HOME TLAXCALA
la rete di traduttori per la diversità linguistica
MANIFESTO DI TLAXCALA  CHI SIAMO?  AMICI DI TLAXCALA  RICERCA 

AL SUD DELLA FRONTIERA (America Latina e Caraibi)
IMPERO (Questioni globali)
LA TERRA DI CANAAN (Palestina, Israele)
UMMA (Mondo arabo, Islam)
NELLA PANCIA DELLA BALENA (Attivismo nelle metropoli imperialiste)
PACE E GUERRA (USA, UE, NATO)
LA MADRE AFRICA (Continente africano, Oceano Indiano)

ZONA DI TIFONI (Asia, Pacifico)
K COME KALVELLIDO (Diario di un vignettista proletario)
SCUOTI-MENINGI (Cultura, comunicazione)
INCLASSIFICABILI 
CRONACHE TLAXCALIANE 
STRUMENTI DI TLAXCALA (Glossari, dizionari, mappe)
BIBLIOTECA DEGLI AUTORI 
GALLERIA 
ARCHIVI DI TLAXCALA 

16/12/2017
Español Français English Deutsch Português Italiano Català
عربي Svenska فارسی Ελληνικά русски TAMAZIGHT OTHER LANGUAGES
 
Poichè Marx non fu mai incolpato per i genocidi di Stalin, per qual motivo Heidegger dovrebbe costituire il capro espiatorio dei crimini di Hitler?

Atene o Gerusalemme: ovvero, la storia di Caino ed Abele rivisitata


AUTORE:  Ariella ATZMON

Tradotto da  Mary Rizzo, revisionato da Diego Traversa


So che ogni cosa essenziale e grande ebbe origine dal fatto che l’essere umano avesse una terra madre e fosse radicato nella tradizione.”

                                                                                        Martin Heidegger

Per me, Heidegger è il maggiore filosofo del secolo, forse uno dei più grandi filosofi del millennio: ma mi duole questo fatto, perché non posso mai dimenticare ciò che fu in 1933. Lui ha un grandissimo senso per ogni cosa che fa parte di un paesaggio; non il paesaggio artistico, ma proprio il luogo in cui l’uomo è radicato. Non è assolutamente una filosofia dell’emigrato. Per me, essere migrante non significa essere nomade. Non esiste nulla di più radicato del nomade. Ma, colui che emigra è pienamente umano: la migrazione dell’uomo non distrugge, non demolisce il significato dell’essere.” [i] 

                                                                                       Emanuel Levinas


Emmanuel Lévinas

Nel suo famoso testo “Gerusalemme ed Atene:  qualche riflessione preliminare” [ii] Leo Strauss definisce la civiltà occidentale come oscillante tra due poli di saggezza: Atene – la polis,il luogo della nascita della democrazia, in cui, sotto il regno della ragione, venivano venerate la filosofia, l’arte e la scienza; e Gerusalemme – la città di Dio in cui è la LEGGE divina, superiore alla ragione, a fornire le verità. L’uomo occidentale, secondo Leo Strauss, è costituito in modo complementare da entrambe le cose: la fede biblica ed il pensiero greco. Mi sentirei di sostenere che ogni tentativo di riconciliare l’imperativo ebraico del “prima agisci e solo poi ascolta” con l’esortazione greca prima di tutto alla comprensione, è destinato al fallimento. Non è “Atene e Gerusalemme”, quanto invece “Atene o Gerusalemme”. Nel confutare il punto di vista comune che fa risalire i dissidi tra Atene e Gerusalemme fino alla Guerra Maccabea, dove il monoteismo ebraico ha vinto la battaglia contro il paganesimo ellenico, il mio ragionamento è che la disparità tra Atene e Gerusalemme è intrinseca nella divisione primordiale tra il lavoratore della terra ed il pastore vagante. È la rivalità biblica tra Caino il residente, caratterizzato dal suo desiderio per il radicamento, ed Abele, l’errante.

