza le truppe israeliane hanno scavato buche di sabbia in cui uomini, donne e bambini palestinesi sono stati imprigionati. All’interno delle buche e intorno a loro sono stati posizionati i carri armati israeliani e l’artiglieria, che sparavano di fianco ai detenuti.

59. Gli uomini palestinesi trasferiti nei centri di detenzione in Israele sono stati soggetti a condizioni degradanti di prigionia, interrogatori violenti, pestaggi e altri abusi fisici e mentali. Alcuni di loro sono stati accusati di essere combattenti illegali. Gli uomini intervistati dalla Missione sono stati rilasciati dopo che i procedimenti a loro carico erano stati apparentemente interrotti.

60. In aggiunta alla privazione arbitraria della libertà e alla violazione dei diritti processuali, i casi dei detenuti palestinesi evidenziano tratti comuni nell’interazione tra soldati israeliani e civili palestinesi, come già emerso chiaramente in altri casi analizzati in altri capitoli dell’inchiesta: abuso continuo e sistematico, oltraggio alla dignità personale, trattamenti umilianti e degradanti contrari ai principi fondamentali della legge umanitaria internazionale e della legge sui diritti umani. La Missione conclude che questa condotta equivale all’inflizione di una pena collettiva su questi civili, con misure di intimidazione e terrore. Tali atti sono una grave violazione della Quarta Convenzione di Ginevra e costituiscono un crimine di guerra.

12. Obiettivi e strategie delle operazioni militari israeliane a Gaza

61. La Missione ha esaminato le informazioni disponibili sulla pianificazione delle operazioni militari a Gaza, la tecnologia militare avanzata a disposizione dell’esercito israeliano e la sua conoscenza della legge umanitaria internazionale (Capitolo XVI). Secondo informazioni ufficiali governative, le forze armate israeliane dispongono di un elaborato sistema di addestramento e consulenza legale sul posto, che garantisce una debita conoscenza degli obblighi legali applicabili e supporta i comandanti nel rispettarli nelle circostanze specifiche. Le forze armate israeliane dispongono di hardware molto sofisticati e sono i leader sul mercato nella produzione di alcuni tra i più avanzati dispositivi di tecnologia militare disponibili, tra cui i droni (UAV). Sono dotati di una significativa capacità nello sferrare attacchi di precisione con i più diversi metodi, tra cui gli attacchi aerei e i lanci da terra. Tenendo in debita considerazione la capacità di pianificazione, l’alta tecnologia a disposizione dei mezzi utilizzati per realizzare i piani e le dichiarazioni dell’esercito israeliano, secondo cui in pratica non sono stati commessi errori, la Missione ritiene che gli incidenti e gi schemi degli eventi considerati nell’inchiesta siano il risultato di decisioni politiche deliberatamente pianificate.

62. Le tattiche utilizzate dall’esercito israeliano nell’offensiva a Gaza sono coerenti con altre operazioni precedentemente condotte, l’ultima delle quali è stata la guerra in Libano nel 2006. A quel tempo emerse il concetto della dottrina Dahiya, che prescrive l’applicazione di forza sproporzionata e la provocazione di ingenti danni, la distruzione della proprietà civile e delle infrastrutture e la sofferenza della popolazione civile. Esaminando le prove direttamente raccolte sul campo, la Missione conclude che ciò che era stato prescritto come migliore strategia sembra coincidere esattamente con quanto è stato messo in pratica.

63. Nel quadro degli obiettivi militari israeliani in relazione alle operazioni di Gaza, il concetto di “infrastrutture a supporto di Hamas” è particolarmente preoccupante in quanto sembra trasformare popolazione e beni civili in obiettivi legittimi. Le dichiarazioni di leader politici e militari rilasciate prima e durante le operazioni di Gaza indicano che nell’idea che ha l’esercito israeliano su ciò che è necessario fare in una guerra contro Hamas, la distruzione sproporzionata e la creazione del massimo sconvolgimento nelle vite di tante persone siano mezzi leciti per ottenere non solo una vittoria militare, ma anche politica.

64. Le dichiarazioni rilasciate dai leader israeliani, secondo i quali la distruzione di obiettivi civili sarebbe motivata da una risposta al lancio dei razzi (“distruggere 100 case per ogni razzo lanciato”), sono indicative della disponibilità a ricorrere a rappresaglie. La Missione ritiene che le rappresaglie contro i civili durante le ostilità armate violino la legge umanitaria internazionale.

13. L’impatto delle operazioni militari e del blocco sulla popolazione di Gaza e sui suoi diritti umani

65. La Missione ha esaminato l’impatto combinato delle operazioni militari e del blocco sulla popolazione di Gaza e sul godimento dei loro diritti umani. L’economia, le opportunità di impiego e il sostentamento delle famiglie erano già gravemente minati dal blocco nel momento in cui l’offensiva israeliana ha avuto inizio. Forniture inadeguate di carburante per la generazione di elettricità hanno avuto un impatto negativo sulla produzione industriale, sull’attività degli ospedali, sulla fornitura di acqua nelle case e sullo smaltimento dei rifiuti. Le restrizioni sulle importazioni e il divieto di qualsiasi esportazione da Gaza ha condizionato il settore industriale e la produzione agricola. Il tasso di disoccupazione e la percentuale di popolazione che viveva in povertà o al di sotto della povertà erano in crescita.

66. In questa situazione già precaria, le operazioni militari hanno distrutto una parte importante delle infrastrutture economiche. Essendo state la maggior parte delle fabbriche prese di mira e distrutte o danneggiate, la disoccupazione, la povertà e l’insicurezza alimentare si sono drammaticamente aggravate. Durante le operazioni militari anche il settore agricolo ha sofferto in modo analogo a causa della distruzione dei terreni, dei pozzi d’acqua e delle barche da pesca. Il perpetrarsi del blocco impedisce la ricostruzione delle infrastrutture economiche distrutte.

