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12/11/2018
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ONU 1947: La Risoluzione della spartizione rivisitata


AUTOR:  Walid Khalidi, Revue d’études palestiniennes, n° 14, inverno 1998

Traducido por  Tradotto da Mauro Manno


Questo saggio prende in esame la risoluzione adottata dall'ONU nel 1947 che raccomandava la spartizione della Palestina in uno Stato ebraico e in uno Stato arabo, mettendola in relazione sia con lo sbocco di 50 anni di sforzi sionisti per fondare lo Stato ebraico in Palestina, sia con l'occasione loro offerta, in seguito, di espanderlo. Il saggio analizza le componenti del piano di spartizione alla luce della realtà demografica e fondiaria dell'epoca e mette in evidenza le conseguenze  dell'accettazione unanime della versione sionista degli avvenimenti di allora.
Per la storiografia, costituisce una banalità costatare che i vincitori di una guerra diventano con un colpo solo padroni del bottino e della versione degli avvenimenti - versione che trasmettono non solo ai loro posteri ma anche ai loro amici e ai loro nemici. Nel nostro caso, la versione dei vincitori è particolarmente sorprendente nel cinquantesimo anniversario della risoluzione adottata dall'Assemblea generale dell'ONU, il 29 novembre del 1947, che raccomandava la spartizione della Palestina. La risoluzione della spartizione, che significava, di fatto, la fondazione di uno Stato sionista in Palestina senza curarsi della volontà della schiacciante maggioranza dei suoi abitanti, fu interpretata dai dirigenti sionisti come il semaforo verde che aspettavano per scatenare la conquista dello stato ebraico da lungo tempo pianificata e che, fino ad allora, erano stati costretti a rimandare. Agli occhi della maggior parte degli occidentali, profondamente influenzati dalla versione sionista degli avvenimenti, quest'ultima nostra affermazione può sembrare scandalosamente assurda. Ma succederebbe probabilmente la stessa cosa a un gran numero di giovani palestinesi educati alla maniera occidentale, tanto è reale la forza e il radicamento delle banalità della storiografia.
In retrospettiva e alla luce di mezzo secolo di riflessioni, la cosa più sorprendente, riguardo alla visione sionista del contesto degli avvenimenti nonché riguardo alle circostanze e alle ripercussioni della risoluzione della partizione, è costatare fino a che punto questa visione è diventata il paradigma o il prisma attraverso il quale viene vista e giudicata tutta la storia del problema della Palestina e del conflitto che oppone sionisti e arabi. Per convincersene, basta guardare al modo in cui di solito, nei libri, articoli, conferenze, editoriali, recensioni di opere, posta dei lettori, discussioni di gruppi, addirittura conversazioni private riguardanti la questione palestinese - e oggi il processo di pace in Medio Oriente -, la risoluzione dell'ONU sulla spartizione  viene esplicitamente o implicitamente (per lo meno a titolo preliminare) considerata come una svolta decisiva, o una formula di "compromesso" mirante a risolvere il conflitto; una formula allo stesso tempo legale, morale, giusta, equilibrata e pragmatica (malgrado imperfezioni e difetti secondari) che ottenne la compiacenza e la magnanima approvazione di un campo mentre suscitò il brusco rigetto di un altro campo, per motivi difficili da capire, che ci si accontenta di spiegare ricorrendo ad una loro origine nelle arcane radici dell'atavismo religioso e culturale.


