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19/10/2017
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C’era una volta l’articolo 18


AUTORE:  Severo LUTRARIO


Era il 2002 quando tre milioni di lavoratori si sono ritrovati in piazza a Roma a difesa dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, ovvero di quello strumento che il movimento dei lavoratori ha saputo conquistarsi in centocinquant’anni di sudore, lacrime e sangue , quale diritto fondamentale – propedeutico all’effettivo esercizio di tutti gli altri diritti – e che è quello di non poter essere licenziato senza un giustificato motivo o una giusta causa. Eravamo tre milioni, allora, ed almeno quella parte del disegno di precarizzazione del lavoro siamo riusciti a bloccarla.


Oggi, il Parlamento della Repubblica approva senza colpo ferire un disegno di legge, presentato dal governo in tema di “controversie di lavoro” e non solo, senza che vi sia stata una sola ora di sciopero, un’assemblea nei luoghi di lavoro, una manifestazione, un dibattito.
Certo, c’è stato il grido d’allarme dei giuslavoristi più attenti, ma in un paese governato da nani, mangiafuoco e ballerine, in un paese in cui l’agenda politica è dettata dalle vicende giudiziarie del padrone, da escort e magnaccia, dai baccanali delle satrapie coi loro balletti tra corrotti e corruttori, con un Presidente della Repubblica che fa strame delle più elementari regole che possano qualificare il fantasma che è rimasto: “democrazia” – in un simile paese chi ha tempo – e voglia – di cincischiare coi tecnicismi giuridici di qualche leguleio?

Chi mai può indignarsi dello smantellamento di quel che resta del diritto del lavoro?
Con il collegato alla finanziaria – che l’opposizione di sua maestà (PD o IdV non fa differenza) si è ben guardata dal contrastare se non con l’innocua ed inoffensiva opposizione parlamentare – che il sindacato (ed anche qui non si rilevano differenze di sostanza) ha direttamente ignorato (ma i collegi arbitrali e di conciliazione saranno un ottimo strumento di fidelizzazione e finanziamento) – si sono precostituite le condizioni per il completamento di un percorso ormai ultradecennale e che si prefigge l’obiettivo di ridurre ogni lavoratore in una condizione di solitudine di fronte al proprio datore di lavoro. Il diritto del lavoro nasce dalla constatazione che il contratto di lavoro non possa essere considerato un contratto come tutti gli altri. Questo perché uno dei contraenti, il lavoratore, colui che per sopravvivere ha bisogno di lavorare, è in condizioni di minorità nei confronti dell’altro contraente, il datore di lavoro.
E’ per questo che nasce – certo a prezzo di durissime lotte – quel complesso di leggi e di procedure che vanno sotto il nome di diritto del lavoro e di legislazione sociale e quel “processo del lavoro”, che si distingue dal normale processo civile che ha la giurisdizione su tutti gli altri contratti.

Il collegato alla finanziaria mette in connessione le procedure di certificazione dei contratti di lavoro – che ora peraltro assumono anche valore retroattivo (ovvero possono essere fatte valere anche per i contratti in essere) – con il ricorso sempre più incentivato e favorito alla miriade di collegi di conciliazione ed arbitrato ormai possibili.
Se rileviamo come i collegi possano – a richiesta “certificata” delle parti, decidere “secondo equità” (e non sulla base delle leggi e dei contratti) non possiamo non constatare come in tutto questo emergano le condizioni per le quali divenga possibile derogare – se non formalmente, certamente sostanzialmente – in senso peggiorativo dalle previsioni di legge e di contratto.
Non solo, viene reso sempre più difficile ed oneroso, fino a renderlo impossibile il ricorso del lavoratore di fronte al giudice per far valere i propri diritti.


Perché il disegno si completi è sufficiente che i sindacati compiacenti – che certo non mancano – sottoscrivano i previsti accordi interconfederali o introducano le dovute prescrizioni nei Contratti Collettivi; ma il governo si è salvaguardato da ogni rischio avocando a sé la regolamentazione d’imperio della materia se i sindacati non avranno fatto il loro dovere entro un anno dall’entrata in vigore della legge.
Il cammino sarà così compiuto, il lavoratore sarà solo e, parte debole del contratto, dovrà mercanteggiare (peraltro a proprie spese) ogni suo diritto – ivi compreso quello alla reintegra in caso di licenziamento ingiusto (addio articolo 18!).
Del resto il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali era già stato molto chiaro su quale fosse l’orientamento governativo.
Infatti nei mesi scorsi ha provveduto a disporre alle Direzioni Provinciale del lavoro l’obbligo di procedere al tentativo di conciliazione (conciliazione monocratica) introdotto dalla Legge 133 del 2008 a fronte della richiesta di intervento presentata da un lavoratore che vanti un credito patrimoniale, anche contro la volontà del lavoratore interessato.

Che significa?
Il ricorso ai Servizi Ispettivi della Direzione Provinciale del Lavoro presuppongono l’ipotesi di violazioni di norme sanzionabili penalmente o amministrativamente e la preminenza del lodo conciliativo imposta dallo stesso organo dello Stato manomette quegli stessi diritti indisponibili, la cui rinunzia sarebbe nulla su un qualunque contratto ma che diviene pratica costante in una pattuizione tra le parti che precede e previene qualunque accertamento dell’organo di vigilanza.
In sostanza il fondo è stato raggiunto, ma i picconi iniziano a scavare nell’indifferenza generale.



Originale da: http://www.italia.attac.org/spip/spip.php?article3186

Articolo originale pubblicato il 9 Marzo 2010

Disegni di Tiziano Riverso per la CGIL

L’autore

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NELLA PANCIA DELLA BALENA: 27/04/2010

 
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