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26/11/2020
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Errori ricorrenti dell’attivismo e alcuni suggerimenti per correggerli


AUTORE:   Palestine Think Tank

Tradotto da  Curzio Bettio


Un editoriale di Palestine Think Tank scritto da
Yousef Abudayyeh, Mohamed Khodr, Mary Rizzo, Haitham Sabbah e Saja
 

Jihad Mansour

Recentemente, l’attivismo e gli attivisti in favore della Palestina sono stati al centro dell’attenzione dei media. Questa è decisamente una bella notizia. Si tratta di una opportunità che noi attivisti dobbiamo cogliere, specialmente dal momento che agli stessi Palestinesi sono negati spazi di comunicazione in quasi tutti i mezzi di informazione di massa. 
Riflettendo su questo fatto, noi del “Palestine Think Tank” (PTT) abbiamo deciso di rendere pubbliche alcune nostre osservazioni, riflessioni e proposte in modo da valorizzare il lavoro di tutti gli attivisti, anche il nostro.
Questa è una sintesi delle questioni che noi riteniamo riguardino certi errori ricorrenti dell’attivismo e anche una sintesi delle nostre proposte per evitare che gli errori producano danni.
Nelle prossime settimane ognuno di questi punti verrà sviscerato in specifici saggi.
Noi speriamo che le nostre osservazioni e le nostre proposte possano essere prese in considerazione da tutti coloro che impegnano il loro tempo e le loro energie in favore della causa palestinese. 

1. Unità, a cui non viene data la giusta importanza, e frazionismo nel nostro interno.
Forse il problema prevalente che ha priorità su tutti gli altri è quello dell’unità.
Di Unità ve ne sono di due tipi: una è fondamentale, l’altra è meramente quella fra i sostenitori.  
Unità fondamentale è quella fra Palestinesi come popolo.
I Palestinesi hanno un nemico comune, l’occupante, l’avversario sionista, lo stato ebraico, e un comune obiettivo, che dovrebbe essere condiviso da tutti, il riconoscimento di tutti i loro diritti e la messa in applicazione degli stessi. Le divisioni settarie dovrebbero semplicemente essere superate, come vengono infatti superate nel campo sionista.  
I Palestinesi sono sparpagliati in giro per il mondo, e la maggior parte di essi vive in esilio.
La lotta sostenuta da loro negli ultimi 62 anni e il nome “Palestina” sono sopravvissuti per merito dei sacrifici dei Palestinesi in Libano, Giordania, Siria, negli Stati del Golfo, in Europa e in tante altre parti.
La loro lotta nazionale è una e una sola, ed è per la liberazione della loro patria, della loro Terra Madre. È per il ritorno alle loro case e ai loro villaggi e per conquistare un’esistenza pacifica e democratica.
Non dovremmo consentire che questa lotta nazionale si riduca ad una questione ormai segnata dal destino, di un governo di Hamas a Gaza e di uno “Stato” ad autogoverno decisamente limitato guidato da Abbas in quello che resta della West Bank.
Hamas e Fatah sono due fazioni politiche, che non rappresentano la suprema voce di tutti i Palestinesi nel mondo, e non possono proporre se stessi come tale. 
Proprio come in ogni altro paese nel mondo, lo spirito nazionale e il patriottismo non appartengono alle fazioni, ma al Popolo. 
È tragico che i contrasti fra queste fazioni abbiano portato fuori strada le aspirazioni dei Palestinesi e che oppositori dell’una e dell’altra parte siano stati costretti al silenzio, imprigionati e addirittura uccisi. Questo non è ciò per cui i Palestinesi hanno sacrificato le loro esistenze.
Nulla di buono può avvenire in Palestina finché Hamas e Fatah, ognuno con sostenitori esterni, restano divisi.    
Avere una popolazione palestinese divisa fra posizioni settarie provoca una situazione drammatica e dannosa e questa divisione è precisamente quello che Israele spera rimarrà, a favore della sua politica di “Divide et Impera”. Essere divisi serve agli interessi dei sionisti.
I Palestinesi devono assumere come prioritario il superamento delle differenze settarie. Se gli attuali dirigenti non vogliono questo, altri leader devono emergere e si guadagneranno un più diffuso appoggio.
Già molti dirigenti sono consapevoli del pubblico sentimento e delle richieste di dedicare le loro energie ad una riconciliazione, che non deve essere solo una promessa ma deve fondarsi su fatti, e i Palestinesi dovrebbero vincolare le dirigenze a questo obiettivo.
Una Palestina unita che ritorna ad essere uno Stato Arabo costituisce la più grave minaccia per Israele, e per questo devono essere indette elezioni, poiché i Palestinesi, come tutti gli altri popoli, hanno il diritto di scegliersi i loro dirigenti. 
Inoltre, noi dobbiamo distinguere fra elezioni che avvengono sotto occupazione, il cui scopo primario deve essere quello di rendere l’esistenza un po’ più facile per i Palestinesi che vivono sotto il brutale dominio Sionista, ed elezioni che invece coinvolgono tutti Palestinesi sparsi per il mondo, che dovrebbero in questo modo far emergere una loro dirigenza politica che sia in grado, che abbia la volontà e che sia pronta ad affrontare le questioni che stanno di fronte a TUTTI i Palestinesi: la liberazione della Palestina e il Ritorno dei Palestinesi alle loro case e ai loro villaggi di origine. 
I politici devono essere subordinati agli interessi nazionali e tutte le parti allora dovrebbero arrivare ad un accordo di collaborazione tutto rivolto alla realizzazione degli interessi della nazione, pur conservando la loro identità e le loro proposte. 
Come acquisire l’unità deve occupare la quantità di spazio più importante nel dibattito. Si tratta di un problema cruciale. 
L’unità dei non-palestinesi è differente. Questa loro unità deve essere messa al servizio degli obiettivi dei Palestinesi e deve sostenere le azioni che possono portare alla giustizia e alla libertà per questo popolo. Al momento, il principale obiettivo dovrebbe essere quello di lavorare per tutto quello che può facilitare l’unità dei Palestinesi e di rendere prioritaria l’agenda per uno Stato palestinese. 