Amnesia storica

La risoluzione della spartizione del 1947 costituisce, nella versione degli avvenimenti che ne hanno dato i vincitori, una svolta tanto decisiva da rappresentare una strana amnesia a-storica collettiva che nasconde tutti gli avvenimenti antecedenti, sia quelli lontani nel passato, sia quelli più vicini o addirittura quelli a ridosso della spartizione stessa. Ci vogliono far credere che la risoluzione della spartizione è il momento iniziale della questione palestinese, e non invece lo sbocco di tutto un processo iniziato con la nascita del sionismo politico.
Così, volendo iniziare col passato lontano, nessuno ha stabilito o tentato di stabilire la minima correlazione tra la risoluzione della spartizione e il vero punto di partenza, ben reale e chiaramente definibile, del conflitto: il "programma di Basilea" del primo congresso sionista del 1897. Le intenzioni nascoste di questo programma, formulate circa 50 anni prima della risoluzione dell'ONU e molto prima dell'olocausto, sono spiegate con una franchezza brutale, secondo una modalità imperialista classica, in un progetto poco divulgato di una "carta" di colonizzazione della Palestina. [1]
Allo stesso modo, nessuno ha stabilito o cercato di stabilire la minima relazione tra la risoluzione della spartizione del 1947 e il lungo incubo della dominazione britannica (1917-47), che ha preceduto la spartizione stessa, durante la quale la Gran Bretagna, paese democratico occidentale, ha sospeso la democrazia in Palestina per facilitare, sulla punta delle baionette, la costituzione dell'infrastruttura di potere sionista, e tutto ciò contro la crescita della resistenza palestinese. Allo stesso modo è stato gettato nel dimenticatoio della storia, il soffocamento da parte delle forze militari britanniche della rivolta disperata della nazione palestinese sollevatasi a causa del rapporto della commissione reale (Peel) pubblicato nel 1937, che prevedeva la spartizione del paese e conseguentemente la distruzione di tutte le organizzazioni politiche e militari palestinesi esistenti. [2]
É stata dimenticata ugualmente la cristallizzazione della posizione dei sionisti nei confronti dei palestinesi, in particolar modo nella persona del loro dirigente supremo, David Ben Gurion, di cui fa fede la sua biografia scritta dal suo principale biografo, Shabatai Teveth. A costui noi siamo debitori della notizia che Ben Gurion, fin dal 1936, aveva decretato che gli unici rapporti possibili con i palestinesi erano quelli di ordine militare, dal momento che i palestinesi non erano disponibili ad accettare una maggioranza ebraica o una immigrazione ebraica illimitata [3] - tutto questo in un epoca in cui gli ebrei non rappresentavano che un quarto della popolazione.[4] Teveth ci dice pure che Ben Gurion, in questo ispirato dal rapporto Peel che egli aveva accettato, pensava a "uno stato ebraico su una parte della Palestina [conformemente al progetto di Peel] come una tappa in un processo a più lungo termine che dovrà portare all'instaurazione di uno stato ebraico sull'insieme della Palestina". Rivolgendosi a dei militanti del Mapai il 29 ottobre 1937, Ben Gurion spiegò loro che la creazione dello stato ebraico si sarebbe realizzata in due fasi: la prima, il "periodo di costruzione e di posa delle fondazioni", si sarebbe esteso su un lasso di tempo dai 10 ai 15 anni e avrebbe rappresentato semplicemente il preludio alla seconda fase, detta "periodo di espansione". Queste due fasi avevano per obiettivo "il concentramento degli esiliati nell'insieme della Palestina".[5] Fu in virtù di quelle prospettive, ci dice Teveth, che Ben Gurion rinunciò a stabilire contatti con i palestinesi a partire dal 1936.[6] 
Dalla storia ufficiale dell'Haganah, d'altronde, apprendiamo che nel corso del 1937, dieci anni prima della risoluzione dell'ONU sulla spartizione, Ben Gurion aveva ordinato a Elimelech Slikowitz, comandante dell'Haganah a Tel Aviv, di elaborare un piano per la conquista dell'insieme del paese, in previsione del ritiro britannico dalla Palestina, dato per scontato in seguito al rapporto Peel. (É curioso che nessuna storia sionista apparsa in lingua inglese faccia riferimento, a mia conoscenza almeno, al "piano Avnir", che fu poi preso a modello, una decina di anni dopo, dal piano Dalet, sebbene l'originale in ebraico contenga una cartina utile delle fasi militari del progetto di conquista della Palestina[7].) Altrettanto rivelatrice, per una migliore comprensione di questo periodo, è l'ossessione sionista del "transfer" (in altri termini la pulizia etnica di tutta la popolazione palestinese, che doveva precedere la fondazione dello stato ebraico) manifestata dai più alti gradi della gerarchia sionista. [8]
Riguardo poi agli avvenimenti che hanno preceduto immediatamente la risoluzione della spartizione, anch'essi sono stati volutamente dimenticati. Nessuno ha cercato di stabilire il minimo legame tra il piano di spartizione e la spietata campagna di terrore condotta contro i britannici (antichi architetti del focolare nazionale ebraico) dall'Haganah e le cosiddette organizzazioni dissidenti, l'Irgun (IZL) e Stern (Lehi) dal 1945 al 1947. Naturalmente, il Lehi aveva cominciato per primo e aveva stabilito legami con la Germania nazista fin dal 1940, convinto che i britannici erano il principale nemico dei sionisti; l'Irgun (sotto la direzione di Menahem Begin, da poco giunto dalla Polonia per stabilirsi in Palestina) lanciava da parte sua operazioni contro i britannici proprio quando questi, con alla loro testa il generale Montgomery, erano impegnati a combattere contro le forze naziste trincerate dietro le loro difese occidentali in Europa centrale. Certo, l'Haganah, sotto gli auspici di Ben Gurion, si era sforzata di tenere a distanza i "dissidenti", ma ciò non gli aveva impedito tuttavia, nel 1946, di pianificare dettagliatamente con questi ultimi un certo numero di operazioni congiunte contro i "bersagli" britannici in Palestina. É proprio in quest'epoca che le forze sioniste introdussero in Medio Oriente diverse tattiche inedite, come lettere, pacchi o veicoli bomba, la tortura, punizioni a colpi di frusta o linciaggi ai soldati britannici presi come ostaggi, trappole esplosive con i loro cadaveri e bombe a esplosione ritardata per colpire bersagli civili.[9]
