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26/07/2014
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Copenhagen 2009: conto alla rovescia

E se l'albero climatico nascondesse la foresta dei conflitti armati?


AUTORE:  Ben CRAMER

Tradotto da  Manuela Vittorelli


 

Tutto dunque si giocherà nel dicembre del 2009? Va di moda la tesi secondo cui la protezione del nostro caro pianeta esige la conservazione dello strato di ozono e, da qui al 2020, una riduzione del 20% dei gas a effetto serra in Europa. E, secondo il manuale di sopravvivenza, il prossimo summit di Copenhagen sarà l'ultima frontiera, impossibile da superare. Slogan forte ed efficace, ma riduttivo.

Lungi dal voler ironizzare sulle urgenze o dal proporre un'altra gerarchia di priorità, la nostra sopravvivenza – della quale si discuterà a Copenhagen – non dipende ugualmente dalla sorte che sarà riservata alle armi nucleari? Tenuto conto del ruolo che esse svolgono nelle questioni climatiche, tenuto conto delle risorse finanziarie che vi vengono destinate perché queste armi finiscano per sfigurare e devastare permanentemente il pianeta, la questione merita di essere posta.

Una mobilitazione disarmante

Il 29 agosto scorso, circa 10.000 persone si sono riunite sulla spiaggia di Ostenda, in Belgio, per girare un filmato che serve da chiamata all'azione contro i cambiamenti climatici. Questo filmato diverrà uno strumento di mobilitazione in occasione della Conferenza delle Nazioni Unite sul clima che si terrà a Copenhagen agli inizi di dicembre.

L’ultimatum climatico è una campagna che si integra con la mobilitazione internazionale per ottenere a Copenhague 2009 un accordo all'altezza delle poste in gioco. «Più che mai l'avvenire del clima sta nelle nostre mani», afferma la pubblicità della Revue Durable. Tutti ricorrono a slogan forti per evocare lo sconvolgimento climatico. Il 26 agosto 2009, parlando alla conferenza degli ambasciatori, il presidente Sarkozy ha dichiarato: «Non ci saranno seconde occasioni, o Copenhagen o niente». Se si deve credere al portavoce di Greenpeace France, «quest'anno, tenuto conto dell'importanza della conferenza di Copenhagen, che deve assolutamente portare a un accordo forte e ambizioso per fronteggiare l'emergenza, la maggior parte del nostro lavoro si occupa delle questioni climatiche. È il nostro cavallo di battaglia».

Secondo il Réseau des étudiants français pour l’éducation au Développement Durable (la Rete degli studenti francesi per l'educazione allo sviluppo sostenibile), nel 2008 il 75% degli studenti si è detto convinto che la questione dei cambiamenti climatici sia un problema così grande da dover diventare una preoccupazione crescente delle nostre vite. «I giovani di tutto il mondo costituiscono la generazione che erediterà le decisioni che i governi dovranno prendere tra meno di 110 giorni», ha ricordato a Nairobi il direttore esecutivo del Programma delle Nazioni Uniti per l'ambiente (United Nations Environment Programme, UNEP), Achim Steiner. Il 28 agosto, quando mancavano solo 100 giorni alla Conferenza sui cambiamenti climatici di Copenhagen del dicembre 2009, l'UNEP ha lanciato su Internet la campagna «Seal the Deal!» (D'accordo sull'accordo!), che mira a raccogliere milioni di firme per una petizione sul clima.

Un Protocollo sul modello del Trattato di Non Proliferazione Nucleare?

