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04/08/2020
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Lo Tzabar (Sabra) e il Sabbar (Fico d’india): riflessione su Memoria e Nostalgia


AUTORE:  Gilad ATZMON

Tradotto da  Diego Traversa



La memoria della terra, da Juan Kalvellido

Il Sionismo è una vera rovina. E’ una filosofia colonialista, espansionista, nazionalistica fondata sullo sciovinismo razzista. Coloro che si sono attenuti e si attengono alla lettera ai suoi principi hanno rubato, in nome del popolo ebraico, la terra all’indigeno popolo Palestinese. Molti di noi lo considerano una grande minaccia alla pace mondiale. Le sue devote lobby sparse nel mondo esigono sempre più spargimenti di sangue in nome del “liberalismo”, della “democrazia”, della “libertà” e perfino in nome dell’alleanza Giudeo-Cristiana. Tuttavia il Sionismo, ebbene sì, è riuscito fare qualcosa che nemmeno a Dio è riuscito: ha unito gli Ebrei. Il Sionismo è diventato il simbolo dell’identità ebraica.

In uno dei miei recenti scritti, The Politics Of Anti-Semitism (La politica dell’Anti-Semitismo), ho analizzato il ruolo del Sionismo quale segno distintivo dell’Ebreo diasporico contemporaneo. Ho sostenuto che il Sionismo è riuscito ad avere la meglio sulle sue ideologie rivali offrendo tutta una serie strutturale, collettiva e trasparente di  identificatori simbolici. Più che l’ideologia e la politica, sono stati i feticci sionisti e gli orpelli ebraici a rendere il Sionismo una storia di successo.

Di conseguenza, il Sionismo ha fondato una lingua (l’ebraico), ha fornito l’ebreo di una concreta dimensione geografica (Eretz Israel), ha trasmesso l’immagine di una cultura (il nuovo folklore ebraico) ed è riuscito persino a presentare una falsa immagine di una polarizzazione politica ed etica (sinistra e destra). Se i fondatori del Sionismo tentarono di salvare l’ebreo diasporico dalla sua condizione anomala, ebbene dobbiamo ammettere che allora il Sionismo è riuscito nei suoi intenti e ha adempiuto alla sua missione. Il successo del Sionismo non ha nulla a che vedere con l’ideologia, la politica o le sue pratiche devastanti. Ovviamente, non sono molti gli ebrei che comprendono che cosa rappresenti il Sionismo (ideologicamente, politicamente, eticamente e praticamente). Non sono molti gli ebrei diasporici che cedono apertamente alla scuola di pensiero sionista e alla sua prassi amorale. Al contrario, essi aderiscono al “folklore israeliano”, alla bizzarra parola ebraica, al falafel e all’humus che erroneamente identificano con Israele (piuttosto che con la Palestina). Cantano al ritmo di musica israeliana, che si tratti di Hava Nagila, Yafa Yarkoni o Yeuda Poliker. Per quelli che non comprendono, la “cultura israeliana” è un diretto prodotto del progetto sionista. Ovviamente, la cultura ebraica moderna è riuscita a depredare il mondo del simbolismo ebraico. Il Sionismo ha fondato una nuova forma di affiliazione tribale ebraica.

Tuttavia, per quanto il Sionismo trasmetta una storia di successo culturale all’interno della questione dell’ebreo diasporico, esso risulta piuttosto privo di significato per quel che riguarda gli israeliani. Lo Tzabar, il Sabra, l’ebreo nato in Israele, non ha assolutamente alcun beneficio dal fatto che il Sionismo sia una serie strutturale di simboli d’identificazione. In realtà, il Sabra non ha bisogno di identificarsi con alcuna struttura simbolica fondata sull’aspirazione geografica. Nasce in un marchio autarchico, cioè l’israelianità. Allo stesso modo, i Sabra non hanno bisogno della lingua ebraica come mezzo d’identificazione, essi la usano come strumento di comunicazione. Né i Sabra hanno bisogno di un orientamento geografico, sono già orientati dalla nascita. Il Sabra non aderisce nemmeno al folklore israeliano, in realtà la maggior parte degli israeliani non lo sopporta, preferendogli di gran lunga il pop estero, il rock, la musica turca e greca e perfino un po’ di jazz libero e selvaggio.