2. Dobbiamo seguire le orme del metodo sionista
Nel fare questo, siamo costretti ad essere “reattivi” e non “attivi”. Questo significa lasciar perdere la nostra impostazione individuale, non dare sviluppo alle nostre specifiche strategie.
Esiste una miriade di risposte individuali, ma poca coordinazione fra esse, anche a livello ideologico. Può risultare facile che le nostre risposte possano rivolgersi con l’essere controproduttive, se entrano in conflitto con altre risposte. Non esiste una interconnessione fra le nostre risposte, come avviene invece nella strategia Sionista.
I sionisti hanno una “narrazione”, i Palestinesi hanno la loro storia. Noi abbiamo bisogno di studiarla, ti tenerla al centro dell’attenzione e di essere in grado di difenderla con capacità.   
Molto è stato scritto sull’anti-sionismo, e l’argomento è stato esaurito al punto da risultare semplicemente ripetitivo. Ora, noi dobbiamo focalizzare la nostra attenzione sulle priorità e le strategie pro-palestinesi, un’area che è praticamente intatta e che si apre su “attivi” orizzonti.
I Palestinesi stanno sopportando la peggiore brutalità e noi dobbiamo appoggiarli con consigli e speranza ed ascoltare quali sono le loro idee. Noi dobbiamo proporre questo approccio “positivo ed attivo” a tutti gli attivisti nel mondo e continuare a diffondere questo punto di vista fino ad estenderlo al popolo della Palestina. 

3. Noi usiamo la terminologia sionista
Questo è un errore che commettiamo decisamente troppo spesso. Noi dobbiamo creare la nostra terminologia o arricchire il nostro bagaglio linguistico con un “migliore” lessico.
I Sionisti lo hanno fatto, possiedono i Manuali Hasbara (di Propaganda) e si addestrano alla propaganda. Se la nostra terminologia verrà ripetuta sufficientemente spesso, la gente inizierà a comprendere le questioni fondamentali.
Un esempio: noi usiamo i termini Gaza/West Bank come sostituti per Palestina, non realizzando che la Palestina è molto di più di tutto questo.
Inoltre, anche “Territori palestinesi” è una terminologia errata e ha creato un costrutto mentale tale che la Palestina risulta essere equivalente solo alle parti al di fuori della Linea Verde. Questa è un’idea che è stata imposta, ma che deve essere rigettata.
In ogni caso, noi dobbiamo fare riferimento a Gaza come a “Gaza, Palestina occupata”, come dobbiamo ricordarci di dire “Ramallah, Palestina occupata”, “Gerusalemme, Palestina occupata” ed anche “Tel Al-Rabie, Palestina occupata”. Sì, chiamando Tel Aviv con il suo nome originale può risultare radicale, ma forse necessario.
In buona sostanza, questo serve ad aprire una discussione di una qualche efficacia.