Grazie a queste tattiche che raggiunsero il punto culminante con l'attentato contro il Quartiere Generale del Mandato presso l'hotel King David, a Gerusalemme, in cui 41 arabi, 17 ebrei e 28 britannici [10] furono fatti a pezzi, la popolazione civile palestinese visse sotto un vero e proprio clima di terrore - un effetto verosimilmente voluto. Fu questo stesso clima che spinse il Governo britannico e la sua guarnigione di 100.000 combattenti di élite (tra i quali vi era la celebre VI divisione paracadutisti della battaglia di Arnhem[11]) a capitolare, anche perché l'altro asse del piano strategico sionista consisteva nel fare aumentare incessantemente le pressioni da parte del nuovo Presidente americano Harry Truman, che era succeduto a Franklin D. Roosevelt, nell'aprile 1945. La campagna condotta dagli ebrei contro i britannici non significava tuttavia che Ben Gurion ritenesse necessario avere con questi ultimi rapporti di carattere "militare" o che ricercasse il confronto aperto con essi. Al contrario, Teveth ci ricorda che questi rapporti, per Ben Gurion, erano unicamente di ordine "politico".[12] In altri termini, in quella fase, Ben Gurion voleva soltanto mettere da parte i britannici per poter continuare i suoi "rapporti militari" con i palestinesi ed i paesi arabi.Ed è ciò che fece, con il metodo, la tenacia e la determinazione che lo caratterizzavano, mettendo in opera un vasto programma della crescita della forza militare e di acquisto di armamenti, in particolare quello di equipaggiamento militare industriale pesante, pagato immediatamente, una transazione effettuata fin dal 1945 grazie ai contributi ebraici americani esentasse provenienti dall'amministrazione americana dei Vantaggi di Guerra [13].
Gli archivi ufficiali dell'Haganah e le memorie di Ben Gurion costituiscono a questo riguardo una importante fonte di documentazione.
Le mire belliciste di Ben Gurion non si fondano in nessun modo su supposizioni. Solo per citare ancora una volta Teveth, Ben Gurion era determinato, fin dal 1942, a cacciare Chaim Weizmann dalla presidenza dell'Organizzazione Sionista Mondiale (un obiettivo che raggiunse nell'agosto 1942, durante il 22° Congresso), giudicandolo "incapace di guidare il sionismo sui sentieri tortuosi che conducono allo Stato e inadatto a portare lo Yishuv o la nazione alla guerra che permetterebbe di instaurarlo".[14] Altrettanto rivelatori delle mire di Ben Gurion sono i diversi piani militari ( A, B, C e D) che si succedettero, e in particolare il piano Dalet (D), la versione aggiornata del "piano Avnir" del 1937; il piano Dalet era il nuovo piano strategico di conquista della Palestina che Ben Gurion aveva a quel tempo commissionato allo stato maggiore dell'Haganah.[15]
Altro fattore decisivo che fa parte del contesto immediatamente precedente della risoluzione della spartizione, anch'esso caduto nel dimenticatoio, è l'insieme delle pressioni esercitate senza tregua dal presidente Truman sulla Gran Bretagna dal 1945 al 1946, affinché i britannici "lascino entrare in Palestina quanti più ebrei possibile", così come egli dichiarò poco dopo il ritorno dalla conferenza di Potsdam del 1945.[16] In seguito, egli riformulò questa ambiziosa richiesta portandola a 100.000 ebrei da far entrare immediatamente in Palestina, adducendo come motivo, secondo sua figlia, che "con 600.000 ebrei e più di 2.000.000 di arabi in Palestina la popolazione non ne risulterebbe squilibrata se 100.000 nuovi immigrati ebrei si aggiungessero ai precedenti "[17]. Ma facendo di questa esigenza un mezzo di pressione sui britannici e portando il suo sostegno al piano di spartizione della Palestina elaborato dall'Agenzia Ebraica, il 4 ottobre 1946, giorno del Yom Kippur, egli annientò qualsiasi possibilità di cooperazione anglo-americana per risolvere il problema palestinese (sola speranza rimasta di un esito relativamente pacifico). Le sue posizioni contribuirono in modo determinante alla decisione britannica di rinunciare al Mandato ed abbandonare il loro ruolo di tampone tra ebrei e palestinesi, obiettivo strategico a cui mirava Ben Gurion dal 1939, se non addirittura prima.
Lo stesso Truman e altri hanno sottolineato che la linea politica che egli aveva adottato riguardo alla questione palestinese era sostanzialmente motivata da considerazioni di tipo umanitario nei confronti dei rifugiati ebraici che erano sfuggiti all'olocausto. Senza tener conto che nel 1948 Truman affrontava il suo primo dopo l'elezione come presidente, saremmo tentati di essere meno scettici al riguardo delle sue motivazioni se egli si fosse adoperato per fare in modo che gli Stati Uniti accogliessero parte dei rifugiati ebraici.[18] Dal 1932 al 1943, gli Stati Uniti (circa 10.000.000 di km2) avevano accolto 173.883 ebrei, mentre il minuscolo territorio della Palestina ne aveva accolti 232.524 nello stesso periodo.[19] Gli Stati Uniti si erano visti offrire l'opportunità di spartirsi il peso dei profughi con altre nazioni nel corso del dibattito generale dell'ONU a proposito del rapporto del comitato speciale delle Nazioni Unite sulla Palestina (UNSCOP) che aveva preceduto la risoluzione della spartizione dell'Assemblea Generale. L'UNSCOP, i cui rappresentanti erano stati inviati in Medio Oriente nel 1947, avevano raccomandato all'unanimità che il problema dei rifugiati ebraici fosse considerato come una competenza della "responsabilità internazionale". Né l'ONU preso nel suo insieme, né gli Stati Uniti, in qualità di principale leader dell'Organizzazione, seppero essere all'altezza del problema morale che si doveva affrontare.


