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23/11/2014
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Per non dimenticare

Venticinque anni fa: 3 dicembre 1984, Bhopal, India

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AUTORE:  Autori vari, a cura di Curzio Bettio


Bhopal, India, 3 dicembre 1984 - Una nube tossica provoca una catastrofe: decine di migliaia di morti.
È la Union Carbide, ora Dow Chemical, a causare la strage di Bhopal.

Metil-isocianato è la sostanza che si sprigiona dalle ciminiere di Bhopal e che causa 20mila morti e 500mila invalidi.

Dalle ciminiere della Union Carbide si sprigiona una nube di fumo impalpabile e dall’odore acre. Gli abitanti della baraccopoli sono abituati a frequenti fughe di gas tossici, (l’impianto di allarme è stato disattivato perché suonava in continuazione), ma questa volta la concentrazione tossica nell’aria è maggiore. Migliaia di volte maggiore.

20.000 vittime, mezzo milione di invalidi.

Il responsabile dell'impianto, Warren Anderson, presidente della Union Carbide si renderà latitante...Warren Anderson, latitante

Diciotto anni dopo la strage, la Union Carbide non aveva ancora iniziato la bonifica del territorio, e anzi esigeva l’intervento della polizia contro gli ecologisti che avevano provocatoriamente iniziato in proprio la bonifica della fabbrica.

Addirittura, il governo indiano proponeva per Anderson una variazione del capo di imputazione, da “omicidio” a “negligenza”. Al governo Indiano, come risarcimento, l’Union Carbide, offriva 470 milioni di dollari, 800 dollari per ogni invalido permanente, 3300 dollari per ogni morte causata dal disastro...

Dopo tanti anni, le vittime di Bhopal non sono ancora state risarcite dalla Dow Chemical, la quale rifiuta di bonificare la zona inquinata e di disporre tutele per la popolazione malata.

Piccola storia di una multinazionale
Il 4 agosto 1999 la Dow Chemical Company annuncia la scalata alla Union Carbide, delineando con questa acquisizione il secondo polo chimico del mondo.

La Dow Chemical Company è nota in tutto il mondo per aver inventato “l’agente Orange”, un’arma chimica basata sulla struttura molecolare delle diossine, usata ufficialmente in funzione di defoliante per le operazioni militari in Vietnam dal 1962 al 1971, arma che ha dimostrato il suo effetto geneticamente devastante: a tutt’oggi decine di migliaia di bambini vietnamiti nascono malformati.

Qualche utile informazione sull’agente di distruzione Orange.

Si tratta di un’arma di distruzione di massa, in possesso della nazione democratica e pacificatrice del mondo, gli Stati Uniti d'America! Non è stato un “agente segreto”, l’Orange, anche se per lunghi anni coloro che ne hanno fatto uso volutamente e scientemente ne hanno nascosto gli effetti sulle popolazioni e sull'ambiente.

Questa arma chimica di distruzione di massa è stata irrorata in modo pesante su tutto il Vietnam, secondo la parola d’ordine “we will smoke them out”, noi li staneremo con il fumo; bisognava “stanare” i combattenti resistenti Vietcong dai loro rifugi, come è stato fatto in anni successivi anche nelle grotte afgane.

Per queste operazioni, trent’anni fa, gli Stati Uniti hanno impiegato 72 milioni di litri di defolianti ed erbicidi, 100.000 tonnellate di bombe al napalm e al fosforo bianco, oltre a gas nervini e ad altre armi non convenzionali.

Gli agenti chimici venivano riforniti da Monsanto, Dow Chemical, Hercules, Uniroyal, ecc.

Un medico vietnamita, Le Cao Dai, ha recentemente pubblicato un libro “Agent Orange in the Vietnam War-Story and Consequences”, in cui denuncia fatti e misfatti di quei veleni potenti; il peggiore di tutti per persistenza e per i suoi effetti sull’uomo, sugli animali, e sull’ambiente, e dunque sulla catena alimentare e sui biochimismi cellulari, resta l’agente Orange.

La diossina 2,3,7,8-tetraclorodibenzoparadiossina (TCDD), composto organico clorurato, risulta altamente tossica, tanto da essere assolutamente proibita come diserbante per uso agricolo.

Per la diossina non si conoscono ne’ antidoti ne’ agenti decontaminanti di sicura efficacia, data la sua struttura molecolare altamente stabile e resistente agli acidi e agli alcali.


Cam Lo, Provincia di Quang Tri Province: Phan Thi Hoi fa il bagno a suo figlio quattordicenne Bui Quang Ky. La madre fu esposta all'agente Orange quando era nell'esercito vietnamita durante la seconda guerra d'Indocina. Dettaglio di una foto di James Nachtwey



Sono stati confermati anche effetti cancerogeni e mutageni, oltre ad effetti immediati di tossicità, come la cloroacne devastante la cute, o proiettati nel tempo.