67. A causa della distruzione delle serre e dei terreni agricoli, si prevede che l’insicurezza alimentare peggiori ulteriormente nonostante le maggiori quantità di cibo introdotte nella Striscia di Gaza dall’inizio delle operazioni. La dipendenza dall’assistenza alimentare cresce. I livelli di sottosviluppo e magrezza nei bambini e la diffusione dell’anemia sia nei bambini che nelle donne incinte erano preoccupanti già prima delle operazioni militari. Gli stenti causati dall’ampia distruzione di case (l’UNDP cita 3.354 case distrutte e 11.112 danneggiate) e il conseguente spostamento di persone, colpisce particolarmente donne e bambini. La distruzione delle infrastrutture idriche e di depurazione (come ad esempio la distruzione dei pozzi di Namar e l’attacco contro l’impianto di trattamento delle acque decritti al Capitolo XIII) ha aggravato la situazione preesistente. Già prima delle operazioni militari, l’80% dell’acqua fornita a Gaza non rispettava gli standard di potabilità dell’OMS. Lo scarico di acque nere non trattate o trattate solo parzialmente nel mare è un ulteriore rischio sanitario che le operazioni militari hanno aggravato.

68. Le operazioni militari e le vittime causate da esse hanno posto il già fragile settore sanitario di Gaza in una situazione ancora più critica. Gli ospedali e le ambulanze sono stati presi di mira dagli attacchi israeliani. I pazienti con problemi sanitari cronici non hanno potuto essere trattati in modo prioritario a causa dell’afflusso di pazienti con ferite mortali. I pazienti con ferite causate dal conflitto venivano spesso dimessi in fretta per liberare i letti. L’impatto sanitario a lungo termine di queste dimissioni, così come le armi contenenti sostanze come tungsteno e fosforo bianco, rimangono motivo di preoccupazione. Il numero esatto di persone che riporterà disabilità permanenti è tuttora sconosciuto. La Missione osserva che molte persone che hanno subito ferite traumatiche durante il conflitto corrono ancora il rischio di riportare disabilità permanenti dovute a complicazioni o a cure e riabilitazione inadeguate.

69. Si prevede che anche il numero di individui che soffrono di problemi di salute mentale è destinato ad aumentare. La Missione ha esaminato un numero di incidenti in cui adulti e bambini sono stati testimoni dell’uccisione di famigliari e parenti. I medici del Programma di Salute Mentale della Comunità di Gaza hanno fornito informazioni alla Missione relativamente a disordini psicosomatici, diffusi stati di alienazione della popolazione e “stordimento” come risultato delle gravi perdite subite. Hanno riferito alla Missione che queste condizioni possono favorire l’attitudine verso l’uso della violenza e l’estremismo. Hanno inoltre comunicato alla Missione che il 20% dei bambini nella Striscia di Gaza soffre di disturbi post traumatici da stress.

70. Le difficoltà di apprendimento dei bambini legate a motivi psicologici sono aggravate dall’impatto del blocco e delle operazioni militari sulle infrastrutture scolastiche. Circa 280 scuole e asili sono stati distrutti in un momento storico in cui le restrizioni sull’importazione di materiale edilizio vigenti non permettono di ristrutturare gli edifici scolastici che necessitano urgenti riparazioni.

71. L’attenzione della Missione è stata attratta dalla particolare modalità con cui le donne sono state colpite dalle operazioni militari. I casi di donne intervistate dalla Missione a Gaza illustrano drammaticamente il dolore provocato dal sentimento d’incapacità di fornire la sicurezza e le cure necessarie ai bambini. Il senso di responsabilità delle donne verso la casa e i bambini le costringe spesso a nascondere la propria sofferenza: in questo modo i loro problemi non vengono adeguatamente affrontati. Il numero di donne che rappresenta l’unica fonte di reddito per la famiglia è cresciuto, ma le loro opportunità di impiego rimangono drasticamente inferiori rispetto a quelle maschili. Le operazioni militari hanno incrementato la povertà e le potenzialità di conflitto interno alla famiglia e tra le donne vedove e i loro parenti acquisiti.

72. La Missione riconosce che la fornitura di beni umanitari, in particolare derrate alimentari, permessa nella Striscia di Gaza da Israele è aumentata temporaneamente durante le operazioni militari. Tuttavia, il livello dei beni ammessi a Gaza, che prima delle operazioni era già insufficiente a soddisfare i bisogni della popolazione anche prima che scoppiassero le ostilità, è diminuito nuovamente al concludersi delle operazioni. Sulla base degli accertamenti svolti, la Missione ritiene che Israele abbia violato i suoi obblighi relativi al libero passaggio di tutte le forniture di medicinali e di materiale medico, cibo e vestiti (articolo 23 della Quarta Convenzione di Ginevra). La Missione ha inoltre rilevato che Israele ha violato gli obblighi specifici a cui è soggetto in qualità di Potenza occupante, come chiaramente prescritto nella Quarta Convenzione di Ginevra, tra cui ad esempio l’obbligo di mantenere in attività centri medici e ospedalieri e i servizi ad essi correlati, e a concordare programmi di soccorso umanitario nel caso in cui i territori occupati non siano adeguatamente riforniti.

73. La Missione ha inoltre concluso che la distruzione da parte delle forze armate israeliane di edifici residenziali privati, di pozzi, cisterne, terre agricole e serre è stata perpetrata con l’intento di privare la popolazione della Striscia di Gaza del proprio sostentamento. La Missione ha evidenziato che Israele ha violato l’obbligo di rispettare il diritto della popolazione della Striscia di Gaza a un adeguato standard di vita, incluso l'accesso adeguato a cibo, acqua e abitazione. La Missione inoltre ha rilevato violazioni di specifiche disposizioni relative alla protezione dei diritti umani dei bambini, particolarmente di quelli che sono vittime di conflitti armati, ma anche di donne e disabili.