Partizione senza consenso

No, la spartizione del 1947 non era la tanto vantata formula di compromesso legale, morale, giusto, equilibrato, pragmatico e realistico. Il suo solo carattere legale è in se stesso discutibile. L'Assemblea Generale dell'ONU si dimostrò incapace di rispondere alle gravi obiezioni legali presentate dalle delegazioni arabe sotto forma di altri progetti di risoluzione sottoposti all'Assemblea. Le delegazioni arabe esigevano che preliminarmente a qualsiasi decisione, la Corte Internazionale di Giustizia desse il suo parere sulle questioni seguenti: a) la Palestina faceva o non faceva parte dei territori arabi ai quali la Gran Bretagna aveva promesso l'indipendenza alla fine della seconda guerra mondiale? b) la spartizione era compatibile con gli obiettivi e le disposizioni del Mandato? c) la spartizione era compatibile con la Carta delle Nazioni Unite? d) la sua adozione e la sua applicazione dietro costrizione facevano parte della competenza o della giurisdizione dell'ONU? e) era diritto di un membro o di un gruppo di membri dell'ONU mettere in opera la spartizione senza il consenso della maggioranza degli abitanti del paese? Il voto sulla competenza dell'ONU riguardo alla spartizione della Palestina - domande (d) e (e) - è particolarmente istruttivo. Il progetto di contro- risoluzione che affermava l'autorità dell'ONU non ottenne che ventuno voti contro venti nel Comitato ad hoc, su un totale di 57 membri.[20]
Inoltre, non è affatto evidente che considerazioni morali abbiamo influito in modo significativo sul voto pro-sionista degli Stati membri o che esso sia stato motivato dalla volontà di alleviare le difficoltà della comunità ebraica europea. Seguendo in ciò lo spirito della raccomandazione dell'UNSCOP, che poneva la sorte degli ebrei nella responsabilità della comunità internazionale, le delegazioni arabe avevano proposto un progetto di risoluzione che suggeriva che "i rifugiati ebraici e i profughi (...) siano integrati nei territori dei membri dell'ONU in modo proporzionale alla loro estensione, alle risorse, al reddito pro capite, alla popolazione e ad altri fattori adeguati". Durante la riunione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite convocata, ancora una volta in comitato ad hoc, la risoluzione non passò. Ottenne sedici voti a favore, sedici contro e venticinque astensioni. [21]
Per quanto riguarda il carattere morale della risoluzione ONU di spartizione, numerosi documenti attestano che pratiche di intimidazione furono usate da Washington per fare pressione sulle piccole nazioni affinché votassero a favore malgrado quanto dettava loro e la ragione e le loro inclinazioni.[22] E basta anche ripercorrere i minuti del dibattito generale che precedettero il voto per rendersi conto che un buon numero di suoi partigiani dubitavano seriamente del carattere morale della spartizione. Non si può, allo stesso modo restare sorpresi dalla convergenza d'opinione tra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica alle soglie della guerra fredda. Lasciamo libero il lettore di attribuire l'atteggiamento di Mosca a considerazioni di compassione; tuttavia il principale obiettivo dei sovietici restava pur sempre quello di accelerare il ritiro dei britannici dal Medio Oriente, da una delle sue grandi basi strategiche: la Palestina.
In quale misura il piano di spartizione elaborato dall'ONU può essere considerato giusto, pragmatico e realista? In sostanza la risoluzione di spartizione assegnava il 55,5 % dell'insieme del territorio palestinese agli ebrei (per la maggior parte immigranti di fresca data) che costituivano meno di un terzo della popolazione e possedevano meno del 7 % delle terre. I palestinesi, da parte loro, che formavano più dei due terzi della popolazione e possedevano la grande maggioranza delle terre, si vedevano accordare solo il 45,5 % di un paese che gli era appartenuto senza interruzioni da secoli.
Se si entra nei dettagli, la superficie della Palestina era di 27 milioni di dunum (circa 27.000 km2). Nel dicembre del 1946 la sua popolazione raggiungeva circa 2 milioni di abitanti (1.982.000): cioè 1.374.000 palestinesi  e 608.000 ebrei.[23] Secondo il piano di spartizione il paese fu diviso in otto settori: tre settori ebraici, tre settori palestinesi, una enclave internazionale (corpus separatum), che comprendeva la municipalità di Gerusalemme e i villaggi circonvicini, e infine un ultimo settore costituito da Jaffa, destinato a essere integrato nella Palestina, sebbene circondato dallo Stato ebraico.
Lo Stato palestinese così come veniva previsto doveva riunire 818.000 palestinesi (compresi i 71.000 palestinesi di Jaffa) e meno di 10.000 ebrei. L'enclave di Gerusalemme doveva contenere 105.000 palestinesi e 100.000 ebrei. Lo Stato ebraico, da parte sua, doveva essere popolato da circa 499.000 ebrei e 438.000 palestinesi. Se l'enclave di Jaffa totalmente circondata dallo Stato ebraico, fosse stata inglobata in quest'ultimo, così come aveva inizialmente proposto l'UNSCOP, i palestinesi sarebbero stati maggioranza anche nello Stato ebraico.[24]
All'epoca, uno degli argomenti ricorrenti che avanzavano gli oppositori ebraici all'esistenza di uno Stato unitario in Palestina, era l'ingiustizia che avrebbe costituito la dominazione della maggioranza araba sulla minoranza ebraica. il delegato pachistano all'ONU Muhammad Zufralla Khan, commentò questo argomento: "se è ingiusto che il 33 % della popolazione della Palestina [la popolazione ebraica secondo il progetto di stato unitario] sia sottomessa al 67 % della popolazione, è forse meno ingiusto che il 46 % della popolazione [la popolazione araba secondo lo stesso progetto] sia sottomessa a 54 % della popolazione?" [25]
Se si esaminano le tre componenti dello Stato ebraico, così come esso era progettato, si può notare che nel settore sud - il Neghev - , gli ebrei erano 1.020, mentre la popolazione araba raggiungeva 103.820 abitanti. In altri termini, questa regione veniva attribuita all'1 % della popolazione. Nel settore nord - Galilea orientale - la popolazione palestinese era di tre volte più numerosa della popolazione ebraica (86.200 palestinesi contro 28.750 ebrei). Solo il centro - la pianura costiera tra Tel Aviv e Haifa e la pianura interna (Edraelon) - era costituita di una maggioranza ebraica (469.259 ebrei contro 235.760 palestinesi). Ma anche lì come altrove, dal punto di vista dell'occupazione geografica, la maggioranza era più apparente che reale. Sull'insieme della popolazione ebraica in questo settore, 304.000 ebrei, cioè circa il 65 % della popolazione ebraica, vivevano concentrati a Haifa e Tel Aviv. Così, gli ebrei erano anche minoranza nelle campagne. [26]
In quanto alla proprietà fondiaria, alla vigilia della risoluzione di partizione gli ebrei possedevano, secondo fonti ebraiche, 1.820.000 dunum, cioè meno del 7 % delle terre del paese e ciò malgrado i settant'anni di colonizzazione intensiva, centralizzata e sovvenzionata con fondo internazionali fin dagli inizi degli anni '80 del secolo precedente.[27] Dunque, quando, battendo il martello, il presidente dell'Assemblea Generale Dell'ONU (Trygve Lie, che non aveva alcuna simpatia per i palestinesi), confermò la risoluzione di spartizione, furono "accordati" agli ebrei 15.000.000 di dunum di terre palestinesi affinché essi potessero costruirvi il loro Stato. All'interno delle frontiere di questo Stato, la superficie di terre in mano ebraiche era di 1.678.000 dunum, secondo le stime più abbondanti, cioè solo l'11,2 %. E sui 7.500.000 dunum ritenuti coltivabili del territorio di questo Stato (il resto era deserto), solo 1.500.000 dunum appartenevano agli ebrei, il restante 80 % apparteneva ai palestinesi. D'altra parte, sui 12.000.000 di dunum "accordati" allo Stato palestinese, gli ebrei non ne possedevano che 130.000, cioè l'1 %. Infine, l'enclave internazionale di Gerusalemme ammontava a 187.000 dunum, la cui quasi totalità doveva essere confiscata ai palestinesi, dal momento che gli ebrei non ne possedevano che 12.500 dunum.[28]