Il mito dell’autoctonia associa Atene con il radicamento (Bodenständigkeit) in netta contrapposizione a ‘Gerusalemme’, segnata da nomadismo e mancanza di radici. Il Vecchio Testamento (la voce di Gerusalemme) ci dice che Dio preferisce il sacrificio di Abele all’offerta di Caino: “E con l’andar del tempo… che Caino portò il frutto della terra in offerta al SIGNORE. Abele offrì anch’egli dei primi nati del suo gregge e del loro grasso. Il SIGNORE guardò con favore Abele e la sua offerta, ma non quella di Caino.” È evidente che la Bibbia pendeva coerentemente dalla parte del ramingo. Dunque, in una certa misura, la Bibbia dovrebbe essere considerata come un sottotesto per comprendere la storia ebraica, dove la narrativa del girovagare e dell’esilio è già presente. Stranamente, questa concomitanza implicita tra la ripetitiva storia ebraica del vagare e dell’esilio come anticipata dalla narrazione biblica è confusa e trascurata. Quando agli studiosi della Bibbia viene chiesto perché non esiste nemmeno un indizio che possa dare un’idea sulla preferenza arbitraria di Dio per Abele piuttosto che per Caino, insistono nel suggerire che questa storia è un esempio dell’inesplicabile condotta di Dio. Non occorre essere uno studioso della Bibbia per scoprire che la storia di Caino ed Abele è solamente il sinistro prologo degli altri, successivi racconti biblici.


Martin Heidegger, di Aurélie Piot


Il mito dell’autoctonia [iii] dovrebbe essere utilizzato come una Stele di Rosetta per una lettura alternativa dello storico antagonismo occidentale tra Ebraismo ed Ellenismo. Il mito che formò gli Ateniesi quali figli della terra, è in contrasto con la narrativa biblica dominante, dove, per volere di Dio, Abramo fu costretto a lasciare ‘la sua terra, i suoi consanguinei e la casa di suo padre per la terra di Canaan’. Il lamento di Abramo: “Sono uno straniero e un ospite” contrassegna 3000 anni di storia ebraica. Con la rinascita dell’eredità greca, le ideologie völkisch (che successivamente furono oscurate dal nazionalismo), hanno restaurato il concetto di autoctonia. Dunque, la battaglia tra Ebraismo ed Ellenismo va ben oltre il discorso del paganesimo contro il monoteismo, alla percezione delle divinità della terra e del cielo, che sono vicine a voi, dentro di voi, con voi – in contrapposizione al Dio ebraico, assente e trascendentale [iv]. Alla domanda: “per quale motivo si vive?” Anassagora risponde, “per contemplare il sole, la luna ed il cielo”. Nei suoi discorsi sulla Terra ed il Cielo, Heidegger ci dice come il vecchio Hölderlin avesse riflettuto sull’essenza autentica dei greci come l’elemento naturale per l’occidente. Per Hölderlin, la Grecia significava ‘tenerezza’, lo sguardo di riflessione ‘dell’occhio atletico’. È questa congiunzione tra Terra e Cielo, della bellezza come verità, che traspare nel luogo in cui abita il poeta. “Così dolce è, poi, abitare sotto l’ombra alta di alberi e colline”. Nel modo greco, il ramingo trova il riposo solamente quando viaggia in maniera poetica. Gerusalemme, d’altro canto, significa abitare poeticamente, ma non finire mai il proprio girovagare. È il desiderio poetico per Sion, dai fiumi della Babilonia, seguito dal fallimento nel cogliere in Palestina la dolcezza del permanere.


Friedrich Hölderlin

Heidegger mise in risalto il mito dell’autoctonia attraverso la poesia di Holderlin. Unì paesaggio e radicamento con la primordiale affinità ai greci. Per gli ideologi völkisch, la parentela coi greci servì da religione estetica, per un autentico e germanico ritorno a casa; un cammino che era volto a salvare i tedeschi dall’Illuminismo e dalla Modernità.