74. Le condizioni di vita a Gaza conseguenti alle azioni deliberate delle forze armate israeliane e alle politiche dichiarate dal Governo di Israele - come sono state illustrate dai suoi autorizzati e legittimi rappresentanti – riguardo alla Striscia di Gaza prima, durante e dopo le operazioni militari, indicano l’intenzione di infliggere punizioni collettive alla popolazione di Gaza in violazione della legge umanitaria internazionale.

75. Infine, la Missione ha considerato la possibilità che la serie di atti che hanno privato la popolazione della Striscia di Gaza dei suoi mezzi di sostentamento, lavoro, casa e acqua, le azioni che negano la libertà di movimento e il diritto di entrare e uscire dal proprio Paese, le azioni che limitano l’accesso alle corti di giustizia e ai mezzi di ricorso legale, potrebbero essere considerate come persecuzione, che è un crimine contro l’umanità. Dai fatti a disposizione della Missione, si ritiene che alcune delle azioni del Governo di Israele potrebbero giustificare l’inchiesta di una commissione di giustizia competente che indaghi i crimini contro l’umanità commessi.

14. La continua detenzione del soldato israeliano Gilad Shalit

76. La Missione rileva che la detenzione di Gilad Shalit, membro delle forze armate israeliane catturato nel 2006 da un gruppo armato palestinese, continua tuttora. Come reazione alla sua cattura, il Governo israeliano ha ordinato svariati attacchi contro le infrastrutture della Striscia di Gaza e gli uffici dell’Autorità Palestinese. Ha inoltre arrestato otto Ministri del Governo Palestinese e ventisei membri del Consiglio Legislativo Palestinese.

 

La Missione ha raccolto testimonianze secondo cui durante le operazioni militari di dicembre 2008 e gennaio 2009, i palestinesi catturati sono stati interrogati dai soldati israeliani per conoscere la località in cui si trovava recluso Gilad Shalit. Il padre di Gilad Shalit, Noam Shalit, è comparso di fronte alla Missione durante l’udienza pubblica tenutasi a Ginevra il 6 luglio 2009.

77. La Missione è dell’avviso che, in quanto soldato appartenente alle forze armate israeliane sequestrato durante un’incursione nemica in Israele, Gilad Shalit rientra nello status di prigioniero di guerra sancito dalla Terza Convenzione di Ginevra. In quanto tale, deve essere protetto e trattato umanamente e deve poter comunicare con l’esterno secondo quanto stabilito dalla Convenzione. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa deve essere autorizzato a visitarlo immediatamente. Inoltre, la sua famiglia deve essere tempestivamente informata sulle sue condizioni.

78. La Missione esprime preoccupazione per le dichiarazioni rilasciate da diversi ufficiali israeliani, i quali hanno manifestato l’intenzione di mantenere il blocco della Striscia di Gaza fino al rilascio di Gilad Shalit. La Missione ritiene che ciò costituirebbe una punizione collettiva della popolazione civile della Striscia di Gaza.

15. Violenza interna diretta contro gli affiliati di Fatah da parte dei servizi di sicurezza controllati dalle autorità di Gaza

79. La Missione ha ricevuto informazioni sulla violenza esercitata contro gli oppositori politici da parte dei servizi di sicurezza che dipendono dalle autorità di Gaza. Queste informazioni includono l’uccisione di diversi residenti di Gaza tra l’inizio delle operazioni militari israeliane e il 27 febbraio 2009. Tra questi residenti si contano alcuni detenuti che si trovavano nella prigione di al-Saraya il 28 dicembre, e che sono evasi in seguito all’attacco aereo israeliano. Non tutti coloro che sono stati uccisi una volta evasi erano membri di Fatah, detenuti per ragioni politiche, o accusati di collaborazione con il nemico. Alcuni degli evasi erano stati condannati per gravi crimini, come traffico di droga e omicidio, ed erano stati condannati a morte. La Missione è stata informata del fatto che a molti membri di Fatah è stata negata la libertà di movimento o sono stati imposti gli arresti domiciliari durante le operazioni militari di Israele a Gaza. Secondo le autorità di Gaza, gli arresti sono stati effettuati solo al termine delle operazioni militari israeliane e solo in relazione ad atti criminali o per poter ristabilire l’ordine pubblico.

80. La Missione ha raccolto testimonianze dirette su cinque casi di membri di Fatah detenuti, uccisi o sottoposti ad abusi fisici da parte di membri delle forze di sicurezza o di gruppi armati a Gaza. Nella maggior parte dei casi, le persone sequestrate dalla propria casa o detenute con altre modalità non sarebbero state accusate di reati connessi a specifici incidenti, ma prese di mira a causa della loro appartenenza politica. Le accuse formulate risultavano sempre legate ad attività politiche sospette. Le dichiarazioni dei testimoni e i rapporti forniti da organizzazioni locali e internazionali per i diritti umani mostrano similarità sorprendenti e indicano che questi attacchi non sono stati compiuti in modo casuale, ma facevano parte di un piano di violenza organizzata diretto principalmente contro i membri o i sostenitori di Fatah. La Missione ritiene che tali azioni costituiscano gravi violazioni dei diritti umani e non rispettino la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, né la Basic Law palestinese.

I Territori Occupati Palestinesi: Cisgiordania e Gerusalemme Est

81. La Missione ritiene che gli avvenimenti che interessano la Cisgiordania siano strettamente correlati agli avvenimenti di Gaza: entrambi sono stati pertanto analizzati al fine di ottenere tutte le informazioni necessarie per meglio comprendere e rendicontare le tematiche in oggetto al proprio mandato.

82. In conseguenza del rifiuto di Israele di cooperare con la Missione, la stessa non ha potuto recarsi in Cisgiordania per investigare le presunte violazioni del diritto internazionale in quel territorio. Tuttavia, la Missione ha ricevuto molti rapporti orali e scritti e altro materiale rilevante da istituzioni e organizzazioni per i diritti umani israeliane, palestinesi e internazionali. In aggiunta, la Missione ha incontrato rappresentanti di organizzazioni per i diritti umani, membri della legislatura palestinese e leader politici. Ha sentito esperti, testimoni e vittime in udienze pubbliche, ha intervistato gli individui coinvolti e i testimoni e ha esaminato il materiale video e fotografico ricevuto.