Serge Sur, ex direttore aggiunto (1986–1996) dell'Istituto delle Nazioni Unite per la Ricerca sul Disarmo (United Nations Insitute for Disarmament Research, UNIDIR) ha scritto: «Globalizzando la minaccia, la si diffonde trasformandola in una colpevolezza generale e impersonale della quale nessuno è più responsabile… » [1]. Ma entriamo nei dettagli. Il protocollo di Kyoto risparmia i principali emettitori del pianeta e in questo ricorda altri accordi internazionali. I grandi produttori di mine anti-uomo non fanno parte della Convenzione di Ottawa. Il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP), che dovrebbe avere una «vocazione universale», è un altro caso esemplare. Se il TNP è per il disarmo nucleare quello che Kyoto è per il cambiamento climatico, tutte le promesse sono possibili ma lo sono anche le scappatoie e gli imbrogli. Quattro potenze nucleari (Corea del Nord, India, Israele, Pakistan) su nove lo boicottano e/o lo ignorano. Per quanto riguarda le cinque potenze che non lo ignorano (o hanno smesso di farlo), e che fanno volenti o nolenti il bello e il cattivo tempo al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nessuna ha l'intenzione di privarsi della sua chincaglieria nucleare e e ciascuna ne possiede in quantità sufficiente a provocare danni climatici conseguenti. Cercate l'errore.

Les trois sphinx de Bikini, Salvador Dali, 1947, collection privée. 
Le tre sfingi di Bikini. Salvador Dali, 1947, collezione privata.

E le nebbie della guerra?

Curiosamente, con la mobilitazione sul «clima», il politicamente corretto consiste nel dissociare due fenomeni: il degrado ambientale e la militarizzazione del mondo. I lettori del Rapporto Bruntland hanno dovuto attraversare delle zone di turbolenza amnesica. Certo, quando è uscita l'opera è passata completamente inosservata, ma dato che questa «bibbia» (o corano) dello sviluppo sostenibile è citata così spesso, ricordiamo che il capitolo 11 è interamente consacrato al legame tra pace, sicurezza, sviluppo e ambiente. Vi si può leggere che le armi nucleari rappresentano «la più grande minaccia per l'ambiente e lo sviluppo sostenibile». Un sistema per convincere i politici – o almeno coloro che ancora dubitano – che tutte le guerre sono anti-ecologiche [2]. E soprattutto che un conflitto atomico non avrebbe vincitori e che ci sarebbe un unico sconfitto: il pianeta [3]. I militanti anti-CO2, che faranno il pellegrinaggio nella capitale danese, sembrano purtroppo poco determinati a mobilitarsi per il 21 settembre, la giornata mondiale della pace. Comunque, visto che le nove potenze dotate di armi nucleari sono in grado di sbloccare in 24 ore, solo per la manutenzione e la modernizzazione dei loro arsenali, l'equivalente di quello che il UNEP dispensa in un anno, i finanziamenti per evitare la causa dello scioglimento dei ghiacci saranno sempre difficili da trovare [4]. In altre parole: quello che il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (United Nations Development Programme, UNDP) consacra nel 2008 a progetti «di adattamento al cambiamento climatico» , cioè 26 milioni di dollari, equivale a due giorni di spese previste dal bilancio della difesa per la nostra «dissuasione».

L'inquinamento militare

La militarizzazione, nemico pubblico m° 1 della democrazia, è anche nemico della salvaguardia della qualità della vita e – veniamo all'essenziale! – della vita tout court. Si può negare questo legame, certo, al punto di farci credere che quelli che detengono 25.000 testate nucleari in realtà le le puntano su Marte, sparano «a salve» e si limitano a «giocare», appropriandosi dell'1% della superficie terrestre – il numero di km² riservati all'impiego di queste armi. Nei circa venti di siti che sono serviti – per ben 2059 volte! – per testare gli ordigni nucleari, non ricrescerà più l'erba. Le zone sono condannate anche per le generazioni future (non solo sull'Atollo di Bikini, che gli abitanti hanno dovuto abbandonare all'epoca dei test nucleari americani del 1954 senza poter più farvi ritorno). Attorno agli atolli più fragili (da Amchitka all'Isola di Natale passando per Kwajalein), il rilevamento dell'inquinamento marino meriterebbe altrettanta attenzione della ricerca di una scatola nera, o della caccia ai pirati e ai rifugiati. Se per certi militari l'impatto ecologico di tutte queste attività è un dettaglio, il cambiamento climatico non risparmia nemmeno loro: le loro infrastrutture subiranno le conseguenze della salita del livello delle acque. Un'isola come Diego Garcia, per esempio, della quale il Pentagono si è appropriato nel 1965 dopo averne deportato tutti gli abitanti, è in bilico: la pista allegramente utilizzata dai B-52 e dai B-2 (stealth) per bombardare l'Afghanistan e l'Irak verrà presto sommersa.