Una terra nativa, per Heidegger, non era una regione demarcata dalle frontiere della recinzione politica tracciate in base alla scienza della cartografia. Il possesso di una terra è un’entità pre-legale, pre-economica, una terra posseduta in base al dimorare, in contrasto con la maniera di Gerusalemme, che ridusse la Terra Promessa in un mero mercato immobiliare, dove i prezzi si alzano o si abbassano a seconda delle vibrazioni sismiche dell’antisemitismo.

Per Hölderlin, il campanile della chiesa, con il suo tetto di metallo, “è fonte di felicità per quelli che camminano su una stradina sicura, data la vicinanza”. Secondo lui, la sagoma regionale del campanile abbraccia terra e cielo dentro la dimensione dell’appartenenza al paesaggio nativo. In Israele, dove la vita rurale si sta estinguendo, non esiste alcuna sagoma che delinei il contorno del paesaggio tra la terra ed il cielo. Gerusalemme è il luogo in cui il sacro è sepolto sotto un mucchio di urbanità cementificata, dove gli ebrei sono estraniati in una terra promessa senza una promessa, dove la sinagoga, fondata come luogo di raccolta per gente dispersa in modo da preservare i loro rituali dal disgregamento , è segnata da cieche convinzioni e dalla non-appartenenza. È la gerosolimitana tradizione del vagare e della mancanza di radici che prevale.

Come Spengler, Heidegger considerava l’urbanità metropolitana come segnata dall’assenza di radici. Attraverso l’adesione ai valori cosmopoliti della modernità, gli occidentali persero le loro radici, il loro vivido potere del pensiero, e diventarono degli esseri sradicati. È “la diffusione dell’intellettualismo dell’asfalto” a caratterizzare quelli che hanno rinunciato alla stabilità della terra per la fluidità di una capitale, e quindi, la loro sorte è segnata! Heidegger considerava i tedeschi come un Volk incaricato della missione spirituale di spingere l’occidente fuori dalla sfera tecnologico-imperiale. Yorck additava gli ebrei come una tribù “che manca di sentimento per il suolo” [v]. Ciò che caratterizza gli ebrei come un pericolo, dal punto di vista di Heidegger, è la loro sradicata identità urbana. Gli ebrei come popolo urbano si sono dimostrati, a metà ‘800, molto abili nell’occupare le posizioni nelle classi professionali. Nel nuovo periodo liberal-capitalista della rivoluzione industriale, gli ebrei, più degli altri gruppi etnici, furono capaci di sopravivere molto bene nel mercato, preparati per la vita urbana in modo quasi unico. Erano istruiti, erano intermediari di provata esperienza, erano mobili, pronti a fare le valigie e traslocare, a seguire nuove opportunità e nicchie economiche. Nel linguaggio dell’Heimat, descrive gli ebrei come marchiati dalla Diaspora e l’esodo – essi si oppongono al principio dell’autoctonia. L’analisi lucida di Heidegger che identificava la divisione tra l’errante estremo e il lavoratore del suolo, non è antisemitismo, è la storia di Caino ed Abele raccontata nuovamente. In un modo simile, l’affermazione di Heidegger: “Il Bolscevismo è di fatto ebraico” [vi] è una rivelazione, un’osservazione che si riferisce agli erranti come gli inventori dell’internazionalismo e del cosmopolitismo.


Cain contro Abele, Incisione di Odilon Redon, 1886

Heidegger fu il filosofo che svelò la minaccia latente insita nel tentativo di riconciliare Gerusalemme con Atene. 

Un’atmosfera accademica dominata da coloro che si autodefiniscono studiosi ebrei finisce con una paralisi intellettuale causata da un doppio legame etico. Semplicemente aggiungendo l’aggettivo “ebreo” al loro titolo (un filosofo ebreo, uno scrittore ebreo, un sociologo ebreo) questi pensatori annunciano la loro appartenenza ad una comunità tribale di sangue e, nel contempo, continuano a propagare le idee di cosmopolitismo, universalismo ed internazionalismo.