Ma la posta in gioco superava di molto la questione della mera estensione delle terre attribuite allo Stato ebraico. Gli ebrei si videro assegnare le terre migliori - la maggior parte delle pianure costiere (da Jaffa a Haifa) e tutte le pianure interne (da Haifa a Beisan, a Tiberiade). Questi settori inglobavano quasi tutte le zone di produzione di agrumi e di cereali. La metà del primo tipo di produzione e la grande maggioranza del secondo appartenevano a palestinesi. Gli agrumi costituivano la principale esportazione agricola, dato che rappresentavano l'80 % del valore totale delle esportazioni alla vigilia della seconda guerra mondiale. Riguardo poi alla produzione cerealicola, la Palestina era già costretta ad importare la metà dei suoi bisogni in cereali.[29]  Privando così l'economia dello Stato palestinese, che era prevalentemente agricola,  della quasi totalità delle zone di produzione di queste due derrate fondamentali, la risoluzione costituiva un vero e proprio colpo di grazia economico. A coronare il tutto, per lo meno il 40 % dell'industria palestinese [30]  e delle sue principali fonti di approvvigionamento in elettricità del paese dovevano essere assegnate allo Stato ebraico.
Ad eccezione di Gerusalemme occidentale, inserita nel cosiddetto corpus separatum, per cui solo un quarto della città apparteneva agli ebrei [31], le frontiere del Stato ebraico inglobavano una fascia di terre in modo tale da consentire la crescita naturale e l'espansione non solo al 99 % di tutte le colonie ebraiche ma anche a tutte le agglomerazioni urbane e suburbane. I palestinesi non ebbero questa fortuna. Su un totale di 800 villaggi palestinesi, la metà di essi almeno furono integrati nello Stato ebraico. Non solo Jaffa, il porto storico della Palestina, vero e proprio cuore della vita culturale e sociale (la cui popolazione palestinese raggiungeva 71.000 persone), si trovava confinata all'interno del perimetro della municipalità, senza spazio vitale per la crescita e lo sviluppo, ma la città era separata dagli aranceti che portavano il suo nome e rappresentavano la sua principale fonte di guadagno.
Haifa, il porto più grande della Palestina, terminale dell'oleodotto iracheno, deposito petrolifero di tutto il paese e sede dei settori imprenditoriali più attivi della società palestinese, abitato quasi in modo uguale da palestinesi (71.000) e da ebrei (74.000), fu assegnato allo Stato ebraico. Quanto alle altre grandi città arabe integrate nello Stato palestinese - Tulkarem e Qalqilia, Lydda e Ramla, Gaza, Majdal e Bi'r al-Sab' -, molte furono quelle che si ritrovarono private delle loro terre più fertili e delle loro basi economiche nel retroterra. Le regione a monte del Giordano, che controllavano la principale fonte di approvvigionamento in acqua dolce dello Stato palestinese, furono attribuite allo Stato ebraico. L'insieme del lago di Tiberiade e la sua prospera industria della pesca, da sempre nelle mani dei palestinesi, furono ugualmente inglobate nello Stato ebraico. La maggior parte dello Stato palestinese, ridotto alle regioni  montagnose centrali, si trovò racchiuso all'interno del paese, senza sbocco al mare, né il mar Rosso a sud, né il Mediterraneo a ovest. Le sue due uniche città costiere (con l'eccezione di Jaffa, isolata) erano prive di strutture portuali. Il solo aeroporto del paese che assicurava i collegamenti internazionali, vicino Lydda, toccò allo Stato ebraico, privando così i palestinesi anche di collegamenti aerei. Certo la spartizione si basava sull'ipotesi di un'unione economica tra i due Stati, ma senza accordo politico (sul principio della spartizione e su quello dell'unione economica) fu cosa estremamente stupida e irresponsabile legare la prima cosa alla seconda.
Tanto per fare un esempio comparativo di spartizione, basta prendere in considerazione la spartizione avvenuta negli stessi anni tra India e Pakistan. In India, le regioni abitate da più di 50 % da musulmani furono delimitate chiaramente ad est, intorno alla città di Dacca, e a nord-ovest, nelle regioni che si stendevano da Karachi a Lahore, fino alla frontiera dell'Afghanistan.
In Palestina, la maggioranza della popolazione ebraica era confinata nelle tre municipalità urbane (l'ovest di Gerusalemme, Tel-Aviv e Haifa). Nelle campagne, gli ebrei non avevano una base territoriale paragonabile a quella dei musulmani d'India. Dunque, sui sedici sotto-distretti del paese, solo quello di Tel-Aviv/Jaffa era costituito da più del 50% di ebrei. Nei quindici sotto-distretti restanti, la loro percentuale, in ordine decrescente , era la seguente: Haifa il 47 %, Gerusalemme il 38 %, Tiberiade il 33 %, Beisan il 30 %, Ramla il 22 %, Tulkarm il 17 %, Nazareth il 16 %, Safad  il 13 %, Acri il 4 %, Gaza il 2 %, Bi'r al - Sab' meno dell'1 %, Hebron meno dell'1 % e 0 % a Jenin, Nablus e Ramallah. In India, la partizione avvenne tra due popoli, in situ, ognuno con proprie basi territoriali. Questo spiega in larga misura il fatto che musulmani e indù, malgrado la grande reticenza di questi ultimi, siano potuti pervenire a un accordo. Questo non fu in caso della Palestina.
In termini lessicologici, un compromesso è "un accordo con arbitraggio o per consenso ottenuto grazie a concessioni reciproche".[32] Si tratta del regolamento di una divergenza "per mezzo di concessioni da parte dei due contendenti", "una rinuncia parziale alle proprie posizioni".[33] Palesemente, gli ingredienti specifici di un compromesso sono il consenso, la reciprocità e il carattere ben determinato delle concessioni fatte da ognuno dei contendenti. Questi ingredienti sono ovviamente e per loro essenza non dissociabili gli uni dagli altri. La reciprocità, in particolare, presuppone una simmetria certa nella natura delle concessioni reciproche. É molto difficile vedere non fosse altro che l'ombra di una siffatta simmetria nella risoluzione di spartizione del 1947.
Malgrado le arie di pro-console, pretendendo la "fredda neutralità di un giudice imparziale" di cui parlava Burke, Peel aveva ben capito da quale lato pendeva chiaramente la bilancia delle concessioni.
"Visto ciò che rappresenta agli occhi di diversi migliaia di ebrei oppressi dalla sofferenza, la possibilità di trovare rifugio in Palestina, noi non possiamo credere che la miseria causata dalla spartizione, per quanto grande, possa eccedere ciò che può offrire la generosità araba".[34] In quanto al consenso, è incontestabile che la decisione sionista non si sia mai preoccupata di avere il consenso palestinese, né all'epoca del programma di Basilea (1897), né all'epoca della dichiarazione Balfour (1917), né al momento della sua integrazione nel Mandato della Palestina a Sanremo (1920) e nemmeno al momento del programma del Biltmore (1942) - di fatto, a nessuna delle tappe decisive dell'impresa sionista. Nel racconto che egli fa dell'incontro con il Presidente Roosevelt nel 1944, Chaim Weizmann riassume in due parole la questione del consenso: "ho sostenuto la tesi che la nostra causa non poteva dipendere dal consenso degli arabi; se gli si domandasse il loro consenso, è ovvio che si opporrebbero".[35]
Così dunque l'assenza del consenso é ugualmente al centro della risoluzione di spartizione adottata dall'ONU. Dopo l'esplosione generalizzata della ribellione palestinese nel 1937, scatenata proprio dalla raccomandazione di spartizione del rapporto Peel (molto meno radicale di quella che venne poi fatta dall'ONU), i dirigenti sionisti e gli osservatori esterni non si facevano alcuna illusione sul carattere viscerale e profondamente impegnato della resistenza palestinese contro qualsiasi principio di spartizione. Allo stesso modo, tutti i membri della Lega Araba (ad eccezione della Transgiordania) avevano espresso senza equivoci, prima della risoluzione del 1947, la loro opposizione alla spartizione. Tutti i dirigenti sionisti e gli Stati membri dell'ONU ad essi favorevoli erano perfettamente a conoscenza che la sua messa in opera passava necessariamente attraverso il ricorso alla forza brutale per contrastare la resistenza palestinese e araba. Come avrebbero altrimenti potuto senza il consenso palestinese ed arabo estendere il dominio sionista dal 7 % fino al 55,5 % della terra palestinese assegnata allo Stato ebraico? Come avrebbero cioè potuto accrescere del 900 % lo Stato ebraico inglobandovi un territorio brulicante di palestinesi?