Nuclearizzazione e «inverno nucleare»

Quando i militanti così concentrati su Copenhagen avvertono «The climate is ticking», si tratta di una formula presa in prestito. Perché questa appropriazione? L’orologio dell'apocalisse è stato creato dagli scienziati nel 1947 con riferimento alla bomba atomica, e le sue lancette vengono spostate in funzione delle minacce... nucleari. Ma andiamo più in là alla ricerca della paternità dei fatti e delle riflessioni: coloro che hanno denunciato gli arsenali nucleari e contrastato il loro potere di seduzioni sono anche stati i primi a lanciare l'allarme in materia climatica. Più di 25 anni fa, degli scienziati – tra cui l'astrofisico Carl Sagan, Paul J. Crutzen dell'Istituto Max Plank a Mayence, Richard P. Turko dell’Université della California –, hanno evocato lo scenario dell'«inverno nucleare» [5] Da allora, la bulimia nucleare delle superpotenze è stata tenuta sotto controllo e la corsa delirante ai megatoni [6] si è interrotta. Questo scenario, che non ha niente a che vedere con le «variazioni stagionali», dimostra (con una simulazione) che in caso di scambio o di «tiri incrociati» di metà delle testate detenute all'epoca da Mosca e Washington, l'emisfero Nord piomberebbe in un clima glaciale finché le polveri rigettate nell'atmosfera non precipitassero nuovamente al suolo. Queste particelle, in sospensione nell'atmosfera, agirebbero come uno schermo e bloccherebbero i raggi solari per molti mesi. Privata di luce e calore, la vegetazione non potrebbe sopravvivere e questo comporterebbe la rottura delle catena alimentare. Nelle zone nordiche, basterebbe che la temperatura scendesse di 1 o 2 gradi perché i raccolti gelassero. Un raffreddamento dell'altopiano tibetano, frenando il riscaldamento estivo, cancellerebbe l'arrivo di aria carica di umidità proveniente dall'oceano impedendo così al monsone di apportare le piogge indispensabili alla vita dell'India e del Pakistan.

Scomode verità?

La solidarietà internazionale è la parente povera dello sviluppo sostenibile.

Il problema della solidarietà internazionale è grave quanto quello del cambiamento climatico e del surriscaldamento del pianeta. In assenza di solidarietà assisteremo a spostamenti di popolazioni che comporterebbero conflitti difficili da controllare…

Il GUEC stima che la minaccia di un cambiamento climatico progressivo e il suo impatto (…) non saranno gravi al punto di rappresentare una minaccia per la sicurezza. E tuttavia. Se il governo canadese prevede di stanziare 10 miliardi di dollari per costruire navi da guerra che pattuglieranno l'Artico, è per puro caso e senza una logica geopolitica?

Tra le scomode verità, ci si potrebbe chiedere perché l'impatto ecologico delle forze armate e dei sistemi d'arma sono un argomento tabù. Ammettiamo che i climatologi e i loro seguaci siano indifferenti alle questioni militari. Ma l'inverso non quadra: le forze armate hanno saputo utilizzare l'ambiente ai propri fini. Prendiamo il caso della deforestazione, che svolge il suo ruolo nelle perturbazioni climatiche: la diossina sparsa dagli aerei C-123 Provider si è ben armonizzata con il motto dell'Air Force statunitense «Only we can prevent forests» durante le operazioni in Vietnam (1961-1975). Curiosamente, i militanti che «fremono» [7] per il clima hanno tendono a evitare di celebrare il 6 novembre, la giornata internazionale per la prevenzione dello sfruttamento dell'ambiente in tempo di guerra e di conflitto armato.

