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05/07/2020
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Un’intervista con lo scrittore spagnolo Manuel Talens in occasione del 92.esimo Anniversario della Rivoluzione di Ottobre

“La Rivoluzione Russa era la prova tangibile di cui avevano bisogno i dannati della terra per essere sicuri che il sogno di Marx non era un’illusione”


AUTORE:  Salvador LÓPEZ ARNAL

Tradotto da  Curzio Bettio


Fin dal primo momento, la Rivoluzione di Ottobre è stata un punto di riferimento per il movimento operaio internazionale e internazionalista e delle organizzazioni socialiste che non erano arretrate di fronte al militarismo e alle smanie di conquista dimostrate dai potenti della terra. Era quindi un punto di riferimento da celebrare. Le manifestazioni che si organizzavano in omaggio a quella data gloriosa, il 7 novembre, balzano tuttora alla memoria di molti rivoluzionari in lotta. A partire dalla disintegrazione  dell’Unione Sovietica, dalla vittoria della controrivoluzione di un capitalismo selvaggio nella terra di Gorky e Mayakovsky, perfino qui, in questo sito che si tinge di rosso, vive l’oblio, un ingiusto e suicida oblio.

Per ricordare questa data, per parlare del significato di quella rivoluzione socialista, abbiamo conversato con lo scrittore spagnolo Manuel Talens, uomo di scienze, traduttore e militante.

*     *     *

 

Non molto tempo fa, tu mi ricordavi che la tua prima novella, La parábola de Carmen la Reina, si concludeva con le seguenti parole:  

[In Artefa, un piccolo villaggio nelle Alpujarras di Granada, le trombe dell’Apocalisse iniziano a suonare]...

 “María Espinosa stava sull’aia, lanciando becchime alle galline; aveva sognato che José Botines le dichiarava il suo amore accarezzandola con parole ardenti alla luce della candelina, e si era svegliata con l’animo tanto allegro che si era dimenticata di aprire la finestra per arieggiare la camera, senza rendersi conto che l’azzurro del cielo si era coperto di nubi plumbee che erano arrivate lentamente durante la notte; però aveva alzato lo sguardo al sentire che i suoi capelli nivei cominciavano a bagnarsi, e allora vide la luce di un raggio luminoso cadere sopra la croce del campanile; si diresse dal lato sinistro della sua casa verso la piazza del villaggio, mentre i timpani esplodevano fra il frastuono delle trombe; si sentiva l’odore della polvere pirica bruciata e le fiamme scaturivano scintillando dalle finestre della chiesa; lei stava già a due passi dalla morte, e comunque credette di sentire fra il rombo degli scoppi l’inizio di una nuova speranza; era il 7 novembre del 1917, e in quel medesimo istante le orde liberatrici balzavano al di sopra delle barricate allo squillo della settima ed ultima tromba, avanzando vittoriose fra il fumo opaco dei cannoni per entrare di slancio dentro il Palazzo d’Inverno…”     

Ora, quasi cento anni più  tardi, desidero proprio chiederti di quel 7 novembre. Nel tuo brano parli di una nuova speranza, di orde liberatrici. Cosa successe in quel 7 novembre 1917? Perché pensi che rappresentò una nuova speranza per le classi lavoratrici di tutto il mondo?

Dal momento che la tua domanda mescola fiction con la realtà, e questo mi è veramente di mio gradimento e come novelliere sono uso praticare, prima di tutto voglio aggiungere qualcosa sul contesto relativo a questa citazione estemporanea dalla mia novella, in modo che il lettore possa meglio orientarsi.

La parábola de Carmen la Reina si svolge nella regione montagnosa delle Alpujarras di Granada, un angolo di Andalusia da cui proviene la mia famiglia materna, e tratta della lotta di classe in un villaggio immaginario, Artefa, attraverso tutto il diciannovesimo secolo e l’inizio del ventesimo.

La meticolosa coincidenza di date fra gli esiti apocalittici degli accadimenti in Artefa e l’assalto al Palazzo d’Inverno – che significò la nascita dell’URSS – non è casuale, ma un artificio retorico che ho utilizzato per rendere omaggio a quell’avvenimento storico fondamentale che è stata la Rivoluzione di Ottobre.