Per quanto possa sembrare strano, ciò che viene preso dall’ebreo diasporico come un idenficatore simbolico, cioè il feticcio ebraico, ha pochissimo significato per gli israeliani. Dello stesso segno, per quanto l’ebreo diasporico aderisce all’ “israelianità”, quella stessa “Israelianità” significa poco o niente per gli israeliani.

Questo fatto non dovrebbe stupirci poi molto: la nozione di “americanismo” ha molto più significato per i non-americani che non per gli americani stessi. Allo stesso modo, la tendenza a lasciar cadere distrattamente un’eccentrica parola francese, abitudine che è a quanto pare piuttosto frequente tra gli pseudo-intellettuali anglo-sassoni, è il riflesso di un’analoga fissazione. La “francesità” conferisce un significato molto speciale soltanto a coloro che sanno molto poco della Francia. Tuttavia, non un singolo francese ritiene che parlare francese equivalga a fare qualcosa di sbalorditivamente abile. Parimenti, l’ebreo della Diaspora può usare la stravagante parola ebraica per attestare la sua appartenenza tribale, fatto sta che ci vorrebbe ben altro di una mera parola ebraica perchè gli israeliani possano sentirsi a casa in una terra rubata, cioè la Palestina.


Memoria e Nostalgia

“Sono un essere umano, sono ebreo ed israeliano. Il Sionismo è stato uno strumento per il mio passaggio dalla condizione di un’esistenza ebraica ad una israeliana. Credo che fosse Ben-Gurion a dire che il movimento sionista era l’impalcatura per costruire la casa e che, dopo la fondazione dello stato, questa impalcatura dovesse essere smantellata.”
Intervista di Ari Shavit ad Avrum Burg: “Abbandonare il Ghetto Sionista”, Haaretz.

Cosa rimane al Sabra con cui identificarsi? Non molto, a quanto pare: la terra su cui vive appartiene a qualche altra gente e ne è consapevole. Il cibo che lo fa sentire a casa propria (humus e falafel) è stato depredato da quella stessa altra gente, cioè i palestinesi. La lingua che utilizza quando si sente emotivamente commosso (o molto felice o molto arrabbiato) è l’ arabico ed è stato preso in prestito di nuovo da—indovinate un po’ ?—da quella stessa “altra gente”, i Palestinesi. La casa in cui vive fu costruita da quell’altro popolo…penso che sappiate a chi mi riferisca, sì, proprio loro, i palestinesi.

E’ alquanto lampante che il fulcro della realtà culturale ebraica, la lingua, il cibo, il cielo, il mare, il deserto, la primavera e l’autunno, le colline e le valli, gli olivi…… appartengono tutti alla terra (la Palestina) piuttosto che allo Stato del crescente apartheid che ne ha momentaneamente preso possesso (Israele).

Cosa potrebbero fare gli israeliani per fuggire dalla loro frammentaria e posticcia realtà nella quale qualsiasi cosa che essi possono considerare come “casa” in realtà appartiene a quell’ “altra gente” ?

Coloro che visitano Israele apprendono la risposta subito dopo il loro atterraggio a Tel Aviv: cosmopolitismo e fascino liberale occidentale è la risposta israeliana. Gli israeliani affrontano la loro vana bramosia di autenticità moltiplicando i sintomi del loro inerente distacco.