Se l’Antartide è ancora più o meno preservata, è perché è stata denuclearizzata e demilitarizzata a partire dal 1959 [8]. Poi l'environmental warfare (per spezzare gli equilibri di un ecosistema, per esempio) si interessa soprattutto ad assalire lo spazio, il cosmo come lo chiamano i russi: un teatro di scontro militare che ha come scenografia più di 2800 dispositivi spaziali. Ma tutti quelli che si destreggiano alla perfezione tra gli acronimi GIEC o IPCC (versione anglosassone) si scoraggiano davanti alla sigla PAROS (Prevention of an Arms Race in Outer Space), cioè la militarizzazione dello spazio extra-atmosferico. Mentre tutti hanno un pensiero commosso per lo strato di ozono dell'atmosfera, i razzi che consumano 15 tonnellate di combustibile al secondo fanno meno scalpore dei 4×4 e le limitazioni di velocità per i missili.

Copenhagen nel retrovisore

Torniamo al clima. Quando la febbre di Copenhagen si sarà abbassata, si può prevedere una revisione delle priorità su tutto ciò che rischia di caderci sulla testa? Già nel 1991 la Commissione Trilaterale stimava che «la paura di un conflitto nucleare, che un tempo ha esercitato una pressione psicologica considerevole, [...] sta per attenutarsi. Ma certe minacce ambientali potrebbero finire per esercitare la stessa pressione sulle menti della popolazione. [...]» se si deve credere al rapporto intitolato Beyond Interdependance.

Mi sembra piuttosto che la pressione potrebbe essere mantenuta e amplificata se si tiene conto del fatto che una minaccia non deve sostituirsi a un'altra e che ragionare per compartimenti stagni non fa che aumentare l'ignoranza. È vero, il fronte delle ONG per il disarmo nucleare non ha la forza d'urto delle ONG ecologiste, né un consenso sulla gravità della situazione. Ma visto che ho fatto riferimento alle trattative della diplomazia atomica, evitiamo gli stessi errori e inganni simili. Il dopo-Kyoto può essere l'occasione per identificare nello stesso tempo gli attori virtuosi, quelli che si impegnano in maniera differenziata, anche a ritroso, e i disonesti arroganti o discreti che non meritano un trattamento d'eccezione e/o di favore.

Note

  1. Questions Internationales no 38, juillet–août 2009, La Documentation Française, 90 pagine, di cui 2 pagine (sic) sulla sicurezza e gli studi strategici.

  2. Il degrado consegue alla dichiarazione di guerra, i danni finanziari possono essere considerati danni di guerra… Cf. articolo su crises, guerres et paix, 24 mai 2009.

  3. Umberto Eco, Cinque Scritti Morali, Bompiani, Milano 1997.

  4. Nuclear Weapons: at what cost?

  5. Paul Ehrlich, Carl Sagan, Donald Kennedy, Walter Orr Roberts, Il freddo e il buio, Frassinelli 1986; traduzione italiana di The Cold and the Dark, WW Norton & Company, New York, 1984.

  6. Megaton: unità di potenza di un'arma nucleare che equivale a un milione di tonnellate di TNT, cioè 1000 kilotoni, cioé 66 volte il potenziale della bomba di Hiroshima.

  7. Se si digita «Greenpeace», «clima» e «drammatico», Google mette a disposizione dell'internauta 9500 risultati in italiano.

  8. Il Trattato dell'Antartide proibisce i test nucleari, il ricorso a basi militari e il deposito o sepoltura delle scorie nucleari.

Così vicini alla fine, di David Lihard



Originale: l'autore e ecolosphere.net-Et si l’arbre climatique cachait la forêt des conflits armés ? 
 

Articolo originale pubblicato l'1/9/2009

L’autore

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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NELLA PANCIA DELLA BALENA: 10/11/2009

 
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