In quanto al 7 novembre, devo fare chiarezza sul fatto che la Russia zarista faceva riferimento all’antico calendario giuliano, che si differenzia dal calendario gregoriano usato oggi dappertutto. Secondo il calendario pre-rivoluzionario, il trionfo dei Soviet è avvenuto il 25 ottobre, che coincide con il 7 novembre gregoriano. Da qui deriva la apparente contraddizione temporale di una Rivoluzione di Ottobre che si celebra in novembre. Aggiungerò che, sebbene l’Unione Sovietica di nascita recente avesse adottato immediatamente il calendario gregoriano, si è continuato a far riferimento alla sua rivoluzione come culminata nel mese di ottobre.

Più tardi, l’indimenticabile film di Eisenstein ha solidificato per sempre questa confusione. Il mondo di oggi è così globalizzato e uniforme che queste discrepanze appaiono illogiche, ma in quei tempi, poi non tanto lontani, era il contrasto fra paesi e culture la normalità, non la omogeneità. Chiarito questo, torniamo alla tua domanda.

Sul 7 novembre del 1917 e sulla sua importanza storica si sono scritte tonnellate di pagine e le riflessioni che posso esprimere ora in questa intervista non sono più che l’irrilevante opinione personale – senza l’intenzione di convincere qualcuno – di qualcuno che ha considerato sempre quegli avvenimenti con sguardo benevolo.

Per questo, in anticipo, mi scuso se i miei commenti non saranno all’altezza della circostanza.

La Rivoluzione Russa è  stata la seconda rivoluzione della storia, però è stata la prima che il proletariato ha vinto, in quanto quella Francese, dal carattere borghese, non ha intaccato la proprietà privata capitalista dei mezzi di produzione come sistema economico imperante.

D’altro canto, la Rivoluzione Russa fu la prova tangibile di cui avevano bisogno i paria della terra per essere certi che il sogno di Marx non era una illusione. Come poteva non rappresentare l’inizio di una nuova speranza? Questa volta, il capitalismo sfruttatore non riuscì a stare in piedi, e fu sostituito dal comunismo, un concetto bellissimo malgrado tutta la disinformazione che questa idea ha dovuto sopportare per più di un secolo, e il comunismo significava l’eguaglianza nel godimento dei beni della terra.

Il fatto che tale edificio sia collassato sette decadi più tardi non rende la sua costruzione meno sublime. In buona sostanza, ci viene confermato che i sogni, una volta realizzati, necessitano di essere coltivati con amore e con la lotta, tutti i giorni, per evitare che non si estinguano.                 

Allora, il comunismo, questo bellissimo concetto secondo le tue parole, vorrebbe significare “l’eguaglianza nel godimento dei beni della terra.”

Certamente, questo è  un concetto fondamentale del materialismo storico, una naturale conseguenza di una società senza classi e della proprietà pubblica dei mezzi di produzione. Il paradiso — se questo esiste — esiste qui in terra e non deve essere limitato solo per alcuni pochi e non essere goduto da tutti. Questo viene definito compartecipazione, ed è un principio alieno alla natura del capitalismo. Il messaggio evangelico del cristianesimo è esattamente uguale a quello del comunismo, salvo addentrarsi nel terreno di un pensiero magico per fantasticare su un ipotetico godimento egualitario nell’aldilà.    

Tu hai fatto riferimento ad un film di Eisenstein. A quale ti riferivi?

Ad Ottobre, una meraviglia del cinema muto dedicata ai proletari di Pietrogrado, che Eisenstein filmò nel 1927 in occasione delle celebrazioni del decimo anniversario della Rivoluzione. Molti dei combattenti che avevano partecipato effettivamente alle lotte rappresentarono se stessi nella pellicola, e questo è un dettaglio storico di tutto rilievo, a parte la maestria che Eisenstein dimostrò, da quello straordinario cineasta qual era.