16. Trattamento dei palestinesi da parte delle forze di sicurezza israeliane in Cisgiordania e uso eccessivo o letale della forza durante le manifestazioni

83. Diversi testimoni ed esperti hanno informato la Missione circa il netto incremento nell’uso della violenza da parte delle forze di sicurezza israeliane contro i palestinesi in Cisgiordania a partire dall’inizio delle operazioni israeliane a Gaza (Capitolo XIX). Molti dimostranti sono stati uccisi o feriti dalle forze israeliane durante le manifestazioni palestinesi, incluse quelle in supporto della popolazione di Gaza sotto attacco. Il livello di violenza impiegato in Cisgiordania durante le operazioni di Gaza non è calato nemmeno al termine delle stesse.

84. La Missione esprime particolare preoccupazione per le accuse di impiego eccessivo o letale della violenza da parte delle forze di sicurezza israeliane, l’uso di munizioni cariche e le disposizioni impartite alle forze armate israeliane di “aprire il fuoco” secondo regole differenti nei casi di disordini in cui erano presenti solo palestinesi o a cui partecipavano anche cittadini israeliani. Questo fa sorgere serie preoccupazioni in ordine alle politiche discriminatorie adottate verso i palestinesi. Testimoni oculari hanno anche riferito alla Missione che per controllare la folla sono stati impiegati dei cecchini. I testimoni hanno riferito di avere riscontrato un’atmosfera decisamente diversa nei confronti dei soldati e della polizia di frontiera durante le manifestazioni in cui tutti i controlli e i freni erano stati rimossi. Molti testimoni hanno riferito alla Missione che durante le operazioni a Gaza l’atmosfera in Cisgiordania era di “liberi tutti”, dove tutto era permesso.

85. Le autorità israeliane fanno poco o nulla per investigare, perseguire e punire la violenza contro i palestinesi, inclusi i casi di omicidio da parte dei coloni e delle forze di sicurezza, creando così una situazione di impunità diffusa. La Missione ha concluso che Israele non ha soddisfatto il proprio obbligo di proteggere i palestinesi dalla violenza di individui privati, ai sensi della legge internazionale sui diritti umani e della legge umanitaria internazionale.

2. Detenzione dei palestinesi nelle carceri israeliane

86. È stato stimato che dall’inizio dell’occupazione circa 700.000 palestinesi - uomini, donne e bambini - siano stati detenuti in Israele. Secondo statistiche aggiornate all’1 giugno 2009, ci sarebbero circa 8.100 “prigionieri politici” palestinesi detenuti in Israele, tra i quali 60 donne e 390 bambini. La maggior parte di questi detenuti sono accusati o condannati dal Tribunale Militare israeliano che opera in Cisgiordania esclusivamente per i palestinesi, e in cui i diritti processuali previsti per i palestinesi sono molto limitati. Molti di loro sono trattenuti in detenzione amministrativa, altri secondo la legge israeliana sui “combattenti illegali”.

87. La Missione si è concentrata su determinati aspetti relativi ai detenuti palestinesi, che reputa connessi alle operazioni militari israeliane svoltesi a Gaza tra dicembre e gennaio, o al loro contesto.

88. I provvedimenti legali a partire dal ritiro di Israele da Gaza nel 2005 hanno evidenziato trattamenti differenziati per i detenuti di Gaza. Una legge del 2006 ha alterato le garanzie processuali ed è applicata solo ai sospetti palestinesi, la cui stragrande maggioranza proviene da Gaza, secondo fonti governative israeliane. Il Programma di visite familiari del Comitato Internazionale della Croce Rossa nella Striscia di Gaza è stato sospeso nel 2007, bloccando così ogni via di comunicazione tra i prigionieri di Gaza e il mondo esterno.

89. Durante le operazioni militari israeliane a Gaza, il numero di bambini detenuti da Israele è aumentato rispetto allo stesso periodo del 2008. Secondo alcuni resoconti molti bambini sono stati arrestati in strada e/o durante le manifestazioni in Cisgiordania nel periodo delle operazioni a Gaza. Il numero di bambini detenuti ha continuato ad essere alto nei mesi che hanno seguito la fine delle operazioni, così come le denunce di abusi da parte delle forze di sicurezza israeliane.

90. Una caratteristica delle pratiche di detenzione dei palestinesi da parte di Israele, a partire dal 2005, è stato l’arresto di affiliati di Hamas. Alcuni mesi prima delle elezioni del Consiglio Legislativo Palestinese, Israele ha arrestato diverse persone che avevano preso parte alle elezioni municipali o del Consiglio Legislativo Palestinese. In seguito alla cattura del soldato israeliano Gilad Shalit da parte di gruppi armati palestinesi, l’esercito israeliano ha arrestato 65 membri del Consiglio Legislativo Palestinese, sindaci e ministri, per lo più membri di Hamas. Tutti sono stati detenuti per almeno due anni, in genere in condizioni inadeguate. Altri arresti di leader di Hamas sono stati condotti durante le operazioni militari a Gaza. La detenzione di membri del Consiglio Legislativo ha messo questo organo nell’impossibilità di operare e di esercitare le sue funzioni legislative e di supervisione dell’esecutivo palestinese.

91. La Missione ha concluso che tali pratiche costituiscono una violazione della legge sui diritti umani e della legge umanitaria internazionale, del divieto di detenzione arbitraria, del diritto a un’equa protezione davanti alla legge, della non discriminazione basata su credo politici e della speciale protezione a cui hanno diritto i bambini. La Missione ha inoltre sottolineato che la detenzione dei membri del Consiglio Legislativo può equivalere a una punizione collettiva contraria alla legge umanitaria internazionale.