4. Noi non concentriamo le nostre energie
Sicuramente troppo spesso le nostre energie sono distratte in certi momenti verso questioni non attinenti, però considerate come importanti o correlate; queste sono orientate a servire come diversivi o ci portano su piani scivolosi, specialmente quando le indirizziamo su percorsi di “reazione”. 
Alcune di queste questioni sono l’Olocausto in Europa, il programma nucleare dell’Iran, le politiche identitarie ebraiche, le politiche identitarie musulmane. 
Allo stesso modo, troppo spesso ci dimentichiamo di interconnettere eventi globali  e politiche internazionali e di come tutto questo vada ad incidere sui Palestinesi.
Noi dobbiamo puntare la nostra attenzione sugli avvenimenti, sulla realtà e non su minacce presunte, su aggressioni preventive o sulla “edificazione di una nazione” imperialista. 
Noi dobbiamo toglierci i paraocchi e il culto degli eroi. Tutti i leader sono attenti ai loro specifici interessi, questo è sempre è avvenuto e non ci sono prove di qualche cambiamento.  Noi dobbiamo pensare a quegli interessi che coincidono con la causa della libertà dei Palestinesi e riflettere su chi “usa” questa causa.
Avendo più di un nemico, e un nemico in comune, questo non comporta la condivisione di tutte le cause, ma si segue l’opportunità. Questo ha costituito sempre un ostacolo verso la liberazione della Palestina.
Problemi globali e regionali sono spesso interconnessi con quello della Palestina, sebbene talvolta ciò non risulti immediatamente evidente. È importante individuare ciò che è vuota retorica, ciò che potrebbe essere propaganda al servizio della disinformazione, operazioni di falsa bandiera e diversioni da obiettivi e principi. La propaganda arriva dai nostri amici come dai nostri nemici, e allora abbiamo bisogno di esaminare con senso critico quello che ci arriva e lasciar filtrare solo quello che è utile e a beneficio della causa. 
Si possono generare contrasti su ciò che è vantaggioso, ma noi tutti siamo consapevoli che più le questioni sono distanti nel tempo e nello spazio dalla questione palestinese, più facilmente sono da considerarsi diversivi. 

5. Noi non analizziamo a dovere i mezzi di comunicazione di massa ebraici/israeliani, come l’Hasbara.
[N.d.tr.: L' Hasbara è strettamente intrecciata alla necessità dello Stato d'Israele di dover giustificare la propria esistenza tra le nazioni: un caso unico al mondo che richiede iniziative particolari. Si tratta di un termine sionista, spacciato per “informazione”, ossia propaganda di guerra e di sterminio]
Le nostre fonti sono decisamente ben lontane dagli organi di informazione dell’Hasbara. Là ci sono sicuramente alcuni giornalisti veramente buoni, scrupolosi nei confronti del popolo palestinese, e non tutto quello che si scrive nei giornali di Israele è propaganda, ma i giornali stessi lo SONO.
Il meglio di essi serve come una specie di foglia di fico.
Quali sono gli scopi per la maggior parte dei giornali israeliani? Quello di inculcare negli Israeliani la mentalità che “noi siamo sotto attacco” e quello di giustificare le loro “paure” confezionate a tavolino e le loro azioni contro i Palestinesi per porre fine a quelle paure. 
Se è necessaria qualche prova, uno sguardo sulla prima pagina del giornale più “progressista” di Israele di un giorno qualsiasi può cogliere annunci pubblicitari su Birthright [N.d.tr.: si tratta di un progetto nato alcuni anni fa per favorire ed incrementare le relazioni tra gli ebrei della Diaspora e Israele. È specialmente rivolto alla gioventù ebraica (ragazzi di età compresa tra i 18 e i 26 anni), per la quale vengono organizzati annualmente dei viaggi gratuiti in Terra d'Israele, in uno sforzo che ha consentito fino ad ora di portare 40.000 giovani], su Ahava, diverse immagini di Gilad Shalit (un soldato di Israele fatto prigioniero da un commando palestinese a Gaza), pubblicità per stazioni climatiche sul Golfo in Palestina ed altri richiami per gente che voglia arrivare dal di fuori a colonizzare la Palestina. 
Noi dobbiamo sapere quello che gli Israeliani scrivono, ma dobbiamo anche selezionare e capire gli obiettivi dei media israeliani. Infatti non dobbiamo mai dimenticarci che è così che Israele stabilisce la sua egemonia sull’area.
Si cerca di promuovere Israele come voce legittima dell’Occidente e della democrazia. Spesso questi giornali sono costruiti per rivolgersi più agli Occidentali che agli Israeliani.
Continuando questa riflessione, noi non prestiamo, come fanno gli Israeliani nei confronti dei loro media, lo stesso interesse o la stessa attenzione agli scrittori palestinesi/arabi, che senza dubbio meritano questo.
I giornali arabi non vengono quasi mai citati come fonti. Gli Occidentali ed anche molti attivisti impegnati non conoscono le elaborazioni degli scrittori o degli accademici palestinesi, perché questi non ottengono un’estesa diffusione per ragioni che possono essere definite solamente come una sorta di discriminazione. Ciò risulta evidente semplicemente andando a consultare siti web, dove Europei, Americani ed Israeliani dominano la discussione, a prescindere da qualsiasi posizione politica.
Un esempio eclatante della sordità nei confronti della voce araba è come è stato esposto il crimine dell’espianto e traffico di organi.
Da molti anni i Palestinesi denunciavano questo problema, non era quindi un segreto. Spesso ci si trovava di fronte ad una specie di “imbarazzo”, visto che le persone tacciavano queste notizie con “Io capisco, ma non avete alcuna prova da mostrare”.  
Quando un Occidentale [Donald Boström, fotografo e giornalista svedese] ha ribadito non solo quello che aveva pubblicato in precedenza in un libro ma anche quello che era già stato denunciato dai Palestinesi, allora la cosa è diventata “degna di notizia”.
 Ma il fatto curioso della questione è che non è stata una fonte palestinese a portare a galla il problema, ma un giornale sionista, il The Jerusalem Post.
Il giornale non aveva stampato l’articolo (è stata Tlaxcala [la rete di traduttori per la diversità linguistica], in cooperazione con l’autore, che ha tradotto in inglese il documento, qualche tempo dopo), ma l’organo di propaganda israeliano aveva alluso alla supposta vicenda come prova evidente di una delle peggiori calunnie e diffamazioni, lanciata proprio al momento giusto, quando la Conferenza Israeliana sui Pericoli dell’Antisemitismo in Europa prendeva l’avvio. 
Finalmente, questa questione è venuta allo scoperto, ma noi dobbiamo lavorare più duramente per essere proprio noi ad imporre il discorso, per i nostri obiettivi, e non per “reazione”.
I problemi non dovrebbero venire alla luce o spegnersi secondo la tabella di marcia israeliana/sionista, tantomeno servire per un qualche loro obiettivo.  
È cruciale avere il controllo dei mass media. Israele fa la parte del leone nel controllare lo spazio riservato al flusso delle comunicazioni e gli Occidentali in quello che riguarda i media che si pongono come alternativa. 
Noi dobbiamo puntare a mettere in maggior evidenza il quadro della causa palestinese, e usare con estrema cautela le fonti e diffondere con la medesima accortezza le informazioni.
Per la rapidità delle comunicazioni, vi è molta fretta e quindi si fanno pochi riscontri sui fatti. Noi dobbiamo a tutti i costi  evitare di diffondere informazioni che potrebbero configurarsi come operazioni poco chiare, elementi di guerra psicologica o come disinformazioni riguardanti il Medio Oriente. 
 