Il film è  disponibile in internet, sebbene col passare del tempo sempre meno sono le persone che sono in grado di apprezzare una narrazione filmica come questa, allo stato puro, senza dialoghi.

In alcune occasioni, e l’approccio non è sembrato dei più amichevoli, si è affermato che la Rivoluzione Russa non fu altro che un colpo di mano da parte dei Bolscevichi. Cosa pensi di questa valutazione? 

Qui, entriamo in pieno nel terreno della propaganda, il cui obiettivo non è altro che la disinformazione. É evidente che ogni impresa rivoluzionaria subisce la riscrittura della sua storia da parte dei suoi nemici, che le sbavano addosso. Abbiamo a disposizione esempi molto vicini a noi: Cuba ha dovuto subire calunnie per cinquant’anni, e, in quanto al Venezuela, non passa giorno che il sistema dei media e la stampa privata dell’Occidente affermino che una qualsiasi cosa che riguarda il governo di Hugo Chávez non vada bene. Noi dobbiamo imparare a convivere con tali remore, visto che per il momento questo sembra non presentare soluzioni.

La supposizione di un colpo di mano da parte dei Bolscevichi non sta in piedi, nemmeno a fronte della più superficiale delle analisi; è un insulto all’intelligenza. Si fonda sulla falsità semantica che la rivoluzione rappresenti uno stato di scompiglio e di disordine, senza alcuna tattica di combattimento preconcepita, che termina per asfissiare l’ordine legale come passo che precede il caos.

Con una premessa tanto fuorviante risulta facile la deduzione del sofisma che l’assalto al Palazzo d’Inverno — l’ultima scaramuccia rivoluzionaria, un prodigio di tattica militare — fu un colpo di mano di diverse centinaia di intrepidi Bolscevichi, che si erano trovati a pescare in un fiume tumultuoso.

Si tratta senza dubbio di una tesi riduttiva ad infinitum, che deliberatamente fa astrazione di tutto il processo rivoluzionario che ha portato all’assalto finale, che aveva in precedenza costretto in marzo lo Zar Nicola II ad abdicare e aveva imposto la formazione di un debole governo provvisorio della borghesia capitalista.

Questa tesi trascura il fatto che Pietrogrado (San Pietroburgo) era già sotto il controllo dei Soviet e – soprattutto – ignora l’intelligenza di Lenin come mente pensante nel momento di muovere le pedine su quel tavolo degli scacchi.  

É come se qualcuno pretendesse di dimenticare Fidel Castro e la guerra di guerriglia a cui dette inizio a partire dalla Sierra Maestra e si concentrasse solo sulla battaglia di Santa Clara – un altro prodigio di tattica militare – che dette la vittoria finale alla Rivoluzione Cubana. Chi, in un suo giudizio corretto, potrebbe affermare che questo non fu altro che un colpo di mano del Che Guevara? É assurdo, si tratta di un puro inganno.  

Tu, prima, hai fatto riferimento all’intelligenza di Lenin. Reputi questa sua intelligenza essere espressione del suo pensiero brillante? Della sua audacia? Del suo coraggio? Delle sue analisi politiche fuori dal comune? Della sua eterodossia? Vi sono stati due Lenin differenti, prima e dopo la Rivoluzione?

Generalmente parlando, i più grandi leader politici o militari che hanno segnato la storia, in bene o in male – come Alessandro il Grande, Giulio Cesare, Gengis Khan, Hernán Cortés, o, nel caso che stiamo trattando, Lenin – sono esseri umani di superiore intelligenza, coraggiosi fino all’inenarrabile e con una capacità strategica fuori dal comune. 

Naturalmente, questa capacità  non è un merito in sè; il merito ne deriva quando viene messa a servizio esclusivo di una causa nobile ed altruistica, come il progresso del genere umano. Lenin – e nello stesso modo Fidel, Ho Chi Minh o Nelson Mandela – appartiene a questa ristretta galleria di esseri umani straordinari.