Trionfo della versione sionista

Se la versione che hanno dato i vincitori della risoluzione della spartizione del 1947 è servita ad occultare gli eventi che sono stati di preludio al voto, essa ha ugualmente permesso di rialzare l'immagine di innocenza virginale del protagonista sionista che predominava già in Occidente, ampliando la percezione dell'iniquità della risoluzione da parte delle vittime della risoluzione, i palestinesi.
I sionisti conducevano l'offensiva strategica sin dal 1897. Sin dall'inizio si sono sforzati di raggiungere attraverso tutti i mezzi uno sconvolgimento totale dello status quo palestinese, sul piano della demografia, della proprietà fondiaria, dell'equilibrio del potere intercomunitario e della sovranità del controllo politico.
In verità, il loro programma è l'applicazione pratica della definizione non marxista che, nella teoria politica internazionale dell'Occidente moderno, Hans Morgenthau ci dà dell'imperialismo.
Dal punto di vista dei sionisti e della ragione d'essere del loro movimento, la spartizione rappresentava un passo da gigante. I due principi essenziali del movimento - la sovranità ebraica e la riunificazione degli esuli/esiliati - erano oramai alla loro portata : il primo, immediatamente ; il secondo, in un futuro più vicino che mai. A partire da Peel la spartizione era diventata il principale obiettivo tattico dei dirigenti sionisti della tendenza maggioritaria, così come l'aveva espressa Ben Gurion, mentre il campo revisionista di Vladimir Jabotinski che riuniva il Lehi e l'IZL continuava apertamente a sostenere l'instaurazione con la forza dello Stato ebraico sulle due rive del Giordano. Certo, nel 1942, Ben Gurion aveva pubblicamente adottato le tesi revisioniste: elaborando il programma del Biltmore aveva dichiarato che l'obiettivo sionista era di "stabilire la Palestina come commonwealth ebraico" (in opposizione all'idea di spartizione/condivisione di un commonwealth ebraico in Palestina). Ma, sin dalla primavera del 1946, fece un voltafaccia e adottò nuovamente l'idea di spartizione, atteggiamento che mantenne fino alla risoluzione dell'ONU, nel 1947.
La spartizione, nella misura in cui presupponeva l'instaurazione di uno Stato ebraico sulla maggior parte del territorio della Palestina (aspirazione che la risoluzione del 1947 soddisfaceva pienamente), rispondeva quindi all'esigenza maggioritaria sionista dell'epoca.
Accettando la risoluzione dell'ONU - per quanto sincera fosse la loro accettazione - i sionisti "accettavano" tutto sommato di soddisfare la propria esigenza. E' difficilmente comprensibile che gli allori della gloria morale vadano al campo che accetta il proprio programma e che l'ignominia generale vada a colui che rifiuta un accordo che rappresenta una minaccia per la propria esistenza nazionale. Non si può raggiungere un compromesso se questo si basa su condizioni che rispecchiano i desideri di uno dei due campi mentre per l'altro rappresentano un anatema. Non vi si può nemmeno arrivare su semplice dichiarazione del solo beneficiario trionfante e dei suoi partigiani del terzo campo. Ma "ritornando" alla spartizione nel 1946-47, Ben Gurion, era sincero? Si era davvero rassegnato alla perdita di Gerusalemme racchiusa nel corpus separatum? Aveva accettato la non integrazione della Galilea occidentale e del blocco delle colonie di Etzion, vicino Hebron, nello Stato ebraico? Basta scorrere il testo del piano Dalet per convincersi del contrario[36].
Le reazioni di Ben Gurion alle proposte di Peel, a cui abbiamo già fatto allusione, sono a questo riguardo istruttive. Il fatto è che all'epoca, egli aveva avuto personalmente cura di avvertire i suoi colleghi di non considerare la sua accettazione della spartizione come una concessione. Aveva loro spiegato la sua idea del "sionismo di profonda convinzione" e le tappe che portavano alla sua comprensione. Teveth parafrasa il pensiero di Ben Gurion con queste parole: "solo le persone profondamente sioniste sono in grado di apprezzare la dottrina dell'applicazione progressiva della sua ideologia. Il sogno sionista non poteva realizzarsi in un colpo solo, in particolare la trasformazione della Palestina in Stato ebraico. Questo approccio progressivo, dettato da circostanze più che sfavorevoli, esigeva la formulazione di obiettivi che, a un livello minimo di comprensione, potevano apparire come delle concessioni agli occhi dei sionisti".[37] Indubbiamente la riflessione seguente, annotata nel diario di Ben Gurion il 14 maggio 1948, alla vigilia dell'instaurazione dello Stato di Israele, è altrettanto rivelatrice: "Se si prende per esempio la dichiarazione d'indipendenza americana…essa  non fa alcuna allusione ai confini territoriali. Niente ci obbliga a stipulare i confini del nostro stato".[38]
Tuttavia, mentre quell'inverno del 1947 i battaglioni del Palmach di Ben Gurion si preparavano a gettarsi sui campi che non avevano arato, sulle vigne che non avevano piantato, le città e i villaggi che non avevano costruito, dove non erano mai vissuti, i sionisti, accettando la spartizione dell'ONU conforme ai loro desideri, si avvolgevano virtuosamente nella superiorità morale data dall'adesione - come un riflesso di autodifesa - alla volontà "imparziale" della comunità internazionale. Per lo stesso fenomeno, i palestinesi che dal 1897 vivevano nella paura di essere occupati e spostati da un popolo straniero, loro per cui la spartizione rappresentava la negazione del loro diritto fondamentale all'integrità territoriale della loro patria ancestrale, loro che pagavano le spese di un piano di spartizione più svantaggioso di quello presentato da Peel dieci anni prima, si ritrovavano ad essere qualificati come aggressori per non essersi sottomessi umilmente allo smembramento del loro paese.
Questo straordinario rovesciamento del rapporto fondamentale dei due protagonisti verso la risoluzione di spartizione del 1947 ha avuto numerose ripercussioni. Fino ad oggi ha permesso ai sionisti di aggirare la loro responsabilità storica primordiale riguardo alla fuga e all'espulsione di circa 750.000 cittadini palestinesi e di produrre un alibi per sdoganarsi di qualsiasi obbligo morale nei loro confronti. Ha sottratto, e questo fino a poco tempo fa, a qualsiasi esame serio l'occupazione di 12 città e 518 villaggi palestinesi, e la distruzione totale di circa 400 tra questi.[39] Ha legittimato la confisca di questa manna di beni palestinesi, mobili e immobili, e la distribuzione di questi ai cittadini di un nuovo stato a titolo di bottino di guerra. Inoltre, ha fatto da copertura giustificando tutte le azioni israeliane seguenti, e in particolare la colonizzazione che perdura nei territori occupati dal 1967.
Con qualche eccezione, gli storici revisionisti israeliani, compreso i più giovani, sono ancora incapaci di affrontare pienamente la svolta decisiva del 1947. Si accontentano, quando considerano la risoluzione o le sue ripercussioni, di rifugiarsi nel ginepraio delle esigenze militari e delle conseguenze ritenute involontarie sulle popolazioni civili.
L'ironia della sorte vuole che una nuova generazione di arabi usciti dalle università occidentali, tra i quali un numero non trascurabile di storici palestinesi (essi stessi figli o nipoti di vittime del 1947-48), influenzati dal bombardamento continuo della versione sionista degli eventi, si sono arresi alla catarsi di una tentazione di ridiscussione retrospettiva. Attraverso questo prisma, essi vedono alcuni degli aspetti del piano di spartizione dell'ONU che nessun palestinese dell'epoca avrebbe mai potuto riconoscere. Questa tendenza si è rafforzata dopo la conferenza di Madrid, quando in pieno sviluppo del  politically correct  sembrava educato criticare il negativismo di cui avevano dato prova genitori e nonni nel 1947. Il fatto che nello spazio di quattro decenni e di sette guerre israelo-arabe i palestinesi e gli altri dirigenti arabi abbiano finito per accettare la spartizione (e uno Stato palestinese molto più ridotto di quanto il piano di spartizione aveva loro prospettato), vedendola come una soluzione pragmatica per limitare le sofferenze del popolo palestinese, non rappresenta assolutamente una adesione retrospettiva al piano dell'ONU ed alle sue premesse, né il riconoscimento tardivo della sua realizzabilità nel 1947. Al contrario, è un richiamo dei legami stringenti che legano gli uomini alle loro radici territoriali.[40]