6. Noi rinunciamo ad un pensiero critico per un pensiero carico di emotività
Le emozioni fanno parte dell’umana esperienza, ma hanno poco peso nell’ambito dei tribunali e sono assenti nei documenti legali e nella legislazione.
Questa è una battaglia per la giustizia e i nostri punti di riferimento sono le leggi e i documenti, che naturalmente comprendono i regolamenti  procedurali/diplomatici/legali. Se noi insistiamo al nostro interno sul concetto di legalità e giustizia, dobbiamo anche attenerci a questi principi.
Il diritto internazionale, quantunque incrinato, è dalla parte del popolo della Palestina. Questo diritto assicura ai Palestinesi il diritto a resistere all’occupazione, il diritto al ritorno, il diritto alla protezione e ad altri diritti conseguenti.
Così noi possiamo essere di maggiore utilità, quando patrociniamo la causa della Palestina. Noi non possiamo appellarci alle emozioni (poiché questo non paga), ma nemmeno agire privi di emozioni (sebbene questo escluda una pianificazione strategica).  
Qual’è il mantra di Israele? “Israele ha il diritto di esistere”. Allora, se il diritto costituisce la loro scelta di campo di battaglia, e sicuramente risulta palese che loro non hanno tutto il diritto legittimo che conclamano, è anche evidente che stanno vincendo la guerra della propaganda usando il loro strumento migliore. Noi dobbiamo capovolgere questa situazione, completamente bloccarla.  D’altro canto, Israele ha raffinato ed investito nel suo sistema di Hasbara. Questo vale per tutti quelli che sostengono Israele, che influenzano la gente tramite un intenso ricatto emozionale, che viene messo in atto per mezzo della giustapposizione delle passate sofferenze degli Ebrei con l’attuale identità di Israele (una combinazione della mentalità sopravvissuto/vittima con l’immagine di uno stato democratico sul punto di venire sterminato nel bel mezzo di una regione nemica).
Ogni parte di questa imagine può essere promossa con estrema professionalità. Il ricorso alle emozioni è costante, ma noi dobbiamo mettere in evidenza che questi fattori scatenanti le emozioni sono costruiti a tavolino, sono il frutto di manipolazioni ed escogitati per catturare l’uditorio occidentale, che non va a scavare sotto la superficie per formarsi le proprie opinioni. 
Il bombardamento immagine/messaggio da Hollywood specialmente suscita una viscerale risposta emozionale che concede solo colpa o solidarietà.
Nel mondo palestinese non esiste nulla di paragonabile a questo tipo di conduzione di campagna propagandistica. Forse abbiamo bisogno di incanalare i richiami emotivi in efficaci strumenti educazionali piuttosto di piangerci addosso e meravigliarci che il mondo ci giri le spalle.   
Se noi continuiamo a far appello all’emozione, dobbiamo meditare come farlo. Proprio come i Sionisti hanno fatto, con pieno successo.