Con questo, credo di avere risposto ai primi cinque interrogativi che mi hai posto nella tua domanda. E, per quel che concerne l’ultimo, penso fuori questione che vi sia stato un cambiamento fra il leader che patrocinava la lotta rivoluzionaria e lo statista che divenne dopo la presa del potere.  Però questo è normale, visto che le circostanze in entrambi i periodi erano radicalmente differenti.

Uno degli esempi di questa evoluzione è costituito dal cambiamento di ruolo che Lenin ha assegnato al Partito. Da essere, come all’inizio, solo una organizzazione dedicata alla educazione del popolo per far sì che le masse potessero accedere all’avanguardia del proletariato, il Partito si convertì nello strumento per gestire il potere. É tristemente paradossale che Stalin si sia avvantaggiato di questa singolarità per legittimare i suoi crimini.


Educazione popolare: “Un libro è la vostra migliore compagnia, istruite voi stessi!”
(Manifesto sovietico, 1919 circa)

Qual è stata la posizione delle grandi potenze del momento – Inghilterra, Francia, anche gli Stati Uniti – di fronte a questi accadimenti? Permisero all’URSS di respirare liberamente?   

Come era prevedibile, questi paesi assunsero posizioni di totale ostilità. Il passaggio da capitalismo a socialismo non è un fatto che possa avvenire impunemente nel concerto delle nazioni, perché suppone la perdita di un mercato e, allo stesso tempo, la possibilità che altri popoli si contagino con il virus della rivoluzione.  

Inghilterra, Francia, gli Sati Uniti, ma perfino il Giappone, il Canada, la Cecoslovacchia, e la Germania, fra gli altri paesi, si apprestarono a finanziare un esercito di mercenari nazionalisti, zaristi, anticomunisti e conservatori in una guerra civile che venne scatenata in Unione Sovietica nel 1918. Questo esercito affrontò l’Armata Rossa sotto le insegne dei “russi bianchi”, vale a dire il peggio del peggio della società russa, la “gusanera”degli ultradestri Cubani di Miami ante litteram. Comunque questo tentativo controrivoluzionario andò incontro ad un solenne fiasco.

Abbastanza curioso – o forse non così tanto – è l’atteggiamento ostile delle nazioni che persiste ancora in questa nostra attualità: il tentativo, sicuramente di minor rilievo, di cambiare le regole del gioco in qualche paese o continente per conseguirne di più giuste comporta sempre la medesima risposta.

L’America Latina ha una lunga esperienza al riguardo. Quello che sta succedendo in Honduras attualmente non è che l’ultimo esempio di un lungo elenco di interventi controrivoluzionari aizzati dall’esterno.

Dopo pochi anni, nel 1924, Lenin morì. É stato detto che nel periodo precedente la sua morte era depresso, abbattuto per lo sviluppo degli avvenimenti, non solo a causa delle difficoltà del processo, ma anche per le posizioni di alcuni dei suoi compagni. Reputi questa una ragionevole congettura?

Personalmente, questa argomentazione mi sembra una solenne stupidaggine, una fra le tante che si sono inventati, pur di non accettare ciò che per il capitalismo risultava inaccettabile: che Lenin era incombustibile, come Mandela, come Fidel, come molto probabilmente lo sarà Chávez. Quando la reazione di destra non può distruggere un leader, allora lo denigra.

Quindi, si è anche detto che Lenin è morto a causa della sifilide. Che importanza vuoi che abbia se uno è morto per sifilide, per una lesione cerebrovascolare o per essere inciampato?  Perché è tanto difficile ammettere che Lenin è morto perché era giunta la sua ora? É semplicemente ridicolo inventarsi una depressione mentale senile in un individuo che era sopravvissuto al carcere, alle deportazioni, all’esilio ed a ogni tipo di avversità senza deviare dal percorso che si era tracciato all’inizio del suo impegno. 

Ogni modo, con questo non pretendo di suggerire che Lenin era insensibile alla sofferenza. Nessuno lo è.

Perché credi che il processo, solo pochi anni più tardi, abbia assunto un carattere tanto autoritario?  