18. Restrizioni della libertà di movimento in Cisgiordania

92. Israele ha imposto per lungo tempo in Cisgiordania un sistema di restrizioni di movimento. Il movimento è limitato attraverso una combinazione di ostacoli fisici come blocchi stradali, checkpoint e il Muro, ma anche attraverso misure amministrative come carte di identità, permessi, residenza assegnata, leggi di ricongiungimento familiare e politiche relative al diritto di entrata dall’estero e il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi. Ai palestinesi è negato l’accesso alle aree espropriate per la costruzione del Muro e le sue infrastrutture, per la costruzione di colonie, zone cuscinetto, basi militari e zone di esercitazioni militari, nonché le strade costruite per collegare questi luoghi. Molte di queste strade sono “solo per israeliani” e quindi proibite ai palestinesi. Decine di migliaia di palestinesi ogni giorno incorrono nel divieto di spostarsi imposto da Israele, non potendo quindi nemmeno viaggiare all’estero. Molti testimoni ed esperti invitati per un colloquio con la Missione ad Amman o alle udienze a Ginevra non hanno potuto incontrare la Missione a causa di questo divieto.

93. La Missione ha ricevuto rapporti in cui si riferisce che le limitazioni di movimento si sono aggravate durante l’offensiva israeliana a Gaza. Israele ha imposto la “chiusura” della Cisgiordania per molti giorni. In aggiunta, i checkpoint in Cisgiordania sono aumentati, così come a Gerusalemme Est, per tutta la durata delle operazioni. Molti di questi posti di blocco erano i cosiddetti checkpoint “volanti”. Nel gennaio 2009 molte aree della Cisgiordania tra il Muro e la Linea Verde sono state dichiarate “aree militari chiuse”.

94. Durante e dopo le operazioni a Gaza, Israele ha accresciuto il suo controllo sulla Cisgiordania aumentando il numero di espropriazioni, demolizioni di case, ordini di demolizione e permessi concessi per costruire case nelle colonie, e incrementando lo sfruttamento delle risorse naturali in Cisgiordania. In seguito alle operazioni a Gaza, Israele ha modificato le norme che regolano le possibilità di una persona che possiede una carta di identità di Gaza di spostarsi in Cisgiordania e viceversa, radicando così ulteriormente la separazione tra la popolazione di Gaza e della Cisgiordania.

95. Il Ministero per la Casa e la Pianificazione israeliano sta progettando la costruzione di altre 73.000 case nelle colonie in Cisgiordania. La costruzione di 15.000 di queste unità abitative è già stata approvata, e, se i piani saranno realizzati, il numero dei coloni israeliani nei Territori Palestinesi Occupati raddoppierà.

96. La Missione crede che le restrizioni di movimento e accesso a cui sono sottoposti i palestinesi della Cisgiordania siano sproporzionati rispetto a qualsiasi obiettivo militare perseguito, e in particolare in relazione alle ulteriori restrizioni durante, e per certi versi anche dopo, le operazioni militari a Gaza. Inoltre, la Missione esprime preoccupazione per le azioni recentemente intraprese volte a formalizzare la separazione tra Gaza e la Cisgiordania, e quindi tra le due parti dei Territori Occupati.

19. Violenza interna e persecuzione dei sostenitori di Hamas da parte dell’Autorità Palestinese, restrizioni della libertà di espressione e di assemblea

97. La Missione ha ricevuto segnalazioni di violazioni rilevanti al fine del mandato commesse dall’Autorità Palestinese nel periodo interessato dall’indagine, tra cui violazioni relative al trattamento dei (sospetti) affiliati ad Hamas da parte dei servizi di sicurezza, con arresti illegali e detenzioni. Diverse organizzazioni per i diritti umani palestinesi hanno denunciato che le pratiche impiegate dalle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese in Cisgiordania equivalgono a tortura e trattamenti e punizioni crudeli inumani e degradanti. Vi è un numero di casi di morti in carcere dove si sospetta che la tortura o altri maltrattamenti abbiano contribuito o causato la morte del detenuto. Le accuse circa l’utilizzo di queste pratiche non sono state investigate.

98. Sono state inoltre segnalate violazioni relative all’utilizzo di forza eccessiva e alla soppressione di dimostrazioni da parte dei servizi di sicurezza palestinesi (in particolare quelle in supporto della popolazione di Gaza durante le operazioni militari israeliane). In queste occasioni i servizi di sicurezza dell’Autorità Palestinese avrebbero arrestato molti individui e impedito ai media di riportare gli eventi. La Missione ha anche ricevuto segnalazioni di persecuzione da parte dei servizi di sicurezza di giornalisti che esprimevano punti di vista critici.

99. L’inattività del Consiglio Legislativo Palestinese in seguito all’arresto e detenzione da parte di Israele di diversi suoi membri ha in effetti impedito al parlamento di esercitare i suoi ruoli di supervisione dell’esecutivo dell’Autorità Palestinese. L’esecutivo ha approvato una serie di decreti e regolamenti per garantire la propria operatività quotidiana.

100. Altre accuse includono la chiusura arbitraria di associazioni ed enti di beneficenza affiliati ad Hamas e ad altri gruppi islamici, la revoca o il non rinnovo delle loro licenze, la sostituzione forzata dei dirigenti delle scuole islamiche e altre istituzioni, il licenziamento di insegnanti affiliati ad Hamas.

101. L’Autorità Palestinese continua a licenziare un largo numero di impiegati civili e militari o a sospendere i loro salari con il pretesto di “non fedeltà all’autorità legittima” o “non ottenimento dell’approvazione di sicurezza” sulle loro nomine, che sono diventati un pre-requisito nei servizi pubblici. Di fatto, queste misure mirano all’esclusione dei sostenitori o affiliati di Hamas dagli impieghi nel settore pubblico.