7. Noi non comprendiamo cosa interessa alla pubblica opinione.
In questo nostro tempo, noi non stiamo parlando tanto a “popolazioni” quanto ad un “pubblico” che è in qualche modo recettivo al messaggio. 
Se è vero che i massacri di Gaza dell’anno scorso e i massacri di tre anni e mezzo fa in Libano hanno potuto irrigidire il controllo su Gaza, stretta in una morsa, e hanno rinforzato il controllo dell’UNIFIL sul Libano (a tutto vantaggio di Israele), allora è chiaro al 100% che NULLA porrà in sintonia l’interesse della pubblica opinione al riguardo.
Noi cerchiamo di convincere il pubblico di cose che non lo interessano o che non è in grado di ben comprendere. È possibile che vi sia un così esteso lavaggio di cervelli, che la carneficina in pieno giorno di innocenti non provochi nessuna compassione o pietà, non susciti indignazione! 
Quanto conta la pubblica opinione? Serve a fornire il necessario consenso ai leader in modo che costoro possano esercitare e conservare il potere.
Allora, il consenso ai leader che forniscono appoggio ad Israele forse dovrebbe essere eroso con altri mezzi, specialmente quando gli interessi nazionali non coincidono con questo appoggio.
Per esempio, negli USA l’azione dovrebbe insistere sull’accentuazione del fatto che il coinvolgimento USA in molteplici conflitti all’estero è molto costoso e che le politiche interventiste vanno a detrimento per tutti gli USamericani. Se gli interventi verranno sempre meno sostenuti, i politici saranno costretti a cambiare, se vogliono conservare il loro potere domestico.
Di conseguenza, questo produrrà una riduzione degli aiuti indirizzati ad Israele e alla “GWOT” [Global War on Terrorism”, Guerra Mondiale al Terrorismo].
Noi abbiamo la responsabilità e il dovere di educare ed informare coloro con i quali entriamo in contatto. Associazioni di qualsiasi natura, in Palestina e all’estero, gruppi studenteschi, organizzazioni religiose e culturali possono influenzare le loro comunità e fornire occasioni per impegnarsi in azioni che possono avere un impatto sull’opinione pubblica, e alla fine sui politici. 
Le organizzazioni arabe sono particolarmente obbligate a prendersi le loro responsabilità e di allargarsi e di partecipare al pubblico dibattito mediante articoli, lettere, proteste e di fare informazione in modo che il mondo possa notare che queste questioni sono di interesse per gli Arabi e che il tempo di aspettare che sia il mondo a risolvere i nostri problemi all’ONU o alla Casa Bianca deve giungere al termine. 

8. Noi aspettiamo la risoluzione delle cose dai nostri dirigenti (o dalla bomba demografica). 
È inutile aspettarsi che i leader risolvano questo problema, anche se loro si credono i principi della pace e i salvatori del pianeta.  Essi stanno dove sono, solo per conservare il loro potere. Inoltre, assegnando loro questo compito non li autorizziamo alla resistenza, che, se strategicamente organizzata  sull’intero universo palestinese, potrebbe diventare veramente EFFICACE. 
Nel computo delle forze resistenti non sono solo le fazioni o una singola base ideologica. Ogni partito, fazione o movimento palestinese, ogni singolo Palestinese, dovunque egli risieda nel mondo, è un resistente. Sono gli sciocchi Sionisti ad affermare il contrario. Si tratta di una massa, di un numero enorme di persone ad essere coinvoltio, questo significa che non ci si può limitare ad un solo tipo di resistenza o di resistente. Unirsi nella lotta porterà altri ad essere solidali con la causa, compresi i popoli arabi, l’opinione pubblica internazionale non-araba, i movimenti di liberazione e per i diritti umani di tutto il mondo.
Azioni di solidarietà coordinate, commemorazioni, proteste, boicottaggi e sabotaggi di infrastrutture illegali di Israele, eventi e campagne mediatiche già avvengono e molti operano in maniera eccezionale, ma potrebbero fornire un’influenza più efficace, procurare una maggiore attenzione, se venisse condivisa almeno una stessa base comune. 
Focalizzare l’attenzione sull’urgenza di negoziati, sulla ricerca di soluzioni compromissorie, o sulla collaborazione e la coesistenza con i Sionisti presenta un fondamento che non può costituire l’obiettivo principale. Soluzioni a lungo termine non dovranno presentarsi, dato che i Palestinesi hanno già aspettato abbastanza.
Inoltre non è nemmeno una soluzione aspettare l’esplosione di una “bomba demografica”. Sono le persone ad avere il potere.