Questa è la parte più dolorosa dell’Unione Sovietica, perché uno viene stimolato a pensare cosa avrebbe potuto divenire quella grande patria internazionalista se Stalin non si fosse presentato sul suo panorama, o se non fosse stata debilitata dalla Seconda Guerra Mondiale e dalla corsa agli armamenti in cui il paese si è andato ad impantanare durante la Guerra Fredda. É come immaginare un destino differente per la Spagna, se Franco non fosse mai esistito. Il problema è che la storia non consente di ritornare sul cammino per rimediare agli errori.

Quello che è certo – ed è terribile – è che Stalin fu un cancro non solo per l’Unione Sovietica, ma per la stessa idea del comunismo come orizzonte da raggiungere. E i dirigenti che gli succedettero, fatta eccezione forse per Kruschev, sono state le metastasi tardive di Stalin, che hanno portato a conclusione la distruzione dell’eredità di Lenin.

Comunque, non è quello il comunismo! Per fortuna, ora sono cinquant’anni che Cuba con la sua solidarietà mostra a tutti la faccia bella e compassionevole del comunismo.  

Tu hai appena adesso citato Kruschev. Come fu possible che il suo tentativo di rinnovamento, la sua autocritica dello stalinismo al XX Congresso, che tante e tante speranze avevano sollevato nuovamente, non abbiano dato frutti o che questi frutti abbiano avuto una durata tanto breve?

Io non sono un kremlinologo o nulla del genere, quindi  posso unicamente interpretare quello che mi suggeriscono le mie sensazioni. 

Credo che il XX Congresso sia arrivato troppo tardi. Se Stalin fosse durato per poco tempo, le cose avrebbero potuto avere rimedio, invece non esiste rivoluzione che possa resistere a ventinove anni di crimini, abusi e terrore, anche se contemporaneamente vengono prodotte cose degne di elogi.

Io considero che Kruschev non sia stato in grado di estirpare del tutto il cancro dello statilismo, e, di conseguenza, questo non ha tardato a riprodursi.

Pochi anni fa, mi è stato raccontato a Mosca una storia preziosa su Kruschev, che ho utilizzato più tardi in un racconto. Ricordami di inviarti questo brano.  

(Pochi giorni dopo, Manuel Talens gentilmente mi ha inviato il testo e la foto che vengono riprodotti qui sotto):

[…] E così avvenne che lei, il giorno seguente, mi portò a visitare il cimitero di Novodevichy. I viottoli, simili a quelli di un giardino, erano coperti di neve. Ci aggiravamo fra le lapidi e non ho potuto resistere alla vecchia tentazione di farla partecipe dei miei monologhi, questa volta sui personaggi celebri che stavano sepolti in quel luogo e di quello che sapevo su di loro. Lei mi stava ad ascoltare attenta e il suo sguardo si volgeva attorno con qualche segnale ironico. Arrivammo alla tomba di Kruschev. Allora Mei-Ling aprì bocca per informarmi che l’ex presidente dell’Unione Sovietica non stava sepolto al Kremlino in quanto era morto deprivato del potere.  Quindi, per la prima volta da quando la conoscevo, lei mi rivolse più di un centinaio di parole di seguito. Appresi che il monumento funebre di Kruschev era opera di Ernst Neizvestny, uno scultore che Kruschev, quando era Primo Segretario del Partito Comunista Sovietico, aveva mandato a chiamare per presentargli le sue più vigorose rimostranze in merito al fatto che la sua arte gli appariva contraria agli ideali del socialismo, e che l’allora giovane artista, invece di dimostrarsi intimorito, rispose che lui poteva essere anche il compagno Segretario qual era, ma che di scultura non sapeva nulla in assoluto.

A quanto sembra, dopo la sua caduta in disgrazia, Kruschev mandò a chiamare lo scultore e da quel momento si instaurò fra di loro una certa amicizia, tanto che nel testamento Kruschev espresse la volontà che venisse assegnato l’incarico proprio a Novodevichy di scolpire il suo monumento funerario.