Prova ne sia, un nostro paradigmatico evento italiano.

Poco dopo mezzogiorno del 10 luglio 1976, nello stabilimento chimico dell’Icmesa di Meda, in provincia di Milano, una valvola di sicurezza di un reattore esplode provocando la fuoriuscita di alcuni chili di diossina nebulizzata; il vento disperde la nube tossica verso est, soprattutto sulla confinante cittadina di Seveso, in Brianza.

Tutta la zona di Seveso-Meda in provincia di Milano, risultava contaminata.

È un dramma che coinvolge migliaia di persone, oltre che di Seveso, anche dei comuni vicini. Cominciano le tappe della vicenda: le evacuazioni dalla cosiddetta zona A, l’esercito sfolla 733 cittadini, crescono le ansie per un fenomeno senza precedenti.

I dirigenti della “fabbrica dei profumi”, controllata dal colosso svizzero Givaudan, cercano di minimizzare, eppure gli effetti della diossina si fanno vedere.

La cloracne è il sintomo più eclatante dell’esposizione alla diossina, colpisce la pelle, soprattutto del volto; se l’esposizione è stata prolungata si diffonde su tutto il corpo. Si presenta con comparsa di macchie rosse che evolvono in bubboni pustolosi giallastri, orribili a vedersi e di difficile guarigione, e la pelle cade a brandelli.

La diossina non vuole lasciare in pace Seveso, nemmeno a trentatré anni dal disastro ambientale.

“A rischio tumori non sono soltanto le persone direttamente esposte, perché abitavano lì al momento dell’incidente, ma anche quelle arrivate dopo e i nati da donne esposte alla contaminazione”.

A questa conclusione sono arrivati Angela Pescatori e Pier Alberto Bertazzi, ricercatori della “Fondazione Ospedale Maggiore Policlinico Mangiagalli e Regina Elena” di Milano, che vedono pubblicato su una prestigiosa rivista scientifica internazionale, l’“Environmental Health”, uno studio in cui sono comprovati gli effetti della cancerogenicità della diossina di Seveso anche sulle generazioni future.
Le analisi prendono in considerazione una fascia temporale che spazia tra il 1977, in pratica l’anno successivo all’incidente dell’Icmesa, e il 1996.
Al centro dell’attenzione ci sono le forme tumorali riscontrate negli abitanti residenti in zona “A”, ad altissima concentrazione di diossina, “B”, ad alta concentrazione, “R”, bassa, il tutto paragonato a una zona franca dall’inquinamento.

Nella zona a più alta concentrazione di diossina la media dei tumori al seno femminile è nettamente più alta che nel resto del territorio e comunque della media nazionale Italiana. Altro aspetto da sottolineare: i nati da donne esposte alla contaminazione da diossina corrono un rischio sei volte maggiore di avere disfunzioni tiroidee rispetto ai coetanei di donne non esposte. Questo effetto è emerso in particolare da uno studio del ricercatore Andrea Baccarelli dell’Università di Milano.
È stato dimostrato che il rischio di tumori linfatici e del sangue non si ferma alle zone ad alta contaminazione, ma tocca anche gli abitanti nelle aree limitrofe, anche meno contaminate.

“Non sono a rischio solo le persone presenti al momento dell’incidente, ma anche quelle arrivate dopo”.

A rigor di logica l’anomala e preoccupante concentrazione di tumori dovrebbe riguardare al limite chi ha vissuto nella zona “A”. Ma dicono che l’area “A” sia stata bonificata, il terreno asportato, le case rase al suolo, e quindi la gente arrivata in un secondo momento può aver abitato solo in altri punti di Seveso. Le persone “arrivate dopo”, perché dovrebbero correre rischi? Il rischio non dovrebbe essere temporalmente specifico? Fino a quando la diossina colpirà ancora?

E tutto questo per una decina di chilogrammi di diossina nebulizzata sull’area di Seveso. Sulla foresta Vietnamita sono stati irrorati 44 milioni di litri di agente Orange, pari a 170 chilogrammi di diossina!

Lo scopo delle irrorazioni era duplice, quello di “stanare il nemico” e quello di inibirne i raccolti e prenderlo per fame, contro tutte le convenzioni internazionali sul diritto bellico umanitario.

Il medico Le Cao Dai produce dati inoppugnabili, che attestano che ancora dopo tanti anni 100.000 adolescenti, nati dopo un lungo periodo dalla fine del conflitto, soffrono di gravi patologie, e come complessivamente un milione di vietnamiti abbiano patito per la tossicità da diossina. Ogni anno migliaia di bambini nascono con malformazioni e patologie, e molte migliaia di adulti sviluppano malattie e forme tumorali dovute all'azione dell’agente Orange.