9. Differenti situazioni richiedono differenti soluzioni. 
Noi dobbiamo comprendere il contesto in cui stiamo operando. Differenti condizioni ambientali possono comportare una strategia completamente differente.
Ad esempio, se noi fossimo in Turchia, noi potremmo ovviare all’impegno di indurre l’attenzione pubblica ad una presa di posizione antisionista. Là, questo non è un problema. Se noi ci trovassimo in Germania, l’eredità del Nazismo gioca ancora un ruolo nell’identità nazionale e nelle relazioni tedesche con Israele. Negli Stati Uniti, il bilancio statale è pesantemente condizionato dalle spese militari e dal sostegno istituzionale concesso ad Israele. In molta parte dell’Occidente, il termine “terrorismo” viene associato all’“Islam”, e questi sono solo, fra i tantissimi, alcuni esempi di particolari questioni che influenzano le relazioni internazionali riguardanti la Palestina. 
Smontare le falsità, mentre allo stesso tempo tenere sempre puntati gli occhi sul diritto, la giustizia e anche sulle opportunità che l’opinione pubblica percepirà, questo è un dovere necessario e questo induce ad assumere posizioni diverse in ogni singola situazione ambientale.
Parimenti importante è la consapevolezza delle leggi/consuetudini nei posti in cui operiamo.
Se noi sappiamo che saremo filmati/fotografati/controllati, noi dobbiamo ricordare che i nostri manifesti, la presenza di stendardi, la profanazione di bandiere, travisamenti e coperture del volto, ecc., serviranno agli interessi propagandistici di Israele, mentre si violano le leggi/consuetudini o si viene tacciati di Anti-Semitismo.
In molti paesi, esistono norme rigorose per le assemblee pubbliche, i partecipanti vengono identificati ed anche violazioni minori possono essere fatali per il movimento. 
In Italia, per esempio, esiste una legge assurda che i bambini non possono essere “portati” a partecipare alle dimostrazioni!
Anche molte assemblee autorizzate possono provocare danno più che cose buone.
Un’assemblea di preghiera a Milano da parte di Musulmani che si teneva all’esterno della Cattedrale è stata un insuccesso. Infatti lo spazio era costituito dalla piazza più importante nel Nord Italia, ma trovandosi proprio davanti alla Cattedrale era cosa sicura che ci sarebbero stati attacchi sulla stampa e da parte di politici locali con una forte inclinazione islamofobica, come se fosse stata lanciata un’offesa alla Cristianità.
Nell’ambiente caldo di Milano, questo è stato il risultato e tutti lo potevano prevedere.
Le scelte devono essere ponderate strategicamente, per non andare incontro a fallimenti.  
Nel Nord America e in molti paesi dell’Europa, partiti palestinesi, politicamente legittimi, sono su una lista nera. Questo significa che è illegale fornire loro del denaro o impegnarli in scambi economici. Ogni raccolta di fondi per distribuirli direttamente ad alcuni di questi partiti, invece di essere utilizzati da organizzazioni non governative alternative o da organizzazioni specifiche, può risultare un colpo fatale per i donatori.
Ma questo è solo un esempio della necessità di conoscere l’ambiente dell’azione, dall’inizio alla fine. 

10. Noi cadiamo troppo spesso nelle trappole di Hasbara.
Noi “dialoghiamo” secondo i loro termini. Noi subiamo il loro controllo con il costante inquadramento dei loro argomenti con l’esclusione dei nostri. Noi utilizziamo il loro linguaggio e i loro media. Noi non seguiamo la nostra agenda operativa. Dialogare è importante, ma se il dialogo non si basa su regole paritarie, o si perde di vista che l’obiettivo non è semplicemente comunicare ma provocare un cambiamento, allora diventa una perdita di tempo. E questo è il principale obiettivo di Hasbara; farci sprecare del tempo.