I turisti che per la prima volta visitano Tel Aviv a volte rimangono attoniti dalla svariata scelta culturale che la città offre. Tel Aviv è davvero una delle città più “aperte” del mondo. Lì potete trovare qualsiasi marchio di moda occidentale e qualsiasi catena alimentare americana. Qualunque rock star include Israele nel proprio tour mondiale. In alcuni dei maggiori ristoranti di Tel Aviv potete farvi un sushi come primo, goulash ungherese come secondo, una bistecca francese come piatto principale e baklava per dessert. Ho appreso di recente che Tel Aviv non è solo un’ “attrazione del sesso” ma anche la prossima capitale mondiale dell’omosessualità ( gay capital of the world ). E’ veramente incoraggiante sapere che tra un humus e un falafel il Sabra può farsi un sashimi e indulgere a qualche ultra-moderna attività socio-erotica secondo i propri gusti personali. Questa potrebbe benissimo essere la suprema forma di libertà che lo “stato per soli ebrei” può offrire: cosmopolitismo imbevuto in un qualche moderno liberalismo libidinoso occidentale.

Tuttavia, Israele, la libidinosa, liberale e “unica democrazia del Medio Oriente”, è impegnato anche in pratiche ben diverse e sinistre. Nonostante gli israeliani rappresentino la suprema manifestazione dell’apertura mentale occidentale e nonostante la loro “culinaria larghezza di vedute”, essi stanno anche facendo morire di fame milioni di esseri umani, cioè il popolo palestinese. Nonostante il fatto che gli israeliani si siano prodigati nel trasformare Tel Aviv, la loro capitale culturale, in una “città senza confini”, oggi Gaza è un confine senza città. E’ un enorme campo di concentramento, controllato per mezzo di ripetuti coprifuoco e fatto a pezzi dal costante fuoco di fila dell’artiglieria e dai raid militari. Israele ha trasformato le città palestinesi in vaste prigioni urbane circondate dal filo spinato, torrette e sentinelle.

Non rimane che chiedersi: come è stato possibile che quella stessa gente imbevuta di “cosmopolitismo”, “multiculturalismo” e ideologia liberale occidentale adotti un comportamento tanto scellerato nei confronti della popolazione indigena di quella terra?
Come si potrebbe adattare l’esclusiva inclinazione alla segregazione, che si riflette nel gigantesco muro dell’apartheid, con la propria immagine liberale infarcita di “culinaria larghezza di vedute” ? Come si può far collimare le subdole tattiche usate contro i palestinesi con la poetica immagine che gli israeliani hanno di sé stessi, quella di essere un’illuminata nazione umanista? Come si può far concordare la figura dell’ “israeliano in cerca di pace” con “i muri di sicurezza”?

Potremmo dover ammettere che qui abbiamo a che fare con una grave forma di frammentazione sull’orlo della schizofrenia collettiva. Mi spingerei al punto di sostenere che qui abbiamo a che fare con un inevitabile contrasto tra “Memoria” e “Nostalgia”.

La memoria si realizza come la capacità di immagazzinare, conservare e recuperare l’informazione. La memoria si riferisce al riconoscimento di un passato oggettivo e alla sua interpretazione effettiva. La nostalgia, d’altro canto, è il desiderio di tornare alla “terra natia”. Spesso si accompagna alla paura di non poterla più rivedere. In un certo senso, la nostalgia è il desiderio di un passato irrealizzato.

Il contrasto tra memoria e nostalgia è l’essenza della frammentaria realtà israeliana. Il Sabra è lacerato tra l’inclinazione a vedersi protagonista nella serie di “Sex and the city” tanto quanto la sua memoria lo riporta alla sua ultima visita a Londra, Parigi, New York e Tokyo. Dal punto di vista della nostalgia, egli è rimasto al Ghetto, circondato da “Muri di sicurezza” e immerso nella sua zuppa di pollo.