Ma l’Orange ha aggredito anche i militari americani presenti in Vietnam, e i reduci veterani e le loro famiglie hanno intentato azioni legali alle compagnie produttrici dei veleni irrorati usati nella guerra chimica. Alla fine 70.000 danneggiati sono stati riconosciuti dai tribunali come colpiti dall’Orange e hanno ricevuto congrui indennizzi.

Ma chi indennizzerà il popolo del Vietnam?

Sicuramente le malformazioni e le malattie peseranno sulle teste dei vietnamiti non si sa per quanto tempo, dato che l’azione teratogena e mutagena può apparire anche nelle generazioni future.

Ciò nondimeno, la Dow Plastic, settore plastico della Dow Chemical, ha ricevuto riconoscimenti internazionali per il suo aiuto al piano VNAH , Assistenza agli Handicappati Vietnamiti. Qualcuno si era probabilmente dimenticato che quegli handicap erano stati provocati da alcune delle invenzioni belliche della stessa multinazionale, che ora andava fiera di tanto generoso aiuto…vampirizzazioni... !

E questo può bastare per capire quanto infame e ipocrita sepolcro imbiancato sia stato il guerrafondaio Presidente USA Bush, che cercava in altri paesi armi di distruzione di massa, quando le teneva ben conservate nei suoi magazzini chimici e nei suoi arsenali!

Riassumiamo: nel 1984 la Union Carbide con nubi di metil-isocianato inonda la baraccopoli di Bhopal, il suo massimo dirigente si dà alla macchia, qualche anno dopo la Dow Chemical la assorbe, la stessa multinazionale nega i risarcimenti agli Indiani.

Ma la storia ha anche un suo tragico paradosso.

La multinazionale Dow Chemical fa causa alle sue vittime: questa incredibile vicenda viene denunciata da Greenpeace e sta accadendo in India.

La Dow, che nel 2001 si è fusa con la Union Carbide, ha chiesto 10 mila dollari ai sopravvissuti della tragedia di Bhopal. Questi si sarebbero resi colpevoli di aver interrotto il lavoro della Compagnia a Bombay, avendo promosso una manifestazione di due ore davanti alla sua sede.

Si tratta dell’ultimo tassello di una tragedia che da 18 anni colpisce gli abitanti di Bhopal, dopo la catastrofe ambientale avvenuta nella notte fra il 2 e il 3 dicembre del 1984, per l’esplosione della industria della fabbrica di pesticidi, dovuta ai tagli sulle misure di sicurezza: dopo la fuoriuscita di 40 mila tonnellate di gas letali, tra cui isocianato di metile e acido cianidrico, il bilancio è stato di 8 mila morti nei primi tre giorni, con mezzo milione di persone seriamente intossicate.

Nel corso degli anni si calcola che siano deceduti almeno 20 mila abitanti, e che ancora oggi ne muoia uno al giorno per le conseguenze di quel disastro. Il numero immediato delle vittime fu altissimo, ma le conseguenze della tragedia furono sicuramente peggiori.

Attualmente l’area del disastro non è ancora stata bonificata e l’impianto è rimasto nelle condizioni di 25 anni fa, con i prodotti letali ancora stoccati in bidoni che fanno fuoriuscire il loro contenuto tossico. Di conseguenza vengono inquinate le falde acquifere e i campi coltivati: altissimo è ancora adesso il numero di tumori, aborti, e malformazioni neonatali.

Per indennizzare le vittime è stato stipulato un accordo vergognoso fra il governo Indiano e la Compagnia, su una base di 473 milioni di dollari, pari ad una media di 400 dollari per persona deceduta. Si tratta di briciole, considerando il fatturato annuo pari a 26 miliardi di dollari della Dow Chemical, che ha acquisito la Union Carbide con tutte le sue attività e benefici, ma che dovrebbe accollarsi anche le passività e le responsabilità del disastro.

Chiaramente gli abitanti di Bhopal si sono dichiarati insoddisfatti.

Pertanto, dopo vent’anni dalla catastrofe, alcune centinaia di donne hanno sfilato sotto la sede della Dow Chemical, a Bombay, chiedendo alla multinazionale americana di non ignorare le sue responsabilità.

Le donne hanno consegnato campioni di terra e acqua inquinata, prelevati dai dintorni della fabbrica dismessa e abbandonata; le donne avevano in mano le “Jhadoo”, le scope tradizionali simbolo del potere femminile, che volevano ricordare alla Dow la necessità di una bonifica del territorio.

Tra le altre richieste, indennizzi più elevati, ma soprattutto l’estradizione dagli Stati Uniti di quel Warren Anderson, al tempo amministratore delegato della Union Carbide, tuttora ricercato dall’Interpol.

Le donne venivano ricevute da un funzionario della Dow, che le rassicurava che le loro rivendicazioni sarebbero state poste all’attenzione delle “alte sfere” della multinazionale.

La risposta di queste “alte sfere” è stata la richiesta di 10 mila dollari di danni per “perdita di lavoro”!