Dobbiamo ricordare i legami di alcuni ebrei nell’amministrazione Bush con quelli che cominciarono la propria carriera come Trotzkisti e che poi sono finiti con il diventare Neo-con devoti. La famosa dichiarazione di Chaim Weitzmann che non ci sono ebrei inglesi, ma piuttosto ebrei che vivono in Inghilterra conferma l’asserzione di Heidegger. Heidegger non è né un’antisemita né un razzista. Al contrario, respinge ogni tipo di razzismo biologico. Alquanto curiosamente, sono proprio gli ebrei che si sono perpetuatati come una ‘comunità razziale di sangue’. Il successo della Lobby ebraica pro-Israele nell’amministrazione Bush ne fornisce la prova. Questo è solo un esempio tra molti.

Ritengo che il degenerato apparato della correttezza politica getta fumo nei nostri occhi, impedendoci di vedere il devastante impatto di questi ossimori etici creati da un’incessante predicazione intorno alla morale. In altre parole, tutti i tentativi di conciliare Atene e Gerusalemme derivano dalle scellerate falle causate dalla correttezza politica. L’abisso tra Gerusalemme ed Atene dovrebbe essere rappresentato anche facendo un distinguo tra l’identità nazionale definita come Volk e caratterizzata da autoctonia in contrasto con una comunità di sangue che non ha mai messo radici in una terra madre (o in qualsiasi altra parte) e pertanto è diventata il simbolo della  Diaspora, della migrazione e dell’esodo.

Per Heidegger, l’identità del Volk si plasma nella Storia. Egli interpreta l’ostilità tra Atene e Gerusalemme non in termini religiosi, ma piuttosto come una spaccatura ontologica in cui l’attaccamento al suolo non può accettare un errante esente da vincoli.

Fin dagli albori del tempo, gli esseri umani furono destinati (come individui, gruppi o tribù) a vagare da un luogo ad un altro. Tuttavia, non si dovrebbe sostituire il bisogno di sopravvivenza con il desiderio di rimanere, di abitare. Errare ed emigrare dovrebbero essere visti come un mezzo inevitabile per mettere le radici in una “casa” nuova; non è mai un fine in sé stesso. Heidegger ed altri pensatori del suo tempo si sforzarono di ritrarre una mentalità geo-politica del radicamento tedesco e del Bodenständigkeit (l’eternità del suolo). Ciò che suona come una supremazia autoctona, può essere interpretato come il legame del Volk alla sua terra natia. Per gli ideologi völkisch, una terra madre è uno spazio mitico che ha le sue radici nel suolo della terra stessa, come un luogo per l’emergere storico del Volk [vii]. Per questi pensatori neo-ellenisti, l’autoctonia greca era inseparabile dalle origini della filosofia [viii]. La posa delle fondamenta dell’affinità greco-tedesca lasciò la sua poderosa impronta sulla vita accademica tedesca ed anche sull’èlite intellettuale durante i primi anni del ventesimo secolo fino allo scoppio della seconda guerra mondiale.

Questa impresa intellettuale fu bandita nell’immediato dopoguerra, poiché fu considerata un tentativo di legittimare gli atti brutali dei nazisti nel nome dell’esclusione politica.


Ernst Bloch

Dopo 1933 Heidegger fu turbato dall’idea che ‘la vera rivoluzione’ dovesse aver origine dalle università. Descrisse l’università come un vortice burocratico che si trasformava in un centro per la ricerca professionale e per l’insegnamento. Cercò di restaurare l’essenza dell’università tedesca e riportarla al suo spirito originario, che era andato perso. La crisi dell’Occidente poteva essere risolta soltanto ritornando alle sue origini, nell’antico pensiero greco. Heidegger arrivò quasi a salvare il pensiero accademico dalla sua condizione paralizzata, e ci sarebbe riuscito, se solo i nazisti, in seguito, non l’avessero distorto per molti anni.