A lato del volto del vecchio dirigente scolpito realisticamente vi sono due grandi raffigurazioni angolari astratte, una in marmo bianco e l’altra in marmo nero, che secondo il parere di Mei-Ling simbolicamente rappresentano due orecchie.

“Alla fine della sua vita,” – aggiunse come conclusione – “Kruschev aveva imparato ad ascoltare.” [...]


Tomba di Nikita Kruschev, cimitero di Novodevisci (Mosca)

É probabile che l’Unione Sovietica si sia disintegrata per il fatto che i suoi dirigenti si dimostravano autistici, non ascoltavano nessuno.

Però non vorrei dare l’impressione che ogni cosa nel percorso dell’Unione Sovietica  mi sembri negativo. Bisognerà sempre ricordare l’aiuto prestato dall’URSS alla Repubblica Spagnola durante la nostra guerra civile, l’eroismo del popolo sovietico nella Seconda Guerra Mondiale, (entrambe le cose sotto il mandato di Stalin, anche questo deve essere sottolineato), e il suo costante ed incondizionato appoggio fornito a Cuba fino all’ultimo momento.    

A prescindere da questo, durante gli anni Ottanta vi sono stati diversi tentativi di correzione di rotta. Prima con Andropov, che non era proprio uno stupido, e poi con Gorbachov e la sua perestroika. Qual è la tua opinione in merito a questi nuovi tentativi?

Nessuno dei dirigenti che sono successi a Kruschev era stupido, però la mia supposizione è che nessuno di loro pensava, come è necessario pensare, - con una convinzione incrollabile – nella sopravvivenza dell’eredità della Rivoluzione. Con ciò, non ho minor simpatia nel ricordarli.

L’ultimo, Gorgachov, è stato una specie di Adolfo Suárez sovietico, che il caso catapultò d’improvviso in una situazione inaspettata: da austero servitore dell’apparato qual era, si è visto trasformato in un frivolo personaggio democratico televisivo in puro stile occidentale. Senza ombra di dubbio, egli cercò di fare quello che poteva, tentò di aprire la finestra perché entrasse aria fresca, ma l’Unione Sovietica stava già moribonda.    

Un cancro non si cura con pannicelli caldi e a Gorbachov è toccato l’ingrato compito di assistere come spettatore ad una agonia che precipitava in tanto dolore, che non rispondeva a qualsiasi trattamento.

Vi è  una canzone di Jacques Brel, “J’arrive”, che esprime bene l’impotenza che  Gorbachov deve aver provato quando la situazione cominciò a sfuggirgli di mano: C’est même pas toi qui es en avance, c’est déjà moi qui suis en retard. [Non sei proprio tu ad essere in anticipo, sono io che sono già in ritardo]. E l’inevitabile accadde, un giorno fece la sua comparsa Yeltsin - arrivista, mentitore, ladro, ubriacone e traditore – che dette all’URSS il colpo di grazia.  

Qualche momento fa, hai fatto riferimento alla spinosa questione della guerra fredda. Desidero ritornare su questo argomento. La guerra fredda, che per l’Occidente guerrafondaio è sempre stata molto calda con l’intenzione manifesta di soffocare l’ Unione Sovietica fin dal primo momento, forse concesse all’URSS ben pochi margini di manovra? In quelle accentuate condizioni era possibile intraprendere altri sentieri?     

In casi come quello dell’URSS, mia nonna era solita dire che “tutti insieme la ammazzarono, ma lei morì da sola.” Non vi sono dubbi che gli Yankees fecero la loro parte in quella folle corsa agli armamenti e nella stupida competizione spaziale, che sia gli USA che l’URSS hanno tenuto in vita per decenni.

Posso capire che Washington abbia speso enormi somme di denaro (che non aveva) per la conquista dello spazio, dato che, dopo tutto, incarna un impero colonialista ed invasore, che si cura ben poco dell’enorme numero di suoi cittadini poveri, privi perfino di assistenza medica.

Ma quello che non capisco, e che non riesco proprio a capire, è il fatto che l’URSS abbia potuto accettare la sfida di farsi prosciugare per miliardi di rubli in sputniks, viaggi nello spazio ed altre “pippe”, mentre i suoi cittadini stavano facendo sacrifici in diverse repubbliche. 