Le richieste della gente di Bhopal

Ecco come nel 2004 la giornalista Elisabetta Rosaspina del “Corriere della Sera” di Milano ricordava il disastro di Bhopal. Un articolo per rivitalizzare il ricordo e la condanna.

Bhopal vent'anni dopo. 555 dollari per il silenzio. I sopravvissuti aspettano ancora i soldi della Union Carbide. In cambio, dovrebbero impegnarsi a mettere fine alle proteste.
Bhopal - La tosse: per Arman, Raju e Ajju, che hanno 20 anni nel 2004, è la colonna sonora della loro vita. La tosse dei loro padri, delle madri, dei fratelli, delle sorelle, e dei vicini, oltre le sottili tramezze. Notte e giorno, estate e inverno, le pareti nude di casa riecheggiano di colpi di tosse. Non arriva e non arriverà mai quello liberatorio, quello che riuscirà a espellere il male dai bronchi sconquassati.

Sopravvivere alla catastrofe chimica del 3 dicembre 1984 non è stato un grande affare: 240 mesi di tosse e fame e, adesso, 555 dollari e 55 centesimi a testa per smettere di protestare. Per lasciar finalmente sbiadire sui muri la scritta “Hang Anderson”, “impiccate Anderson”, rinfrescata ancora ieri e riferita a Warren, l’ex amministratore delegato della Union Carbide, la fabbrica americana di pesticidi che ha trasformato una delle più belle e secolari città dell’India centrale in un assordante lazzaretto di tisici inguaribili.

Survivors of the Bhopal gas disaster beat an effigy of former chief executive of Union Carbide Corp. Warren Anderson, in Bhopal, India, Friday, July 31, 2009.
Bhopal, 31 luglio 2009: 'Impiccate Anderson"

Venticinquemila rupie per smettere di lamentare cecità, nausee, vomiti e fitte al petto. Per lasciare che il mondo dimentichi il nome di Bhopal e le cifre mai precisate della strage.

Tra i sedicimila e i trentamila morti, mezzo milione di superstiti malconci, 150 mila coi polmoni sfiniti e gli occhi cauterizzati dalla grande ustione chimica. E nessun processo per stabilire come sia accaduto.

Arman, Raju e Ajju, classe 1984, come la fuga di 40 tonnellate di gas, sono amici d’infanzia, cresciuti insieme nelle strade di terra battuta e pozzanghere di Congress Nagar, il quartiere musulmano a sud del vecchio stabilimento. Il destino loro e del vicinato quella notte tra il 2 e il 3 dicembre fu deciso dal vento che inseguì i fuggitivi verso meridione, con la sua nube carica di isocianato di metile, lo sterminatore di parassiti campestri, implacabile ingrediente di una miscela brevettata dalla Union Carbide col marchio “Sevin”.

L’efficacia collaudata sugli insetti nei laboratori della Virginia occidentale diventò evidente, senza microscopio, ingigantita a misura d’uomo in India. Non erano cocciniglie e pidocchi a contorcersi nell’erba e nell’asfissia. Donne, uomini, bambini soffocavano nel loro sangue e nel loro vomito, bruciavano senza fuoco. Minuti, ore, giorni, mesi, anni: l’agonia si rivelò di proporzioni variabili. Proprio quanto le stime del disastro, delle conseguenze e delle responsabilità. E dell’impennata di tumori.

Vent’anni di congetture, che ad Arman, Raju e Ajju non interessano granché: vogliono solamente 555 dollari e spiccioli ciascuno, al più presto. “Perché senza quei soldi non possiamo far nulla” dice Arman, il più loquace del terzetto, accovacciato sul pavimento di casa accanto al padre, Feroz, venditore di farina, che dorme avvolto in una vecchia coperta.

Per i loro 1666 dollari e rotti, i tre ragazzi hanno piani precisi e comuni: “Prima cure mediche private e poi il business”. Il business? “Sì, un negozio. O un’altra attività, che ci permetta di farci anche una famiglia”. Con una ragazza di Bhopal? “Quelle di fuori sono più sane, - parla chiaro Arman, con un guizzo astuto negli occhi - molte ragazze qui invecchiano senza un marito. A meno che siano molto belle e molto ricche”.

I tre amici riscuoteranno probabilmente i loro soldi prima di compiere i 21 anni, e da quel momento nulla potranno più pretendere o rivendicare per la loro infanzia bruciata e la loro adolescenza rubata al calcio, al cricket, alla scuola: “Siamo cresciuti analfabeti e deboli”, apre bocca finalmente il timido Raju.

Il quotidiano locale, “Sandhya Prakash”, pubblica l’elenco dei convocati il giorno dopo in tribunale, per la distribuzione degli assegni di risarcimento: le vendite sono triplicate, come il prezzo del giornale, da due a sei rupie. Dieci centesimi di euro ben spesi per quanti scopriranno di poter incassare, vent’anni dopo, il corrispettivo della loro salute.