Il desiderio per il Ghetto potrebbe essere esplorato in ciò che gli israeliani considerano come “ricerca della pace”. Shalom viene spesso tradotto in “pace” ma non ha quasi niente da spartire con questo termine. Quando gli israeliani parlano di “shalom”, di “pace”, non fanno riferimento alla riconciliazione, all’armonia o alla trasformazione della loro società in una comunità ecumenica fondata su valori universali. Quando gli israeliani vanno in cerca di “pace”, loro intendono “sicurezza”. Ecco perché gli israeliani e i loro sostenitori occidentali interpretano il “ritiro unilaterale” come una mossa di “ricerca della pace”. Mentre pace significa ricerca genuina dell’amore, dell’armonia e della fratellanza, “shalom” significa piuttosto il contrario: separazione e segregazione. Mentre pace significa uscire dal proprio guscio e aprire il proprio cuore al prossimo, “shalom” implica la costruzione di una “barriera di sicurezza” e l’affioramento di un profondo e collettivo disprezzo per il resto dell’universo.

Tuttavia, questa bizzarra interpretazione ebraica della nozione di pace è ben lungi dall’essere un’invenzione israeliana. Come ho già detto prima, “Shalom” esprime il nostalgico anelito per il Ghetto europeo.

Già nel 1897, nel suo famoso discorso al Primo Congresso Sionista, Max Nordau espresse un concreto ed esplicito desiderio per il “Ghetto ormai perduto”:

“Il Ghetto…per gli ebrei del passato non era una prigione bensì un rifugio…Nel Ghetto, l’ebreo aveva il proprio mondo; per lui era un rifugio sicuro e per lui rappresentava valori spirituali e morali quanto la casa dei propri parenti. Qui si trovavano i membri dai quali desiderava essere giudicato e dai quali poteva effettivamente essere giudicato; c’era l’opinione pubblica, essere ammessi dalla quale rappresentava il massimo dell’aspirazione dell’ebreo……Qui tutte le specifiche qualità ebraiche venivano tenute in gran conto, e attraverso il loro speciale sviluppo si sarebbe ottenuta quell’ammirazione che è lo stimolo più spiccato della mente umana…….L’opinione del mondo esterno non contava nulla, in quanto opinione di nemici ignoranti. Si cercava di compiacere i propri correligionari e il loro applauso era la degna gratificazione della propria vita. Anche gli ebrei del Ghetto vivevano nel rispetto morale, una concreta vita appagante. La loro condizione esteriore era incerta, spesso gravemente a repentaglio. Ma, interiormente, essi raggiunsero uno sviluppo integrale delle loro specifiche qualità.
Erano esseri umani in armonia che non avevano bisogno degli elementi di una vita sociale normale. Inoltre percepivano istintivamente tutta l’importanza del Ghetto per la loro vita interiore e perciò avevano un’unica preoccupazione: renderne sicura l’esistenza per mezzo di mura invisibili, più sottili e più alte dei muri di pietra dietro i quali erano visibilmente reclusi. Tutte le costruzioni e le abitudini ebraiche perseguivano inconsciamente un solo scopo: conservare l’ebraismo separandosi dagli altri e rendere ogni singolo ebreo costantemente consapevole del fatto che egli era perduto e sarebbe perito se avesse abbandonato la sua caratteristica specifica.”

Questo discorso datato esprime chiaramente l’attuale, recondito desiderio degli israeliani.

Per l’israeliano, vivere circondati da “muri di sicurezza” non significa vivere in “una prigione ma in un rifugio”……Il Sabra “ha il proprio mondo” in Israele, dove l’opinione del “mondo esterno” non conta niente, poiché è “l’opinione di nemici ignoranti”. Nordau qui esprime quello stesso spirito che indusse Ben-Gurion, cinquant’anni dopo, a dire che “non importa ciò che i Gentili dicono ma ciò che gli ebrei fanno.”

Nel suo discorso, Nordau parla del valore spirituale del Ghetto, che fa sentire l’ebreo “al sicuro per mezzo di mura invisibili che erano molto più sottili e alte dei muri di pietra dietro i quali erano visibilmente reclusi.” Posso suggerire qui che è questa stessa intuizione che spiega le stupefacenti misure fisiche del muro israeliano dell’apartheid?
Tuttavia, mentre Nordau si riferisce a muri “invisibili”, il “muro di sicurezza israeliano” è piuttosto visibile ed è fatto di cemento armato grigio.