Qualsiasi casalinga sa cosa sono le priorità e a nessuna, dotata di sano giudizio, passerebbe per la mente di acquistare una Rolls Royce se ai suoi bambini mancasse anche un bicchiere di latte. I dirigenti del Kremlino, mi dispiace dirlo, optarono per la Rolls Royce. Questi deliri di grandezza hanno drenato risorse che avrebbero potuto essere debitamente dedicate al benessere del popolo sovietico, invece di essere sperperate in questi modi. 

Io non mi trovavo in quello scenario, quella che esprimo è solo la mia opinione da spettatore: io ignoro quale fosse il margine reale di manovra di Mosca e se fosse effettivamente necessario l’impegno nella corsa agli armamenti – un salto nel buio, verso la bancarotta – invece di accontentarsi di organizzare la propria difesa da possibili attacchi  USAmericani. Comunque, a mio parere, le politiche imperiali, anche se imposte dall’esterno, non dovrebbero avere spazio in uno Stato rivoluzionario.

Tenuto conto delle debite distanze, quanto più logica mi sembra la politica di Cuba: le sue scarse risorse economiche vengono dedicate alla produzione di vaccini, alla preparazione di medici ed insegnanti e nella formazione di lavoratori sociali, che vengono poi messi a disposizione dei paesi suoi fratelli.      

L’Unione Sovietica si è disintegrata nel 1991. Secondo te, qual è stato l’elemento più decisivo per il suo collasso?

All’assillo senza respiro da parte di Washington, bisogna aggiungere gli errori compiuti da Mosca: la perdita degli ideali, la perpetuazione di una borghesia del Partito estranea alla realtà quotidiana del popolo sovietico, la rovina economica e morale, la corruzione introdotta profondamente in tutti i posti di potere. É nostro pane quotidiano, nulla che non conosciamo nelle nostre democrazie bipartitiste. La Spagna è un buon esempio di questa decadenza.

La voce narrante del mio racconto che hai citato in precedenza, poco dopo le parole che tu hai riprodotto per questa intervista e proprio prima del punto finale, aggiunge: “…senza dubbio, gli uomini furono creati per essere brevemente liberi nell’attimo delle battaglie, ritornando in schiavitù dopo avere afferrato la vittoria con le loro mani.”    Chi sa se questo è il nostro destino: tentare, fallire, tentare un’altra volta, far fiasco di nuovo e così via successivamente, senza mai rassegnarsi al fallimento. Sono un pessimista attivo, pieno di ottimismo. 

Tentare, fallire, tentare ancora, questo mi stai dicendo. Combattere battaglie che si sanno perdute in partenza, andare in guerra ed essere sconfitti, e ritornare a fare guerra. Tutto questo, non è un poco assurdo? Il panorama che mi stai illustrando è dal punto di vista letterario brillante, ma non è politicamente inattuabile? Non viene sottintesa qui una filosofia della storia non solo pessimistica/ottimistica ma, dobbiamo dirlo, del tutto romantica?

Io ritorno a Lenin: due passi avanti, uno indietro. Pura prassi. L’assurdo sarebbe rinunciare. Non c’è nulla di romantico in questo modo di pensare. Il romanticismo mi lascia freddo.

Guardando le cose in prospettiva a partire dalla nostra posizione attuale, e tenendo in mente i dieci e più anni di capitalismo selvaggio in Russia dopo la caduta dell’Unione Sovietica, pensi che quel 7 novembre abbia valso la pena? Pensi che i movimenti di liberazione di questo mondo dovrebbero continuare a guardare questa data come un punto di riferimento? In definitiva, noi dobbiamo continuare a riconoscerci in questa Rivoluzione?

Sì, ne è valsa la pena. Il criterio per valutare i fatti che costruiscono la storia non dovrebbe mai derivare dal loro successo o dal loro fallimento, ma dalla bontà o dalla cattiveria della loro essenza. E l’essenza di quella Rivoluzione, per cui si è lottato per migliorare il destino dei dannati della terra, - mi piace rivendicare L’Internazionale – fu buona.  