O dei loro morti: fino a un massimo di 100 mila rupie, 2222 dollari e 22 centesimi, per un genitore o un figlio perduti. È la somma riconosciuta a 3017 vittime. Respinte altre 12 mila richieste.

Non sono pochi soldi, ma si dissolvono subito nelle mani inesperte dei poveri, se arrivano a destinazione. È già successo con la prima rata, anticipata dal governo indiano tra il 1991 e il ’96: “Molti si sono comprati il televisore o sono stati spogliati dagli avvocati”, racconta Rachna Dhinagra, portavoce della Campagna Internazionale Giustizia per Bhopal.

Ora che la Corte Suprema indiana ha sbloccato i 327 milioni di dollari depositati dalla Union Carbide per 566 mila vittime, si cerca di scongiurare lo sperpero: “Stiamo organizzando gruppi di assistenza finanziaria - annuncia Rachna -, suggeriamo di investire in azioni delle Poste Indiane, che rendono il 9 per cento, o di costruire una casa con pannelli a energia solare”.

Nata 26 anni fa a Delhi e cresciuta per 21 a Detroit, Rachna ha abbandonato una carriera di consulente informatica in un’azienda americana quando ha scoperto che la sua prima cliente sarebbe stata la Dow Chemicals, il colosso che aveva assorbito la Union Carbide.

È tornata in India e ora lavora alla Sambhavna Gynecological Clinic for Survivors, il Day hospital fondato dallo scrittore Dominique Lapierre con i diritti d’autore dei suoi successi: La città della gioia, I mille soli e, naturalmente, Mezzanotte e cinque a Bhopal.

Lapierre è arrivato ieri sera, trionfalmente accolto dall’armata di superstiti e attivisti. Le portabandiera sono due cinquantenni, Rashida Bee e Champa Devi Shukla, che hanno brandito minacciosamente le loro scope sotto le sedi della Dow Chemical di mezzo mondo, finché non hanno spuntato i risarcimenti. Contente? “No, vogliamo che i dirigenti della Dow vengano qui, in ginocchio - risponde Rashida -. Ci riusciremo. Devono ripulire la fabbrica abbandonata”.

Le scorie tossiche sono filtrate nel sottosuolo, hanno raggiunto la falda freatica, che disseta 14 comunità nel raggio di due chilometri: “Ventimila persone si stanno avvelenando giorno dopo giorno”, Rachna cita analisi e studi concordi.

La battaglia legale continua, come la tosse, come la contaminazione, come le marce e gli scioperi della fame. Perché continua a uccidere ancora il killer, evaso a mezzanotte e cinque del 3 dicembre 1984 da un sistema di sicurezza governato al risparmio. Un killer che, da vent’anni, non fa differenza fra uomini e pidocchi.

Bhopal, una potenziale meta turistica istruttiva!
Sembra un progetto grottesco, frutto di un atteggiamento sociale cinico, ma questo si legge in un articolo pubblicato nella sezione “Terra Terra” de “il Manifesto” del 13 novembre 2009, a firma di Marina Forti.

The Union Carbide Plant, Bhopal, India. 

Visite guidate a Bhopal
Visite guidate nello stabilimento della Union Carbide di Bhopal in India?

Idea grottesca, eppure è proprio quanto si propongono di fare le autorità di Bhopal, capitale del Madhya Pradesh, stato dell’India centrale: aprire a visite guidate lo stabilimento chimico che la notte tra il 2 e il 3 dicembre del 1984 rilasciò 40 tonnellate di sostanze tossiche ad alta pressione - isocianato di metile e altro, ma questo si seppe solo più tardi.

Quella notte la fuga tossica investì gli slum circostanti, uccidendo 6.000 persone; molte altre sono morte nei mesi e anni successivi per effetto della contaminazione: il bilancio complessivo aveva superato le 15mila vittime nel 2007, secondo statistiche del governo indiano - secondo gli attivisti sociali, organizzazioni di sopravvissuti e associazioni di medici che lavorano con loro, la cifra reale è 20mila. Insomma: quello di Bhopal è stato il disastro più grave mai avvenuto in un’industria chimica ovunque al mondo.
È anche un disastro “persistente”, nel senso che i suoi effetti non sono esauriti.

Lo stabilimento, una fabbrica di fertilizzanti della multinazionale statunitense Union Carbide, non ha mai riaperto i battenti, e a ragion veduta: era già un vecchio catorcio quando ancora funzionava (le indagini sull'incidente hanno ampiamente stabilito che l’impianto era obsoleto, le apparecchiature di controllo disattivate per evitare i troppo frequenti allarmi: erano disinserite anche quella notte, quando una cisterna si surriscaldò fino a esplodere). Inoltre, nello stabilimento ormai diroccato restano abbandonate migliaia di tonnellate di sostanze tossiche, buttate senza particolari protezioni tra le carcasse arrugginite e i capannoni semi-diroccati: una vera e propria bonifica non è mai avvenuta, e la responsabilità viene da anni rimpallata tra le autorità locali e Dow Chemical (che nel 1999 ha acquistato Union Carbide).