Per quanto l’israeliano desideri celebrare la sua immaginaria realtà liberal-cosmopolita, per quanto, rievocando la sua corta memoria, voglia provare i piaceri del sesso in una grande città, il desiderio nostalgico lo riporta indietro con la mente ad una scodella di “zuppa di pollo” fumante, in uno Shtetl molto piccolo. Egli desidera una vita ebraica “sicura” ed è questa brama che trasforma lo “Stato per soli ebrei” in un Ghetto incendiario. Ciononostante, diversamente dal vecchio Ghetto europeo, in cui gli ebrei apparivano piuttosto timidi, il nostro contemporaneo Shtetl israeliano è una bellicosa ed espansionista superpotenza nucleare.

Potremmo anche dover ammettere che il Sabra non è riuscito a creare una realtà omogenea nella quale un nuovo essere umano civilizzato rivendica il suo posto nell’umanità fondata su armonia e pace. Per quanto il Sionismo servì a forgiare un nuovo autentico ebreo, esso portò alla nascita di una comune di esseri umani tormentati e divisi dalla inevitabile collisione tra la memoria cosmopolita a breve termine e la nostalgia tribale di un clan.


Lo Tzabar e il Sabbar (il Sabra e il Fico d’india)

Un amico ritornato dalla Palestina alcune settimane fa è stato tanto gentile da condividere con me le sue impressioni. Nel suo viaggio da Gerusalemme a Ramallah, ha notato che gli israeliani si hanno fatto discreti sforzi per dare alla parte israeliana del muro un aspetto “architettonico”. Qua e là il muro era in gran parte piastrellato con pietra di Gerusalemme e ornato di fiori, in altri punti degli artisti avevano creato alcune immagini pastorali di paesaggi, laghi e olivi. Gli israeliani hanno addirittura alzato il terreno vicino al muro, dalla loro parte, tanto per renderlo più ridimensionato e dall’aspetto più amichevole. Tuttavia, una volta attraversato il check-point in direzione del versante palestinese, il mio amico non ha potuto ignorare le reali e sconvolgenti dimensioni del muro. Ha visto un gigantesco muro di cemento armato alto tra gli otto e i dieci metri che ormai invade l’orizzonte di ciò che è rimasto della Palestina.

Ci ho riflettuto per un po’. Sostanzialmente ho ripensato alla nozione di Nordau sul Ghetto e al suo dualismo tra “prigione” e “rifugio”. E sono arrivato alla conclusione che, per quanto gli israeliani siano inclini a rinchiudere i palestinesi dietro delle mura, il muro israeliano dell’apartheid peraltro non è che una prigionia che lo stato ebraico si è auto-inflitto. All’interno del discorso Sio-centrico stabilito da Nordau: prigione uguale rifugio.

Di conseguenza, il Sabra non è che una tragedia. Egli era destinato al fallimento. Il Sabra serviva per erigere il nuovo Ghetto ebraico, per rimediare al trauma dell’abbandono del Ghetto ebraico che fosse il risultato dell’Illuminismo europeo e della tendenza verso l’emancipazione degli ebrei. Il Sabra fu concepito per diventare un “nuovo essere umano civilizzato”. Missione veramente impossibile, mirata contemporaneamente a due scopi opposti: universalismo e tribalismo irriducibile. A quanto pare, i semi dell’apartheid israeliano e delle fondamenta del “muro di sicurezza” erano già stati gettati durante il Primo Congresso Sionista.

Comunque sia, per quanto il Sabra si riveli come aggressore e tragica entità storica auto-inflitta, è piuttosto evidente che non molti riescano a comprendere pienamente la profondità concettuale e ideologica che si cela dietro quel termine profondamente intenso, cioè Sabra. La parola ebraica Tzabar deriva dall’Arabico Sabbar, che è il nome del cactus di fico d’india (prickly pear), così diffuso in tutta la Palestina. E’ un’allusione alla tenace, spinosa pianta desertica dalla scorza sottile che cela una succosa parte interna più delicata, dolce e gustosa. Gli ebrei nati in Israele che si definiscono Sabra insistono nel considerarsi “ruvidi all’esterno ma dolci e sensibili all’interno”.