Il capitalismo selvaggio presente nella Russia odierna ha creato multimilionari dalla sera alla mattina. Questo è quello che appare nei titoli cubitali di prima pagina della stampa occidentale, mentre le pagine interne a caratteri di stampa minuti ci mostrano l’altra faccia della moneta, molto più sinistra: che dal 1990 al 2008 l’aspettativa di vita dei Russi – un dato che misura la qualità della vita e riassume il tasso di mortalità per tutte le età in entrambi i sessi - si è abbassata dai 69 ai 65 anni. Questi 4 anni di differenza sembrano poca cosa, però sono l’espressione statistica di una tragedia umana di proporzioni colossali.

Per quel che concerne se noi dobbiamo riconoscerci ancora nella Rivoluzione di Ottobre, non so cosa dirti. La nostalgia mi disgusta, perché il passato non è stato certamente migliore. Preferisco analizzare a mente fredda gli avvenimenti storici per riservarmi i loro aspetti positivi, senza comunque tenere nascoste le parti negative.    

Inoltre, oggigiorno le cose sono molto differenti e, almeno per il momento e sotto determinate circostanze sociali, risulta possibile utilizzare il sistema elettorale della democrazia come leva per produrre la rivoluzione per mezzo del voto, senza l’uso delle armi. Naturalmente, è chiaro, questo risulta molto più complicato in quanto il voto non consente la neutralizzazione completa del nemico, che rimane celato in prossimità.   

Lasciami concludere con una domanda senza nostalgie.  Come concepire il socialismo del XXI secolo? Quali territori ti sembrano più accreditati per la sua conquista? 

Allora, per concludere, e prima di darti il mio punto di vista intorno al socialismo del XXI secolo, desidero dirti che sono stato contento di discutere con te di argomenti tanto estemporanei e trascurati nell’attuale dibattito pubblico, come sono il marxismo e la Rivoluzione di Ottobre. E sono felice, inoltre, che questa conversazione sarà pubblicata, perchè oggigiorno risulta francamente eterodossa, effettivamente una cosa meritoria fra tanti encefalogrammi ideologicamente piatti [sorriso].

La post-modernità, tu lo sai molto bene, ha prodotto sfaceli nei partiti della sinistra tradizionale e nel pensiero politico delle società contemporanee, e il solo fatto di parlare di queste cose suona per molte persone come fantascienza. Cosa possiamo fare?!

Vado a terminare: il socialismo del XXI secolo, penso che parlerà spagnolo, e non precisamente nel nostro paese, la Spagna, ma nell’America Latina. É là che si trova il futuro dell’umanità, se questa avrà ancora un futuro. Noi non vedremo il suo culmine, ma il socialismo si è già messo in moto. Infatti, ufficialmente il suo seme è stato impiantato l’8 gennaio 1959, quando guerriglieri barbuti hanno fatto il loro ingresso all’Avana. Senza Cuba e la sua ostinata resistenza nel corso di cinque decenni, oggi il socialismo del XXI secolo non sarebbe nemmeno pensabile. Ora manca solo che almeno uno dei tre giganti latino-americani - Messico, Brasile o Argentina – incontri ed elegga un Chávez, un Evo o un Correa a sua misura, perché la locomotiva di questo treno cominci a prendere velocità, per diventare inarrestabile. É una questione di tempo. Quel giorno, se potrò esserne testimone, sarà per me un giorno felice.

 


Un sogno che non era una illusione…
“I filosofi si sono limitati ad interpretare il mondo, il nostro compito è di cambiarlo.”
(Tomba di Karl Marx nel cimitero a London’s Highgate, per gentile concessione di Patricio Suárez)


Originale da: Rebelión e Tlaxcala

Articolo originale pubblicato il 06.11.2009

L’autore

Salvador López Arnal e Manuel Talens sono membri di Rebelión. Talens e Curzio Bettio sono membri di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori e la fonte.

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SCUOTI-MENINGI: 06/11/2009

 
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