Con il vento le polveri si disperdono, con le piogge le sostanze tossiche percolano nei terreni e vanno a contaminare le falde idriche da cui attinge un’intera popolazione - la fabbrica abbandonata resta in una zona molto abitata di Bhopal.
Dunque il vecchio stabilimento continua a essere una fonte di inquinamento, e le denunce si susseguono da anni.

Nel maggio del 2005 la Corte Suprema Indiana aveva ordinato allo stato di Madhya Pradesh di provvedere “speditamente” a fornire acqua potabile agli abitanti della zona circostante la fabbrica - dopo che analisi e controanalisi hanno mostrato come quelle sostanze tossiche percolano nelle falde idriche. Ma ancora qualche tempo fa un gruppo di attivisti ha denunciato che 14 nuclei abitati sono costretti a bere acqua contaminata.

Ora dunque a Bhopal il Ministro di Stato per la Riabilitazione delle Vittime, Babulal Gaur, vuole aprire al pubblico quel che resta dello stabilimento, nel mese di dicembre, per segnare i 25 anni dal disastro. Dice, leggiamo in resoconti stampa, che aprire l’impianto [N.d.r.: a visite guidate? Sic!] “aiuterà il pubblico a superare le apprensioni e i fraintendimenti e dissipare l’idea che i rifiuti chimici nella fabbrica siano ancora dannosi o che inquinino l’acqua nelle località vicine”.

Si può ben immaginare che queste dichiarazioni hanno fatto insorgere molti attivisti sociali e ambientali, e non solo.

Paradossale idea, quella di aprire un sito tossico al pubblico. Istruttiva, però: così tutti vedranno quei liquami maleodoranti, i bidoni arrugginiti e aperti, i sacchi di sostanze tossiche che disperdono polveri - e le capre che brucano tranquille tra le macerie, e le case a pochi metri da quel inferno.

Nell’articolo della giornalista Elisabetta Rosaspina, veniva citata Rachna Dhinagra, portavoce della Campagna Internazionale Giustizia per Bhopal (ICJB).

Ora viene proposta una recente intervista del 10 novembre 2009 con questa attivista, condotta dalla  “Coalition against Bayer Dangers (Germany)”, una organizzazione scientifica che denuncia i pericoli prodotti dalle attività della tedesca Bayer Corporation.

Bhopal è una storia di avidità e di profitto d’impresa”
Intervista con Rachna Dhingra, International Campaign for Justice in Bhopal (ICJB)

Rachna Dhingra, 32 anni, originaria di Delhi, aveva solo sei anni quando il peggior disastro industriale mai successo al mondo colpiva Bhopal nel 1984.

Ha studiato negli Stati Uniti e con altri studenti ha costituito un’organizzazione per tenere viva l’attenzione sul disastro prodotto dai gas tossici a Bhopal. Rachna si è laureata in scienze economiche nel 2000 e nel gennaio 2003 è andata a vivere a Bhopal. Attualmente costituisce un punto di forza nella campagna internazionale e locale all’interno del Bhopal Group of Information and Action.

Prima di ritornare in India, operava come associata con la Dow Chemical, la società capogruppo della Union Carbide Corporation.

Noi l’abbiamo incontrata a Leverkusen/Germania, sede del quartier generale mondiale della ditta Bayer.

Rachna, qual’è la tua motivazione personale per questo impegno nell’International Campaign for Justice in Bhopal?
Io amo quello che sto facendo. Per me non è un sacrificio, ma qualcosa che mi aiuta a dormire meglio alla notte senza alcun rammarico. Quello che mi angustia di più è che, anche dopo 25 anni dal disastro, il governo permetta alla gente di bere acqua contaminata. Nella sua vita, ogni persona si dà delle motivazioni. Per me è stato questo fatto, che la Compagnia per cui stavo lavorando era più preoccupata per i profitti che non per la vita della gente.

Sono venuta a lavorare a Bhopal con i sopravvissuti, che si sono impegnati in una lotta per migliorare le loro condizioni sanitarie, per avere acqua potabile pulita e per la messa in stato di accusa degli individui e delle imprese responsabili del disastro.

Un quarto di secolo è tanto tempo per aspettare giustizia, ma sono fiduciosa che alla fine tutti otterranno giustizia.

Perché hai deciso di compiere questo tour in autobus per il 25.esimo anniversario del flagello di Bhopal?
Per indicare alla gente che non siamo in presenza solo di un disastro successo 25 anni fa, ma di una catastrofe che continua anche ai giorni nostri. Per viaggiare fra la gente in Europa ed informarla che la vicenda di Bhopal non è solo ristretta a Bhopal, ma è una storia di avidità e di profitto di imprese che pongono il profitto prima della vita delle persone e dell’ambiente.