102. La Missione è del parere che le misure riportate sono in violazione degli obblighi in carico all’Autorità Palestinese derivanti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e dalla Basic Law palestinese.

Israele

1. L'impatto dei razzi e degli attacchi da mortaio sui civili nel sud di Israele

103. I gruppi armati palestinesi hanno lanciato circa 8000 razzi e mortai nel sud di Israele dal 2001 (Capitolo XIII). Mentre comunità come Sderot e Kibbutz Nir-Am si sono trovate nel raggio di fuoco di razzi e mortai fin dall’inizio, l’area interessata dai lanci si estesa durante le operazioni militari a Gaza fino a 40 Km dal confine di Gaza, comprendendo paesi più a nord fino ad Ashdod.

104. Dal 18 giugno 2008 i razzi lanciati dai gruppi armati palestinesi hanno ucciso 3 civili in Israele e 2 civili a Gaza, quando un razzo è atterrato vicino al confine il 26 dicembre 2008. Oltre 1000 civili in Israele sarebbero stati fisicamente feriti in conseguenza degli attacchi di razzi e mortai, 918 dei quali nel periodo delle operazioni militari israeliane a Gaza.

105. La Missione ha in particolare riscontrato l’alto numero di traumi psicologici sofferti dalla popolazione civile in Israele. I dati raccolti da una organizzazione israeliana in ottobre 2007 hanno rivelato che il 28.4% degli adulti e il 72-94% dei ragazzi di Sderot ha sofferto di disturbi post traumatici da stress. 1596 persone sono state curate durante le operazioni militari a Gaza, altre 500 in seguito ad esse.

106. Razzi e mortai hanno danneggiato case, scuole e macchine nel sud di Israele. Il 5 marzo 2009 un razzo ha colpito una sinagoga a Netivot. I razzi e i mortai hanno avuto un impatto negativo sul diritto all’educazione di giovani e adulti che vivono nel sud di Israele in seguito alla chiusura delle scuole e all’interruzione delle lezioni a causa di allarmi e fughe verso i rifugi. Si è riscontrata anche una diminuzione della capacità di apprendimento negli individui incorsi in traumi psicologici.

107. I razzi e i mortai hanno avuto un impatto negativo anche sulla vita economica e sociale delle comunità colpite. In comunità come Ashdod, Yavne, Beer Sheba, che hanno subito attacchi di razzi per la prima volta durante le operazioni militari a Gaza, si è registrata una breve interruzione della vita economica e culturale dovuta al temporaneo spostamento di alcuni dei loro abitanti. Per i paesi più vicini al confine con Gaza, che sono stati sotto il lancio di razzi e mortai fin dal 2001, la recente escalation ha ulteriormente incrementato l’esodo dei residenti dall’area.

108. La Missione ha accertato che i razzi e, in misura minore, i colpi di mortaio lanciati dai gruppi armati palestinesi non possono essere diretti specificamente contro obiettivi militari, e che questi sono stati lanciati in aree dove erano presenti civili. La Missione ha inoltre accertato che questi lanci costituiscono attacchi indiscriminati contro la popolazione civile del sud di Israele, in aree dove non vi sono obiettivi militari. Questi attacchi sono crimini di guerra e possono essere considerati crimini contro l’umanità. Data l’apparente incapacità dei gruppi armati palestinesi di dirigere i razzi e i colpi di mortaio verso specifici obiettivi, e dato che gli attacchi hanno causato danni molto limitati alle risorse militari israeliane, la Missione ritiene che vi siano prove significative per suggerire che l’intento primario degli attacchi con razzi e mortai sia stata la diffusione del terrore tra la popolazione civile israeliana. Ciò costituisce una violazione della legge internazionale.

109. Prendendo atto del fatto che alcuni gruppi armati palestinesi, tra i quali Hamas, hanno pubblicamente espresso la loro intenzione di colpire i civili come ritorsione per le vittime civili causate a Gaza dalle operazioni militari israeliane, la Missione è dell’avviso che le ritorsioni contro i civili in conflitti armati siano contrarie alla legge umanitaria internazionale.

110. La Missione osserva che le perdite relativamente ridotte di civili in Israele sono dovute in gran parte alle precauzioni prese da Israele. Queste includono un sistema di pronto allarme, la fornitura di ripari pubblici e la fortificazione di scuole e di altri edifici pubblici, con costi elevati - 460 milioni di dollari stanziati tra il 2005 e 2011 - per il governo israeliano. La Missione è tuttavia fortemente preoccupata per la mancanza di sistemi di pronto allarme e ripari pubblici per le comunità israeliane palestinesi non riconosciute e in alcuni villaggi non riconosciuti che sono nel raggio dei razzi e dei colpi di mortaio lanciati dai gruppi armati palestinesi di Gaza.

21. Repressione del dissenso in Israele, diritto di accesso all’informazione e trattamento dei difensori dei diritti umani

111. La Missione ha ricevuto resoconti di individui e di gruppi che, in quanto ritenuti fonti di critica delle operazioni militari israeliane, sono stati soggetti a repressione o tentata repressione da parte del governo di Israele. Pur nel contesto di un largo supporto fornito dalla popolazione ebraica alle operazioni militari israeliane a Gaza, vi sono state anche diffuse proteste. Centinaia di migliaia di persone hanno protestato: soprattutto, ma non esclusivamente, palestinesi cittadini di Israele. Mentre nella maggior parte dei casi le proteste sono state autorizzate, ci sarebbero stati casi in cui i dimostranti hanno avuto difficoltà nell’ottenere permessi, in particolare in aree abitate principalmente da palestinesi di cittadinanza israeliana. 715 persone in Israele e nella Gerusalemme Est occupata sono state arrestate durante le proteste. Non risultano arresti di contro-manifestanti. Il 34% degli arrestati era rappresentato da persone sotto i 18 anni. La Missione prende atto che una parte relativamente piccola dei protestanti è stata posta in arresto. La Missione esorta il Governo di Israele affinché le autorità di polizia rispettino i diritti di tutti i cittadini, senza discriminazioni, garantendo la libertà di espressione e il diritto di riunirsi pacificamente come garantito dalla Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici.