11. Questa non è una questione di religione.
Noi dimentichiamo troppo spesso che non siamo in presenza di una questione religiosa.
Si tratta del problema di una popolazione araba che è stata espulsa dalla sua terra per fare spazio alla colonizzazione europea delle terre arabe. Si tratta di un problema di diritti umani e di giustizia. Spesso, la religione colora il conflitto, con i Sionisti che usano la Bibbia per giustificare il furto della Terra di Palestina ed Hamas che usa il Corano per resistere. 
Quindi, non è, e non è mai stato, un problema di natura religiosa. Noi ci opponiamo ad Israele perché ha rubato la terra degli Arabi e ha spossessato il popolo arabo, e non perché Israele è ebreo.  Comunque, visto che la religione domina il discorso, giusto o sbagliato che sia, noi dobbiamo cercare le modalità per rendere questa connessione fruttuosa.
Noi dobbiamo collaborare con gruppi interconfessionali, se questi condividono i nostri obiettivi, specialmente con quei gruppi ebraici che stanno impegnandosi molto nell’educazione delle persone della stessa fede.
La maggioranza degli Ebrei nel mondo non fa parte della lobby di Israele e, scavalcandola, costruisce amicizia, solidarietà, strategie comuni e smonta i miti che si sentono spesso espressi nei media locali ebraici e nelle loro Sinagoghe, molte delle quali hanno la bandiera di Israele sul    Bimah (pulpito nella sinagoga dal quale vengono letti i testi sacri).
Ugualmente, i Cristiani in tutto il mondo dovrebbero conoscere che molti Palestinesi condividono la loro stessa fede e che molti Arabi, compresi i Palestinesi, hanno mantenuta viva la cristianità in Terra Santa. La situazione di questi Cristiani di Palestina, le cui sofferenze sono dovute alle leggi e alle pratiche razziste ed escludenti di Israele, dovrebbe essere resa nota a tutti i Cristiani, che troppo spesso sono esposti a miti e a false informazioni rispetto agli Arabi come nemici della Cristianità. 

12. Noi non adattiamo il nostro discorso.
Qualche volta noi sbagliamo ad indirizzare adeguatamente l’“auditorio”. Noi dobbiamo imparare a adeguare il nostro discorso per chi ci sta a sentire, e questo significa che dobbiamo sapere a chi ci stiamo rivolgendo e per quali motivi.
Mentre rifiutare l’uso del termine “Israele” è cosa bella in privato fra sostenitori della Palestina e i Palestinesi, noi dobbiamo realizzare che questa entità esiste nella realtà per il resto del mondo. Può creare confusione fare riferimento a questa entità in modo diverso, per esempio in una lettera che noi confidiamo vedere pubblicata nel Washington Post.
Noi dobbiamo spiegare quello che Israele fa, che tipo di storia ha, ma dobbiamo renderci conto anche di quello che risulta efficace per l’ascoltatore. 
Noi dovremmo essere strumenti di comunicazione con buon senso sufficiente da realizzare se il nostro discorso verrà scartato o preso in considerazione dagli editori e come adeguarlo di conseguenza per esprimere i punti che noi dobbiamo sottolineare. 
D’altro canto, non dobbiamo essere riluttanti dall’usare i termini “ebreo” o “giudeo”. Questi esprimono il “carattere nazionale” di Israele, che non è uno Stato democratico, ma al contrario escludente, fautore della sua supremazia, uno Stato razzista che estende i pieni diritti e i molti privilegi ai soli Ebrei.   
Ancora, l’IDF è l’esercito degli “Ebrei”. Non è un esercito “democratico”, che rappresenta il suo popolo, visto che molti Ebrei religiosi vi sono esclusi , un quinto della popolazione registrata è costituito da Palestinesi e vi sono molti altri immigrati che non vi hanno una loro rappresentanza. Questi possono essere “ammessi” solo dopo conversione o in speciali unità, indotti a servire nell’esercito come strada veloce per conquistare i pieni diritti di un Israeliano.
I Drusi sono una limitata eccezione, ancora, che prestano servizio così da ottenere diritti  a cui sono esclusi i cittadini comuni, non Ebrei, in uno Stato Ebraico.
I Palestinesi ed altri hanno il diritto di usare la opportuna terminologia senza essere per questo diffamati. Se l’IDF sta commettendo o ha commesso azioni odiose ed atroci, non è proprio sbagliato fare riferimento all’esercito come ad Ebrei che operano come branca militare e di controllo dello Stato Ebraico.
 

13. Noi abbiamo bisogno di essere ben accolti.
Noi avremo sempre più bisogno di incontrare e coinvolgere nuove persone in questa nostra causa. Quindi noi dobbiamo costruire ed organizzare reti, condividere le nostre conoscenze ed esperienze, contrapporci in maniera civile, ascoltare, imparare, farsi coinvolgere in altre lotte per autentico amore della libertà. 
Quindi, l’abitudine di escludere le persone a causa della loro religione, per le loro idee politiche, per le preferenze sessuali o per il loro stile di vita deve progressivamente essere eliminata.
Non possiamo trovarci d’accordo con tutti su ogni questione, ma non possiamo essere considerati troppo “sbagliati” per le cose in cui crediamo, per il fatto di rivendicare il nostro diritto ad essere considerati esseri umani. Noi non abbiamo diritto di giudicare gli altri per quel che sono, dobbiamo lavorare tutti insieme per servire la causa comune.
Coloro che utilizzano le loro relazioni per altri obiettivi stanno oltraggiando il popolo della Palestina e se ne servono. Può essere anche non immorale ricevere denaro per fare attivismo, ma gli onorari dovrebbero coprire i puri costi o essere devoluti ai profughi palestinesi.
La solidarietà non può trasformarsi in un’industria!