Più ci misuriamo con il pensiero di Heidegger, più i divari tra lui ed i filosofi ebrei vengono a galla. Ernst Bloch, il filosofo marxista tedesco (1885-1977) concepì la filosofia di Heidegger come un rigetto delle idee di razionalità, di libertà individuale e del ‘ruolo universale della legge’ proprie della Rivoluzione Francese. Bloch, lui stesso proveniente da una famiglia ebrea facoltosa, derise il pensiero poetico di Heidegger e Hölderlin, relativo alla misteriosa Germania del suolo e delle forze ctoniane, sotterranee del sentimento di radicamento, come un genere d’amore provinciale irrazionale. Mentre Heidegger celebrò il sogno völkisch del Vaterland, Bloch insistette su un ideale internazionale europeo per la Germania. Mentre l’élite tedesca era preoccupata dalla domanda del “chi siamo?”, i gerosolimitani facevano del moralismo ai tedeschi acciocché  ‘coprissero la loro identità’ e offuscassero la loro essenziale Dasein tedesca. Come Heidegger, Bloch rintracciò nell’antichità le origini della Germania futura. Ma, mentre Heidegger seguì Hegel, Holderlin e Fiche nel privilegiare l’arché greca, Bloch elesse le sue origini ancestrali ebraiche quale modello più appropriato per promuovere i valori democratici di una nuova Germania. L’ideale utopistico di Bloch per la Germania era un ‘comunità dello spirito’ cosmopolita ed internazionale. Mentre Bloch ripudiò il Sonderweg tedesco nel nome del marxismo, Franz Rosenzweig (1886-1929), che si descriveva come il fratello intellettuale di Heidegger, nel suo libro famoso “The Star of Redemption” (La Stella della Redenzione) [ix], denunciò come pericolosi ed ingannevoli gli assunti preliminari dell’autoctonia ellenica riguardanti terra, mondo, suolo, radici e “casa nativa”. Come Bloch, indicò le radici ebraiche come la vera arché. Rosenzweig, che asserì che l’unicità del popolo ebraico è fondata sui loro vincoli di sangue: “solo il sangue dà al presente la garanzia della speranza per il  futuro,” mette in dubbio il discorso geo-filosofico heideggeriano riguardante il suolo come base di una comunità politica. Riferendosi all’antica storia ebraica dell’alienazione, del vagare e della Diaspora, Rosenzweig denunciò l’ellenismo, che dominò l’intera filosofia occidentale, come il male. Levinas, nella veste di moderna voce prominente di Gerusalemme, dichiarò che l’impegno verso il radicamento è pericoloso. Come Rosenzweig, che sosteneva che “essere un popolo significa qualcosa di più che essere radicato in una terra,” Levinas asserì che “la casa (terra) scelta è il contrario di una radice. Essa denota mancanza di vincoli e peregrinazione” [x].


Franz Rosenzweig

Pertanto, nella battaglia tra Atene e Gerusalemme, il presente ci prospetta una vittoria definitiva di Gerusalemme. Possiamo comprendere quanto, nel regno della filosofia e gli studi culturali, gli aspetti volkisch quali distinti dal nazionalismo siano respinti violentemente su vasta scala. Il loro accento posto sull’affinità con i greci quale legame dell’avversione spirituale nei confronti di Gerusalemme è ora stato estromesso dal dibattito accademico. Infatti, il cosmopolitismo ed l’internazionalismo caldeggiati dai filosofi gerosolimitani di sinistra e di destra (da marxisti, neo-marxisti, Scuola di Francoforte e studi critici, alla fenomenologia hussreliana e al costruttivismo, fino al monismo universale di Leo Strauss ripreso dai Neo-con americani e britannici), sono indubbiamente trionfanti. Gli intellettuali ebrei laici sono degli estranei, degli intrusi che sbirciano dentro, non solo in qualità di ebrei in mezzo ai Gentili, ma anche come persone alienate dalla loro stessa cultura ebraica. Questo spiega il loro successo nel rappresentare l’alienazione moderna e nel promuovere i paradigmi del post-modernismo, del costruttivismo e degli studi critici. Dopo aver inventato l’internazionalismo, sono diventati i patrocinatori del cosmopolitismo della globalizzazione e del libero mercato senza regole.