Il tour in autobus è un modo facile per viaggiare attraverso molti paesi, per fermarsi in piccoli contesti urbani e stringere collegamenti con altre comunità che stanno combattendo battaglie simili. Questo Bus-Tour avviene anche per suscitare consapevolezza e procurare finanziamenti per la clinica Sambhavna, che fornisce le migliori cure mediche, e gratuitamente, alle persone intossicate dalla Union Carbide. Per maggiori informazioni o per fare donazioni, vi prego di visitare il sito www.bhopal.org.

L’anno scorso, siete passati anche per l’impianto della Bayer ad Institute/USA, l’“impianto gemello” di quello di Bhopal, dove nel 2008 è avvenuta una impressionante esplosione. Quali sono state le reazioni al vostro apparire ad Institute?
Questo è stato uno dei pochi posti nel nostro viaggio attraverso gli Stati Uniti dove siamo entrati in contatto con un’altra comunità colpita. É stato veramente emozionante e sconvolgente vedere che nessuna lezione era stata imparata dal disastro di Bhopal.

Tutti noi eravamo estremamente rattristati nel vedere la vicinanza degli impianti ai quartieri residenziali. Appena si entra in città, la puzza delle sostanze chimiche tossiche ti inghiotte e non ti abbandona mai fino al momento che lasci la città. Dopo avere parlato con molti cittadini, ero colpita dal riconoscere le caratteristiche comuni di disturbi fisici che donne e bambini stavano soffrendo per il lento avvelenamento prodotto dagli impianti della Bayer.

Ad Institute si sta male come a Bhopal!

Non sono state condotte significative e specifiche ricerche da parte di agenzie scientifiche e mediche sull’inquinamento dell’acqua, sui quozienti di morbilità e di cancro. Proprio come a Bhopal, ad Institute sono le persone povere e di colore che stanno soffrendo di più.

Perchè hai fatto una vista anche a Leverkusen, casa madre del quartier generale globale della Bayer?
Una delle principali ragioni della mia vista a Leverkusen è stata quella di poter raccontare poi come si vive a Leverkusen e di riferire ai lavoratori dell’industria il tipo di azioni delittuose che la Bayer sta commettendo in altri paesi. Noi desideriamo che i cittadini di Leverkusen sappiano che ALTRE BHOPALS non devono succedere più da nessuna parte e nessuno più deve soffrire quello che la gente di Bhopal ed Institute stanno soffrendo.

Rachna ha incontrato anche dei cittadini di Bhopal residenti attualmente a Leverkusen

 
Rachna (al centro) con cittadini di Bhopal a Leverkusen

Attualmente, quali sono i problemi più duri che si presentano a Bhopal e quali sono le richieste più importanti?
In questi 25 anni di sofferenze umane senza fine, più di 25.000 persone sono morte. Ognuna del mezzo milione di persone esposte alla nube tossica e i loro bambini hanno perso un parente, un amico o un vicino. Un quinto di più di mezzo milione di persone esposte rimane colpito da una serie di disturbi fisici e mentali a causa dell’esposizione tossica. Decine di migliaia di bambini nati dopo il disastro soffrono di disturbi della crescita e dello sviluppo, centinaia di bambini sono nati con difetti congeniti derivati dai loro genitori, che avevano subito l’esposizione ai veleni della Carbide attraverso i gas e tramite l’acqua delle falde contaminate dai rifiuti chimici tossici prodotti dalla fabbrica.  

In questi 25 anni di crimini d’impresa, il peggior massacro industriale nella storia del mondo, i funzionari, individualmente, e le imprese, accusati di omicidio colposo, della crudele aggressione chimica e di altre accuse per reati vari, che non vengono sottoposti a giudizio dai tribunali Indiani, rimangono impuniti.

Nel frattempo, il principale accusato continua a fare affari in India tramite la Dow Chemical Company, di cui attualmente è proprietario. La richiesta di estradizione per Warren Anderson, ex Presidente e principale accusato di falsa testimonianza nel corso del procedimento penale, viene negata dai Dipartimenti di Stato e della Giustizia degli Stati Uniti.

In questi 25 anni di governi immanicati con le corporation, più di 17 anni sono passati e la messa in stato di accusa esige l’estradizione dei rappresentanti dell’Union Carbide, attualmente una corporation con sede negli Stati Uniti, che sta rendendosi latitante presso i Tribunali Indiani.

Il governo è venuto meno dall’accusare di corruzione, un illecito punibile penalmente, la Dow Chemical che ha ammesso di pagare migliaia di dollari in bustarelle a favore di funzionari governativi Indiani per la registrazione di pesticidi. Il governo ha giocato un ruolo attivo nell’aiutare l’Union Carbide a vendere la sua tecnologia e i suoi servizi in India, mentre si rendeva latitante presso le Corti Indiane.