14. Noi poniamo condizioni alla solidarietà nei nostri confronti.
I Palestinesi non cercano di ricuperare briciole di compassione da ogni parte e non chiedono di subire imposizioni sul tipo di resistenza che dovrebbero mettere in atto o su chi fra di loro dovrebbe avere titoli per esprimere i loro bisogni. Che la loro lotta non sia solo una lotta per uguali diritti, ma una lotta di liberazione, è un fatto noto a tutti, e questo richiede una serie di azioni a vasto raggio, perché i Palestinesi possano sopravvivere e conservare la speranza di liberare se stessi.
Il fatto che molte delle loro azioni di resistenza siano state non-violente dovrebbe essere tenuto ben presente da quegli attivisti che frequentemente invocano a “trovare un Gandhi palestinese” o di abbandonare una forma di resistenza o un’altra o perfino dichiarare che esiste una sola forma di resistenza giusta. Tutte queste condizioni, giudizi e richieste sono ingiusti nei confronti dei Palestinesi e inadeguati.
La combinazione di ogni tipo di resistenza così come ogni azione di appoggio dall’esterno, ad esempio i boicottaggi, deve essere sostenuta, incondizionatamente.  
Mentre è con le migliori intenzioni che gli attivisti raffrontano l’Apartheid del Sud Africa con la Causa Palestinese, la realtà è ben differente. I Palestinesi stanno vivendo sotto una occupazione militare brutale e sono di fronte al genocidio del loro popolo. I Palestinesi non hanno ottenuto il sostegno delle organizzazioni internazionali e sono incoraggiati a scavare la loro via di uscita attraverso trattative sui loro diritti, quando sanno bene quali sono i loro diritti e sanno ugualmente bene anche quello che sembra la carta geografica della Palestina. Ai Palestinesi viene richiesto di fare concessioni, di dare sempre di più, quando quello che stanno tentando di fare è di rientrare in possesso della loro terra rubata, dei loro diritti e della libertà. 
Questo va al di là del problema di conseguire uguaglianza di diritti, è una questione del tutto semplice, si tratta di una lotta per liberarci dale catene dell’occupazione e di creare una società palestinese e un sistema di governo per un popolo che è stato disperso in tutto il mondo. 
I Palestinesi non hanno uno Stato, non hanno esercito, stanno combattendo per la loro vera e propria sopravvivenza e meritano la completa solidarietà nella difesa di loro stessi e nella costruzione della loro nazione. Domandare a noi stessi come possiamo essere loro utili, non come loro possono meritare la nostra solidarietà, questa è l’unica domanda cruciale da porci ancora e ancora, ed ogni volta, noi potremo ottenere risposte diverse.
Tenere sempre presente l’obiettivo della loro liberazione, questo è quello che serve! 
Perché il movimento diventi un genuino alleato e un vero sostenitore della Palestina, dei Palestinesi e della loro lotta per la libertà, è necessario ascoltare i Palestinesi che narrano la loro storia, che rivendicano la loro narrazione e delineano la loro lotta attraverso le loro parole. 
È stato veramente difficile per i filo-Palestinesi spiegare ai leader dei movimenti solidali con la Palestina negli USA e in Europa che la questione della Palestina non ha inizio solo nel 1967, e quindi la questione del Ritorno ha sollevato un problema difficile per molti di questi leader, provocando fratture all’interno del movimento in quasi due blocchi simmetrici.   
Noi dobbiamo riuscire a rendere certo che i nostri veri alleati capiscano che tutte le lotte sono connesse. Noi ci battiamo per la dignità umana e i diritti fondamentali e questo crea collegamenti fra le questioni della Palestina, del Libano e dell’Iraq. 
Per di più, noi non possiamo girare le spalle di fronte alle altre lotte dei cittadini statunitensi di New Orleans, del popolo di Haiti e di altri. Risulta essenziale porre tutto in connessione e comprendere come la nostra lotta abbia attinenza con le lotte di tutti gli altri popoli oppressi, ed anche in cosa le modalità di lotta differiscano.
 


Originale da: Palestine Think Tank-Common Activist Errors and Some Proposals to Rectify Them

Articolo originale pubblicato il 22-1-2010

Gli autori

Palestine Think Tank è un  partner di Tlaxcala, la rete internazionale di traduttori per la diversità linguística, della quale fanno parte Mary Rizzo, Saja e Curio Bettio. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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LA TERRA DI CANAAN: 04/02/2010

 
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