112. La Missione ha accolto con preoccupazione i resoconti in cui alcuni membri della polizia avrebbero commesso atti di violenza fisica ai danni dei dimostranti, con percosse e altre condotte inappropriate, tra cui l’assoggettamento dei cittadini palestinesi di Israele in arresto ad abusi razziali e commenti sessuali sui membri femminili delle loro famiglie. L’articolo 10 della Convenzione Internazionale Diritti Civili e Politici prevede che chiunque venga privato della propria libertà sia trattato con umanità e rispetto per l’inerente dignità della persona umana.

113. Tra i dimostranti portati davanti alle corti israeliane, i palestinesi israeliani hanno subito una carcerazione preventiva sproporzionata. L’elemento di discriminazione e trattamento differenziato tra cittadini palestinesi e israeliani da parte delle autorità giudiziarie, come indicato dai resoconti ricevuti, è causa di sostanziale preoccupazione.

114. Gli interrogatori degli attivisti politici da parte dei Servizi di Sicurezza Generali israeliani sono menzionati tra le azioni che hanno più significativamente contribuito all’instaurazione di un clima di tensione in Israele. La Missione considera preoccupante il fatto che gli attivisti politici siano obbligati ad essere interrogati dallo Shabbak (anche noto come Shin Bet), in assenza di qualsiasi obbligazione legale, e in particolare i presunti interrogatori degli attivisti politici circa le loro attività politiche.

115. La Missione ha ricevuto resoconti di indagini condotte dal governo israeliano sul movimento New Profile con l’accusa di incitamento alla diserzione (reato penale). Ha inoltre ricevuto resoconti sui tentativi condotti dal governo israeliano di bloccare le attività di finanziamento dei governi esteri in favore dell’organizzazione “Breaking the Silence”, in seguito alla pubblicazione delle testimonianze di alcuni soldati israeliani sulla condotta tenuta dalle forze armate israeliane a Gaza nel dicembre 2008 e gennaio 2009. La Missione teme che le azioni del governo israeliano nei confronti di questa organizzazione possano avere effetti intimidatori su altre organizzazioni di difesa dei diritti umani. La cosiddetta Dichiarazione sui Difensori dei Diritti Umani delle Nazioni Unite garantisce il diritto di “sollecitare, ricevere e utilizzare risorse con l’espresso proposito di promuovere e proteggere i diritti umani e le libertà fondamentali attraverso mezzi pacifici”. Se il governo israeliano svolge attività di lobby verso i governi stranieri per bloccarne le attività di finanziamento, con l’intento di limitare la libertà di espressione dell’organizzazione, ciò sarebbe contrario allo spirito della Dichiarazione.

116. Il governo israeliano ha imposto il divieto di accesso ai media a Gaza a partire dal 5 novembre 2008. Il divieto è stato esteso anche alle associazioni per i diritti umani e continua tuttora per alcune organizzazioni israeliane e internazionali. La Missione non è in grado di trovare alcuna ragione che giustifichi tale divieto. La presenza di giornalisti e osservatori di organizzazioni per la difesa dei diritti umani aiuta a investigare e a mostrare al vasto pubblico la condotta delle parti durante il conflitto. Inoltre, la loro presenza può inibire comportamenti scorretti. La Missione ritiene che Israele, nelle sue azioni contro gli attivisti politici, le ONG e i media, abbia cercato di ridurre la visibilità pubblica della sua condotta, sia durante le operazioni militari a Gaza sia nelle conseguenze che queste operazioni hanno avuto per la popolazione di Gaza, nel tentativo di evitare le investigazioni e la pubblica rendicontazione.

D. Responsabilità

1. Procedimenti e risposte da parte di Israele in riferimento alle accuse di violazioni perpetrate dalle proprie forze armate contro i palestinesi

117. Indagare e, ove appropriato, perseguire coloro che si siano resi sospetti di gravi violazioni è necessario affinché sia assicurato il rispetto dei diritti umani e della legge umanitaria, e per evitare che si sviluppi un clima di impunità. Gli Stati hanno il dovere, secondo la legge internazionale, di investigare le accuse di violazioni.

118. La Missione ha esaminato informazioni di pubblico dominio e rapporti del governo israeliano sulle azioni intraprese per adempiere all’obbligo di investigare le presunte violazioni. Ha sottoposto a Israele una serie di domande su questo tema, senza però ricevere alcuna risposta.

119. In risposta alle accuse di gravi violazioni della legge sui diritti umani e della legge umanitaria internazionale, l’Avvocatura Generale Militare ha avviato alcune inchieste penali che si sono chiuse due settimane dopo con la conclusione che le accuse “si basavano su dicerie”. Le forze militari israeliane hanno anche pubblicato i risultati di cinque indagini speciali condotte da alti ufficiali militari, dove si conclude che “per tutta la durata del conflitto a Gaza, le Forze di Difesa Israeliane hanno agito in conformità al diritto internazionale”, pur evidenziando un certo numero di piccoli errori. Il 30 luglio 2009 i media hanno riportato che l’Avvocatura Generale Militare ha ordinato alla Polizia Militare di avviare inchieste penali in 14 casi su circa 100 accuse di presunte condotte penalmente rilevanti tenute dai soldati. Non sono stati forniti ulteriori dettagli.

120. La Missione ha esaminato il sistema interno di indagine e procedura processuale di Israele sulla base della sua legislazione nazionale e alla luce della prassi. Il sistema comprende: a) procedure disciplinari b) debriefing operativi (noti anche come “inchieste operative”) c) inchieste speciali condotte da un ufficiale esperto su richiesta del Capo di Stato Maggiore e d) investigazioni della Polizia Militare condotte dalla Divisione Investigativa Criminale della Polizia Militare. Il cuore del sistema è costituito dai cosiddetti debriefing operativi, dove i soldati appartenenti alla stessa unità o linea di comando, in collaborazione con un ufficiale esperto, esaminano gli incidenti e le operazioni. Si tratta di uno strumento finalizzato a scopi operativi.