Conseguenze della spartizione


Solo una cooperazione anglo-americana piena e integrale nel corso degli anni 1945-47 sarebbe stata in grado di patrocinare un accordo negoziato.
Sarebbe stato perfettamente concepibile tra i due alleati occidentali più stretti della seconda guerra mondiale. Sebbene contrari alla spartizione, i paesi della Lega araba, all'epoca, avevano riposto tutte le loro speranze nella diplomazia. Nessuno di loro aveva il minimo contatto con l'Unione sovietica. Nessuno si era preparato alla guerra. Tutti si mostravano amici verso gli Stati Uniti.
Ma l'ignoranza di Truman per tutto ciò che riguardava il Medio Oriente e il sospetto paranoico che gli suggeriva il suo stesso Dipartimento di Stato erano tali che il presidente americano aveva reso impossibile qualsiasi cooperazione anglo-americana per il modo in cui aveva scelto di gestire la questione. Il suo atteggiamento, come anche la crescita del terrorismo sionista, spinsero la Gran Bretagna a ritirarsi e a rinviare il problema all'ONU, prima di decidere di mettere fine al Mandato il 15 maggio 1948, all'indomani della risoluzione di spartizione.
Smantellando una amministrazione vecchia di trent'anni e ritirando tutte le truppe dal paese nel giro di sei mesi e nello stesso tempo rifiutandosi di far applicare la spartizione la Gran Bretagna abbandonava il proprio ruolo di tampone tra i sionisti ed i palestinesi. L'assenza di un potere capace di garantire l'equilibrio tra i protagonisti locali o di un accordo negoziato per regolare le loro relazioni come pure le intenzioni reciproche potevano lasciar presagire l'esplosione di rancori accumulati tra i due campi a partire dal 1897. Nella situazione analoga che viveva l'India nello stesso periodo, l'esistenza di un accordo ufficiale preliminare sul principio di spartizione, firmato tra i dirigenti indù e mussulmani sotto l'egida della Gran Bretagna, la divisione relativamente chiara del subcontinente in province a predominio mussulmano e indù che facilitavano a priori il processo, e la presenza di un importante esercito anglo-indiano sotto comando britannico e di un vice re indiano per controllare la transizione, non erano stati sufficienti ad impedire che la tempesta si scatenasse sotto l'effetto traumatico della spartizione.
In Palestina, Ben Gurion aveva raggiunto precisamente il suo scopo che consisteva ad allontanare la Gran Bretagna dalla scena. Aveva in tasca il sostegno delle due superpotenze favorevoli alla spartizione. Le sue forze militari erano sulla breccia. Le frontiere dello Stato ebraico, molto più estese di quelle previste da Peel, erano già tracciate sulla carta dell'ONU e, davanti a lui, il via libera delle Nazioni Unite brillava con tutto il suo fulgore. Non vi era nessun modo per fermarlo.
É questo, e non "colui che ha sparato il primo colpo", che determinò in maniera decisiva la svolta degli eventi. Ammettendo che il primo colpo presunto non sia stato sparato dai palestinesi, è realmente concepibile che l'Haganah, il Lehi o l'IZL (tutti e due apertamente contrari alla spartizione e altrettanto apertamente partigiani della totalità di "Eretz Israel") si sarebbero astenuti di sparare per primi nel corso del processo di conquista della maggior parte del territorio della Palestina, a cui tutto sommato si riassumeva la risoluzione di spartizione dell'ONU?

(.....)
                                                                                                                                                     Walid Khalidi