In questi 25 anni di governi antipopolari, malgrado i cambiamenti nei partiti politici che sono arrivati al potere, stato e governi centrali sono rimasti invariabilmente indifferenti rispetto ai problemi sociali ed economici di decine di migliaia di sopravvissuti che hanno perso la loro capacità di guadagnarsi da vivere.

La politica governativa non dichiarata di considerare le esistenze dei cittadini di Bhopal come sacrificabili viene dimostrata dalla consistente e deliberata negligenza nella riabilitazione degli scampati e dei loro bambini. La Commissione Incaricata della riabilitazione a lungo termine dei superstiti rimane sulla carta, malgrado nove mesi di vecchie pubbliche promesse.

Un crimine ambientale globale che continua da 25 anni; l’acqua delle falde e il terreno in un’area di oltre 20 chilometri quadrati si trovano contaminati, con cancro e anomalie congenite causati da sostanze chimiche che danneggiano i polmoni, il fegato e il cervello. Alcune di queste sostanze chimiche sono state trovate nel latte materno delle madri abitanti nei quartieri vicini agli impianti chimici e della discarica dove più di 10.000 tonnellate di rifiuti tossici giacciono interrate. L’area include le strutture industriali con annessi 87 acri di terreno, in cui l’Union Carbide ammette di avere sepolto rifiuti tossici in più di 20 siti.

L’Union Carbide non tiene in nessun conto le citazioni che le provengono dai tribunali Indiani e la Dow Chemical afferma che non ha alcuna intenzione di accollarsi le passività e le eventuali responsabilità del disastro, per un qualcosa poi che le appartiene al 100%.

In questi 25 anni di ritardi e di silenzi su Bhopal, le imprese grandi e piccole di tutto il mondo, incoraggiate dall’assenza di giustizia a Bhopal, continuano con abusi e violazioni intossicanti esercitati sugli habitat dei popoli, sui loro corpi e sui loro figli non ancora nati.

I gas della globalizzazione partecipano ad incrementare l’estendersi dell’impero della tossicità come logica del profitto sulla vita della gente e quelli che verranno al mondo non troveranno più zone idonee all’esistenza.  

Cosa bisogna fare per prevenire ulteriori catastrofi come quella di Bhopal?
Le Corporation e gli individui che commettono tali crimini devono essere puniti appropriatamente. Costoro devono essere trattati come criminali, di modo che la morte procurata dai loro veleni sia considerata omicidio, l’aggressione delle loro sostanze tossiche sul corpo delle donne deve essere considerata al pari dello stupro, le malformazioni congenite prodotte nei bambini dovute all’esposizione di tali sostanze chimiche devono costituire violenze criminali.

Se non ribaltiamo il precedente che le corporation non possono arrivare in un posto causando morte, inquinamento, devastazione e andarsene senza alcuna responsabilità criminosa, allora noi abbiamo ben poche possibilità di prevenire catastrofi del tipo Bhopal.

Inoltre, deve essere esaminato a fondo e seguito il Principio di Precauzione. Noi siamo obbligati a porci la domanda se la produzione di tali sostanze chimiche tossiche e pericolose sia proprio necessaria, quando sono inerenti pericoli per la vita umana e per l’ambiente.

  

 

Per maggiori informazioni su:

Coalition against BAYER Dangers (Germany)
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CBGnetwork[at]aol[dot]com
Fax: (+49) 211-333 940   Tel: (+49) 211-333 911

Vi preghiamo di inviare una e-mail per ricevere gratuitamente il bollettino di informazioni in Inglese Keycode BAYER. Sono disponibili anche bollettini in Tedesco/Italiano/ Francese/ Spagnolo.

Comitato Scientifico
Prof. Juergen Junginger, designer, Krefeld
Prof. Dr. Juergen Rochlitz, chimico, ex membro del Bundestag (Parlamento Federale della Germania), Burgwald
Wolfram Esche, procuratore legale, Cologna
Dr. Sigrid Müller, farmacologo, Bremen
Eva Bulling-Schroeter, membro del Bundestag, Berlino
Prof. Dr. Anton Schneider, biologo, Neubeuern
Dr. Janis Schmelzer, storico, Berlino
Dr. Erika Abczynski, pediatra, Dormagen


Milano, 3 novembre 2009; protesta davanti alla sede di DOW


Norrköping, Svezia, 18 novembre 2009: protesta all'alba davanti alla fabbrica DOW Chemicals: "25 anni di ingiustizia: Basta!"


Originale fornito dall'autore

Articolo originale pubblicato il 3/12/2009


Curzio Bettio è membro di Tlaxcala, la rete internazionale di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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NELLA PANCIA DELLA BALENA: 03/12/2009

 
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