La Memoria della terra

Questa stessa immagine dell’ebreo nato in Israele quale dualismo tra “ruvidità” e “dolcezza” si riflette ormai nella topografia della regione. I muri con filo spinato che frammentano la Palestina in tanti piccoli Bantustan servono per difendere la succosa e dolce immagine della “cosmopolita” Tel Aviv. Purtroppo, il panorama della Palestina ridotta in brandelli è ormai un riflesso dell’immagine che il Sabra ha di sé e un’estensione della sua identità. L’aggressione israeliana verso i suoi vicini, unita all’auto-proclamata rettitudine, non è nient’altro che un riflesso della fantasticheria del “ruvido e dolce”.

A quanto pare, gli Israeliani insistono nel considerarsi “dolci e succosi”. Dopotutto, l’amore per sé stessi si è fatto strada tra i luoghi comuni ebraici già da un po’ (in opposizione all’odio del sé, una qualità che viene attribuita soltanto a capricciosi umanisti e pensatori ebrei). Tuttavia, al di fuori di Israele, sono in diversi a nutrire seri dubbi circa la dolcezza e la succolenza dell’israeliano e del Sabra. Si è appreso da poco che ministri e ufficiali dell’esercito israeliani sono stati ufficialmente sconsigliati di recarsi in viaggi all’estero proprio per evitare l’arresto per crimini commessi contro l’umanità.

Comunque, c’è qualcosa di cui persino la maggioranza dei Sabra è all’oscuro. Si tratta del simbolismo di quel cactus da cui loro prendono allegramente il nome. Questo stesso cactus di fico d’india in realtà rappresenta il furto israeliano della terra di Palestina.

Il cactus di fico d’India in realtà è uno degli ultimi residui rimasti dell’antica Palestina. Cresce in prossimità di aree di insediamento umano, si nutre di scarti umani. Il cactus era parte integrante del panorama rustico dei villaggi palestinesi, parte integrante del ciclo vitale palestinese. Sebbene Israele sia riuscito a cancellare le tracce del complesso dei villaggi e della vita rurale palestinesi antecedenti il 1948, i cactus rispuntarono subito dopo. Ogni volta che adocchiate un cactus in questa terra, siete più che autorizzati a supporre che lì si trovava una casa, una fattoria o un villaggio palestinese che poi è stato distrutto. I cactus sono veramente spinosi. Tuttavia, i loro aculei indicano i Sabra che hanno colonizzato la terra e ne hanno cancellato la sua storia in nome di quella ebraica.

Per la Palestina (la terra) e i palestinesi (il popolo), i cactus sono ben lungi dal rappresentare la nostalgia, sono soggetti a memoria breve e ad un presente animato. Si trovano in una terra rubata, desiderosi di un fellah palestinese(Palestinian Falahs), che li ha nutriti lungo tutta la storia. Sono in quella terra per conservare la storia dei villaggi palestinesi. Cactus pieni di frutti, in attesa che bimbi palestinesi giungano a coglierne i fichi.

Per quanto il Sabra si spacci per “ruvido e dolce”, il cactus sta lì a descrivere come stanno effettivamente le cose: La Palestina è un pezzo di terra, Israele e il Sabra sono solo un altro fugace momento della fantomatica fase epica ebraica. Questo stadio sta ormai entrando nella sua fase finale e giungerà presto alla fine.




Originale da: PeacePalestine

Articolo originale pubblicato il 2 gennaio 2008

L’autore

Diego Traversa è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte. Juan Kalvellido è membro di Cubadebate, Rebelión e Tlaxcala. Il suo website è http://www.kalvellido.net.

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LA TERRA DI CANAAN: 02/01/2008

 
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