Nell’ansia di assimilarsi nella società tedesca attraverso la conversione al cristianesimo, molti intellettuali ebrei tedeschi mancarono di notare che molti delle menti tedesche più brillanti stavano entusiasticamente abbandonando la loro fede cristiana a favore del neo-paganismo ellenico. Quindi, più provavano ad integrarsi, e più generavano odio ed antagonismo. Quella che iniziò come un’ideologia völkisch finì col diventare un nazionalismo eccessivo, aggressivo e militarista. Si potrebbe suggerire che il mutamento nazista verso il militarismo radicale ostacolò l’ultima, più costruttiva, possibilità per la salvezza dell’occidente dalla sua decadenza.

Dopo il 1938, un Heidegger disilluso fu in grado di vedere come il Nazionalsocialismo fu tanto intrappolato nel nichilismo ed nel dominio imperiale quanto coloro che molto tempo prima egli aveva ripudiato. Dal 1946 (Lettera sull’umanismo ) Heidegger mise in evidenza l’affinità tra il greco ed il tedesco al fine di far rinascere la cultura europea. “Oggigiorno, la nostra scelta è… tra preservare la cultura europea attraverso la coltivazione dei suoi elementi spirituali – oppure lasciare che venga distrutta dall’avidità della globalizzazione e dalla vaghezza indistinta di un vuoto cosmopolitismo.” Da 1955 Heidegger cambiò la sua terminologia segnalando i pericoli del “pensiero calcolatore”, e del modo in cui il legalismo ha preso la sopravvento sull’etica e la moralità.

Laddove Heidegger non tratta apertamente l’argomento dell’etica, Levinas aggiunge altre pagine alla dissertazione di Heidegger in una maniera che devasta l’intera impresa Heideggeriana. Mentre tutto ciò che Heidegger è stato in grado di dire sull’etica rimane in un alone di ‘aboutness’ (intenzionalità a rapportarsi con gli oggetti), Levinas ci fa girare intorno alle cose, riempiendo il vuoto di ciò che manca nel testo di Heidegger. Ci fa sudare nel tentativo di capire l'alterità  (otherness). Però, se fare discorsi accademici sull’etica è un atto etico, allora Dio ci scampi da questo genere di etica! Levinas non è solo nella sua ossessione sulla diversità. Furono Buber prima e Derrida poi che tentarono, ognuno a modo proprio, di farci del moralismo con questa stessa tematica. In modo retorico, mi domando come mai persone che concepiscono la propria diversificazione in termini di legami di sangue, sono così ossessionati dal fare prediche su questioni di etica e diversità. Heidegger non era un filosofo pedestre, ma quando si avvicinò al concetto di etica, il suo silenzio indica una vigile abilità di replica.

Possiamo vedere quanto il mito greco dell’autoctonia abbia spianato la strada verso la politica xenofoba dell’esclusione. Tuttavia, è dovere degli studi culturali prendere il sentiero del coraggio e diagnosticare, analizzare le malattie della nostra cultura: di riportare alla luce tutta la generazione dei filosofi “Ateniesi” che avevano previsto la degenerazione dell’occidente cento anni fa. Come è potuto accadere che i curriculum accademici rimpiazzino la profondità della filosofia di Heidegger con lo studio coercitivo dei suoi discepoli sovversivi? Questa vittoria di “Gerusalemme” conferma i timori di Heidegger circa una ebraicizzazione della cultura occidentale.

Molto è stato scritto e detto a proposito dell’affiliazione di Heidegger con i nazisti, ma nonostante il fatto che sia considerato uno dei più profondi filosofi della cultura occidentale (perfino Levinas lo riconosce come il più grande), le sue idee geo-politiche völkisch vengono ignorate e la sua saggistica insegnata solamente come un’unica poesia filosofica. È forse per motivi di correttezza politica che non possiamo ammettere apertamente che non era Heidegger ad essere affiliato con il partito nazista quanto, piuttosto, il contrario: il Partito che fu in origine è lo stesso che si spinse troppo oltre! [xi] In 1938, un Heidegger disilluso identificò l’ambizione politica di Hitler di puntare all’intera Europa con la forza come un’espressione cartesiana della volontà di dominio. Con la sua sensibilità verso la poetica arche dei greci, nel 1942 dichiarò che: “l’essenza del potere è estranea alla polis.”