121. La legge internazionale sui diritti umani e la legge umanitaria internazionale impongono agli Stati di indagare e, se è il caso, di perseguire le accuse di gravi violazioni da pare del personale militare. Il diritto internazionale ha anche stabilito che tali investigazioni devono conformarsi a parametri di imparzialità, indipendenza, prontezza ed efficacia. La Missione ritiene che il sistema israeliano di indagine non sia conforme a tali principi. Per quanto riguarda i debriefing operativi in uso nelle forze armate israeliane come strumento di indagine, la Missione è del parere che uno strumento designato per la valutazione della performance allo scopo di capitalizzare le esperienze può difficilmente essere uno strumento di indagine efficace e imparziale che dovrebbe essere istituito dopo ogni azione militare su cui gravano accuse gravi di violazioni. Esso non è conforme ai principi internazionalmente riconosciuti di imparzialità e prontezza nelle indagini. Il fatto che le inchieste penali vere e proprie possano essere avviate solo dopo che i debriefing operativi si siano conclusi è un grave difetto del sistema israeliano di indagine.

122. La Missione conclude avanzando seri dubbi circa la volontà di Israele di intraprendere investigazioni serie e in modo imparziale, indipendente, tempestivo ed efficace come richiesto dal diritto internazionale. La Missione è anche del parere che il sistema israeliano nel suo complesso presenti inerenti caratteristiche discriminatorie, che rendono molto difficile punire secondo giustizia i crimini commessi contro vittime palestinesi.

2. Procedimenti da parte della autorità palestinesi

(a) Procedimenti relativi ad atti commessi nella Striscia di Gaza

123. La Missione non ha trovato alcuna prova dell’esistenza di un sistema pubblico per il monitoraggio o l’assegnazione di responsabilità per gravi violazioni della legge umanitaria internazionale e della legge sui diritti umani istituito dalle autorità di Gaza. La Missione considera preoccupante il sistematico disprezzo della legge umanitaria internazionale con cui i gruppi armati nella Striscia di Gaza hanno condotto le proprie attività armate con razzi e mortai dirette contro Israele. Nonostante alcuni comunicati mediatici, la Missione non è convinta che le autorità abbiano intrapreso iniziative efficaci e autentiche per affrontare la grave questione delle violazioni della legge umanitaria internazionale nella condotta delle attività armate da parte dei gruppi militanti nella Striscia di Gaza.

124. Nonostante le dichiarazioni delle autorità di Gaza e le azioni che queste possono avere intrapreso (di cui la Missione no è in ogni caso informata), la Missione osserva che gran parte delle accuse di uccisioni, tortura e maltrattamenti all’interno della Striscia di Gaza non sono state indagate.

(b) Procedimenti relativi ad atti commessi nella Cisgiordania

125. In riferimento alle violazioni identificate in Cisgiordania risulta, con rare eccezioni, che sia stato applicato un certo grado di tolleranza verso le violazioni dei diritti umani commesse contro gli oppositori politici: ciò ha prodotto una situazione di mancata attribuzione della responsabilità. Il Ministro degli Interni ha anche ignorato le decisioni dell’Alta Corte di rilasciare un certo numero di detenuti o di riaprire alcune associazioni chiuse dal potere amministrativo.

126. In tali circostanze, la Missione non può ritenersi soddisfatta dalle azioni intraprese dall’Autorità Palestinese per indagare le responsabilità di coloro che hanno commesso gravi violazioni del diritto internazionale, e crede che la responsabilità di proteggere i diritti delle persone, così come è stata assunta dall’Autorità Palestinese, deve essere onorata con maggiore impegno.

3. Giurisdizione universale

127. Nel contesto di crescente indisponibilità da parte di Israele di avviare procedure penali conformi ai parametri del diritto internazionale, la Missione supporta il ricorso alla giurisdizione universale come mezzo per gli Stati per indagare gravi violazioni delle clausole della Convenzione di Ginevra del 1949, impedire l’impunità e promuovere la perseguibilità a livello internazionale (Capitolo XXVIII).

4. Riparazioni

128. Il diritto internazionale stabilisce anche che, laddove si verifichi la violazione di un obbligo internazionale, vi sia anche un obbligo di riparazione. È parere della Missione che la struttura costituzionale e la legislazione vigenti in Israele lascino davvero poco spazio, se mai ne lasciano, affinché i palestinesi possano richiedere compensazioni. È necessario che la comunità internazionale fornisca un meccanismo aggiuntivo o alternativo di compensazione per i danni o le perdite inflitte ai civili palestinesi durante le operazioni militari (Capitolo XXIX).

E. Conclusioni e raccomandazioni

129. Nel Capitolo XXX la Missione trae le sue conclusioni generali sulle questioni indagate e include un sommario dei suoi accertamenti legali.

130. La Missione avanza quindi una serie di raccomandazioni ad alcuni corpi delle Nazioni Unite, a Israele e alle Autorità palestinesi responsabili, nonché alla comunità internazionale, nelle seguenti aree: (a) attribuzione di responsabilità per gravi violazioni della legge umanitaria internazionale; (b) riparazioni; (c) gravi violazioni della legge sui diritti umani; (d) blocco e ricostruzione; (e) utilizzo di armi e procedure militari; (f) protezione di difensori ed organizzazioni per i diritti umani; (g) conseguenze delle raccomandazioni della Missione. Le raccomandazioni sono esposte dettagliatamente nel Capitolo XXXI.


 


Originale da: Tlaxcala

Articolo originale pubblicato il 2.11.2009

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LA TERRA DI CANAAN: 02/11/2009

 
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