NOTE:
[1] Vedi W. Khalidi, The Jewish-Ottoman Land Company: Hertzl Blueprint for the Colonization of Palestine, Journal of Palestine Studies 22, n° (estate 1993), pp. 30-47.
[2] La rivolta iniziò nel maggio del 1936 per fermarsi nel mese di novembre, dopo l'arrivo in Palestina della commissione Peel. Si scatenò nuovamente, e con una violenza maggiore, dopo la pubblicazione del rapporto Peel e continuò fino all'estate del 1939.
[3] Shabatai Teveth, Ben Gurion and the Palestinian Arabs: From Peace to War, Oxford and New York, Oxford University Press, 1985, p. 193.
[4] Nel 1936, la popolazione ebraica era di 382.857 abitanti su una popolazione totale di 1.388.852. Vedi Justin McCarthy, The Population of Palestine, New York, Columbia University Press, 1990.
[5] Teveth, Op. Cit., pp. 189-90.
[6] Ibid. pp. 164-193.
[7] Dinur Benzion (ed.), Sefer Toldot HaHanah, vol. II, Tel Aviv Zionist Library et Marakhot, 1974, pp. 749-754.
[8] Vedi Nur Masalah, The Expulsion of the Palestinians, Washington, Institute for Palestine Studies, 1992.
[9] A proposito della pratica delle lettere-bomba, vedi The Times, 5, 7 e 10 giugno 1947, e il Sunday Times, 24 settembre 1947. Riguardo all'impiccagione degli ostaggi, vedi R. D. Wilson, Cordon and Search, Aldershot, Gale e Polden, 1949, p. 132. A proposito delle bombe a detonatore elettrico nei mercati, impiegate per la prima volta dall'IZL nel 1938, vedi Dinur Benzion (ed), .), Sefer Toldot HaHanah, vol. III, op. cit., p. 812.
[10] Nicholas Rethel, The Palestine Triangle, London, Andre Deutsch, 1979, p. 263. Cinque "altre" furono ugualmente uccise durante l'esplosione, portando le vittime a 91. Tra di esse vi erano 13 soldati e 3 poliziotti, mentre le altre erano civili.
[11] Wilson, Cordon and Search, op. cit., ricostruisce la storia ufficiale della sesta divisione aerotrasportata.
[12] Teveth, op. cit., p. 193. Sdo questo autore, Ben Gurion voleva togliere la Gran Bretagna dalla sua via già dal 1939.
[13] Benzion, Sefer Toldot HaHanah, vol. III, op. cit., pp. 1234-35. Tra gli altri acquisti effettuati per mezzo dell'amministrazione dei Vantaggi di Guerra, quello di 50 strumenti destinati a verificare la produzione di munizioni per un totale di 120 dollari quando ogni singolo strumento sarebbe dovuto normalmente costare 18.000 dollari. (ibid., p. 1236).
[14] Teveth, op. cit.,p.830. Vedi ibid. p.823 e seg. Riguardo alla violenta diatriba lanciata da Ben Gurion all'indirizzo di Weizmann, davanti al  rabbino Wise, a New York, uscendo dalla Conferenza del Biltmore, nel 1942.
[15] vedi Walid Khalidi, "Plan Dalet: Master Plan for the Conquest  of Palestine" e i suoi annessi A, B e C in Journal of Palestine Studies, 18, n. 1, autunno 1988, p. 3-70. Per il testo del Piano Dalet del marzo 1948, tradotto dall'ebraico, vedi annesso B (ibid., p.24). Secondo l'introduzione al Piano (riprodotto in ibid., pp. 24-25) quest'ultimo era basato dul Piano B (settembre 1945), il Piano C ( Gimmel in ebraico ), anche chiamato Piano del maggio 1946, e il Piano Yehoshua (Globerman), dal nome del suo autore, che fu ucciso all'inizio del dicembre 1947. A proposito del Piano C, vedi annesso A (ibid., p.20). Secondo l'introduzione al Piano Dalet vero e proprio, "nella misura in cui questi piani (i piani B C e Yehoshua) sono stati concepiti per affrontare la situazione all'interno del paese, i due primi piani trattano della prima fase degli incidenti mentre il terzo tratta della possibilità di una invasione degli eserciti regolari dei paesi arabi vicini. L'obiettivo del piano D è di colmare le lacune dei piani precedenti al fine di renderli più adatti alla situazione che rischia di prodursi alla fine della dominazione britannica del paese ".
[16] Harry S. Truman, Memoirs of Harry S. Truman, vol II, "Years of Trial and Hope", 1946-1952, New York, Signet, 1965, p. 162.
[17] Margaret Truman, Harry S. Truman, London, Hamish Hamilton, 1973, p. 299. Nel 1947, la popolazione araba di Palestina era, tutt'al più di 1. 350. 000.
[18] É indubbio che si è sempre molto generosi se il prezzo della "propria generosità" sono gli altri a pagarlo, in questo caso i palestinesi (ndt).
[19] American Jewish Committee, Toward Peace and Equity, New York, 1946, p. 73.
[20] Muhammad Zafrulla Khan, Palestine in the UNO, Karachi, Pakistan Institute of International Affairs, 1948, p.6 e seg.
[21]
ibid.
[22] Vedi per esempio, Kermit Roosevelt, "The Partition of Palestine: A Lesson in Pressure Politics", Middle East Journal 2,n°1 (gennaio 1948), pp. 13-16; e Carlos P. Romulo, I Walked with Heroes, New York, Holy, Rinehart and Winston, 1961, p. 285 e seg.
[23] Rapporto della seconda sotto commissione dell'UNSCOP al comitato ad hoc, 11 novembre 1947 (A/AC 14/32 e add. 1), annesso A.
[24] Rapporto della seconda sotto commissione § 59.
[25] Khan, Palestine in the UNO, op. cit.
[26] Le cifre della popolazione sono basate sui rapporti della seconda sotto-commissione, § 56 e seg., e annessi A, B e C.
[27] Jewish National Fund, Jewish Settlements in Palestine, Jerusalem, conteggio dell'autore, marzo 1948, p. ii.
[28] Tutte le stime riguardanti la proprietà fondiaria provengono dal Jewish National Fund, Jewish Settlements in Palestine, op. cit.
[29] UNSCOP, Report to the General Assembly By the United Nations Special Committee on Palestine (Resoconto ufficiale della seconda seduta dell'Assemblea Generale, 1947, supplemento n° 11), cap. 2, § 27.
[30] Fred J. Khoury, The Arab-Israeli Dilemma, Syracuse, Syracuse University Press, 1985, p. 49.
[31] All'epoca del Mandato, i beni fondiari della nuova Gerusalemme, sorta all'esterno  della cinta muraria della vecchia città o ripartiti nel seguente modo: Palestinesi (40 %), ebrei (26,12 %), cristiani non-palestinesi (13,86 %), governo e municipalità (2,9 %), strade e ferrovie (17,12 %). La maggior parte dei beni fondiari ebraici erano situati nella parte occidentale della città nuova. Vedi la legenda della cartina di Gerusalemme pubblicata dall'Ufficio palestinese per i rifugiati, New York, 1951.
[32] Webster's Third New International ary of the English Language, Springfield, MA, Merriam-Webster, 1988.
[33] The Shorter English Dictionary, Third Edition, Oxford, Clarendon Press, 1959.
[34] Palestine Royal Commission Report, Cmd. 5479, Londra, His Majesty's Stationery Office, 1937, p.395.
[35] Chaim Weizmann, Trial and Error, New York, Schocken, 1966, p. 435.
[36] Vedi Khalidi "Plan Dalet Revisited", op. cit., annessi B e C a proposito dei progetti di operazioni militari fuori delle frontiere stabilite dalla risoluzione di sparizione dell'ONU. Nel primo paragrafo del piano Dalet  (annesso B, ibid., p.25), si dichiara: "l'obiettivo di questo piano è di ottenere il controllo dello stato ebraico e di difendere le sue frontiere. Mira anche a ottenere il controllo delle zone delle colonie e dei concentramenti ebraici che sono situati fuori dalle frontiere al fine di preservarle dalle forze regolari, semi-regolari e ridotte che operano a partire dalle basi poste all'interno o all'esterno delle frontiere dello stato". Annesso C (ibid. p.34 e seg.). "Operational Orders to the Brigades", fa l'inventario delle città e villaggi palestinesi situati all'interno dello stato palestinese destinati a essere occupati da ognuna delle sei brigate dell'Haganah. Queste liste omettono di menzionare le città e i villaggi destinati a essere occupati dalle unità più aggressive e meglio armate dell'Haganah, le tre brigate del Palmach - a forza di assalti veloci.
[37]Teveth, op; cit., p.101.
[38] Citato  Michael Bar-Zohar Ben Gurion: The Armed Prophet, trad. Len Ortzen, Eaglewood Cliffis, New Jersey, Prentice Hall, 1968, p. 133.
[39] Vedi Walid Khalidi (ed.) All that Remains: The Palestinian Villages Occupied and Depopulated by Israel in 1948, Washington, Institute for Palestine Studies, 1992.
[40] Torna oggi giustamente a riaffermarsi tra i palestinesi la linea di un solo Stato per ebrei e palestinesi, lo Stato democratico (ndt).


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Originale da Revue d'études palestiniennes, n° 14, inverno 1998

Tradotto dal francese all'italiano da Mauro Manno, un membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft per ogni uso non-commerciale : è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.
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TIERRA DE CANAÁN: 24/11/2006

 
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