In conclusione, l’idealizzazione di Levinas della maledizione del vagare, che quindi trasforma la migrazione in un virtù, è già predetta nella storia della cacciata dall’Eden. È il Dio ebraico che dice ad Adamo, “il suolo sarà maledetto per causa tua; ne mangerai il frutto con affanno, tutti i giorni della tua vita..” Questo è il modo in cui comincia l’odissea del vagare, del cosmopolitismo, dell’internazionalismo, del libero mercato e dell’economia globalizzata. Le domande che dovrebbero essere poste sono: Come è mai potuto succedere che il mondo intellettuale d’oggi è completamente dominato dai filosofi di Gerusalemme, mentre la voce di Atene è stata zittita? È stata la paura del Fascismo che ha causato l’oblio dell’essere? I luoghi invisibili della correttezza politica ci stanno conducendo tutti quanti su un pericoloso sentiero di tenebre? Sembra chiaro che, poichè Marx non fu mai incolpato per i genocidi di Stalin, per qual motivo Heidegger dovrebbe costituire il capro espiatorio dei crimini di Hitler?

 Note

[i] Levinas. E., (1998), Entre Nous: On thinking-of-the-other (N.Y. Columbia) p 117.

[ii] Strauss, Leo, (1997) Jewish philosophy and the Crisis of Modernity, Athens and Jerusalem; some preliminary reflections', (Albany State University of N.Y. Press) pp 377-405.

[iii] Il termine autoctonia è menzionato da Omero. Vedi:  Homer, The Illiad (Chicago University Press, 1961) libro 2, righe 546-7. E’ il mito riguardante i greci come esseri umani autoctoni.

[iv] Quello che Jung concluse come: 2000 anni di civiltà cristiana ebraicizzata che celava il vero Dio ariano all’interno.

[v] Paul Yorck von Warteburg "Katharsis" in Die Philosphiedes Grafen (Gottingen: Vandenhoeckh & Ruprecht, 1970 pp 174-5.

[vi] Vedi in: Karl Jaspers, (1984)  Philosophische Autobiographie, (Munich: Piper), p 101.

[vii] Bambach, Charles P.  Heidegger’s Roots p 157.

[viii] Fichte, per esempio, usò il mito dell’autoctonia per escludere i non-tedeschi dal popolo originario. Facendo riferimento ai non-tedeschi come Barbari, distinse tra il nativo, l’Urvolk, e lo straniero, tra l’autoctono e l’alloctono.

“I tedeschi restarono nei loro luoghi originari di residenza della stirpe ancestrale mentre gli altri emigrarono altrove; il tedesco conserva la lingua originaria della stirpe ancestrale, mentre l’altro adottò lingue straniere.”

[ix] In materia di ‘sangue e spirito’ si veda: Rosenzweig, F., (2005), The Star of Redemption   (Madison; University of Wisconsin Press) p 299.  

[x] Levinas. E., (1969) Totality and infinity, (Pittsburgh: Duquesne University Press) p  172.

[xi] Su questo tema e sulla filosofia geo-politica di Heidegger si veda: Bambach Charles, (2003), Heidegger’s Roots: Nietzsche, national socialism, and the Greeks. (Ithaca: N.Y. and Cornell University Press).



Originale da http://peacepalestine.blogspot.com e http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=3541&lg=en


Articolo originale pubblicato il 7 Agosto 2007

L’autore

Mary Rizzo e Diego Traversa sono membri di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala:
http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=3542&lg=it



SCUOTI-MENINGI: 08/08/2007

 
 STAMPA QUESTA PAGINA STAMPA QUESTA PAGINA 

 INVIA QUESTA PAGINA INVIA QUESTA PAGINA

 
INDIETROINDIETRO 

 tlaxcala@tlaxcala.es

ORA DI PARIGI  6:21