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16/12/2017
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Storie di persone uccise dallo stato

Forse dell'ordine


AUTORE:  AA.VV.


Questa pagina nasce in seguito ad una mail che chiedeva di
diffondere il pezzo Sig.Giuseppe, della CRC Posse.
E' l'infinitesimale contributo di Tlaxcala per chi chiede giustizia e non la ottiene.
Sei persone, diverse tra loro, uccise, in diverse circostanze, dallo stesso Stato.
Lo Stato che non vuole rendere giustizia agli innocenti.

Un abbraccio alle loro famiglie e a quelle di tutte le vittime dello Stato.  
http://www.piazzacarlogiuliani.org/carlo/pernoncarli/03.php 





Federico Aldrovandi


http://federicoaldrovandi.blog.kataweb.it/
http://www.veritaperaldro.it/
http://lerrico.blogspot.com/2008/02/buchi-neri.html

Lunedì 2 gennaio 2006

Scrivo la storia di quel che è successo a Federico, mio figlio.
Non scriverò tutto di lui, non si può raccontare una vita, anche se di soli 18 anni appena compiuti.
È morto il 25 settembre, il giorno di natale sono stati tre mesi...
Ho sempre pensato che sopravvivere ad un figlio fosse un dolore insostenibile. Ora mi rendo conto che in realtà non si sopravvive. Non lo dico in senso figurato. È proprio così. Una parte di me non ha più respiro. Non ha più luce, futuro...
Perché il respiro, la luce e il futuro sono stati tolti a lui.
Sabato 24 settembre è stato un giorno sereno, allegro...
Dopo la scuola il pranzo insieme, chiacchiere, risate. Era ancora estate, faceva caldo. Ha portato a spasso il suo amico cane. Non lo faceva spesso, ma quel giorno è andato con la musica in cuffia. Tutto in quel giorno aveva un'aura speciale.
Pensandoci ora è come se avesse voluto salutare tutti noi. Ha avuto sorrisi per tutti... la gioia era lui.
Ha incontrato la compagnia, ha fatto il suo lavoretto di consegna pizza.
Il programma della sera prevedeva un concerto a Bologna.
Prima di partire è passato da casa per cambiarsi le scarpe, rotte giocando a pallone...
È stata l'ultima volta che l'ho visto vivo.
Ha salutato tutti, compreso il fratello che dormiva già, chiedendomi perché Stefano non avesse risposto al suo saluto.
Anche una sua amica mi ha confermato che quella sera era sereno, che l'ha salutata sorridente con la solita pacca sulla spalla e l'appuntamento al giorno dopo...
Non è mai esistito il giorno dopo.
Al Link il concerto era stato annullato. Quindi la serata è trascorsa lì dentro.
L'hanno detto i compagni che erano con lui, non posso definirli amici, e le analisi lo hanno confermato. Uno dei ragazzi gli ha venduto una sostanza, una pasticca o simili.
Lo definiscono lo sballo del sabato sera. È sbagliato si. Ma non si muore di questo...
Federico lo sapeva bene. Era stato partecipe di un progetto scolastico di ricerca e informazione promosso dalla provincia. So che la sua era una conoscenza approfondita con ricerche sui siti delle asl, conosceva le sostanze e gli effetti. Ed era a suo modo un igienista. Aveva grande cura del suo corpo, di quel che mangiava. Era uno sportivo. Una ragazzo splendido pieno di salute.
E di progetti: pensava alla musica, al suo futuro, lo studio serviva a costruire il futuro.
Nell'immediato c'erano le cose semplici: la patente dopo pochi giorni, il karate, un band musicale da organizzare con gli amici, e la vita di tutti i giorni cercando di stare bene...
Trascorsa la serata il gruppo era rientrato a Ferrara, tornati al punto di incontro dove i più avevano lasciato le macchine o i motorini.
Federico era a piedi. Era partito da casa in macchina con Michy, che poi non era andato a Bologna.
Erano ormai le cinque del mattino. I ragazzi hanno raccontato che gli hanno offerto un passaggio ma Federico non aveva voglia di rientrare subito. Sarebbe tornato a piedi. Era vicino a casa...
Dal suo cellulare si vede che ha chiamato diversi altri amici. Specialmente i suoi migliori amici, un paio di volte ciascuno. Forse per chiedergli se erano ancora fuori... sembra che nessuno gli abbia risposto. I ragazzi che conosco mi hanno detto che avevano già spento il cellulare per dormire.
E poi non so cosa sia successo esattamente. A quell'ora mi sono svegliata, forse non del tutto, chiedendomi se Federico fosse rientrato. Avevo una stanchezza invincibile non riuscivo a muovermi. Poi ho sentito un rumore nella sua stanza ed ero sicura che fosse lì...
Mi sono risvegliata che erano quasi le otto.
Ho cominciato a chiamarlo e ad inviare messaggi. Nulla...
Non era possibile che non rispondesse. Se tardava mi avvisava sempre. Diceva che lo stressavo ma non voleva farmi stare in pensiero. Mi aggrappavo all'idea che avesse solo perso il cellulare...
Poi l'ha chiamato anche suo padre. Sul cellulare di Federico il padre è memorizzato col solo nome, Lino.
Una voce ha risposto.
Ha imperiosamente chiesto chi fosse al telefono, ed ha chiesto di descrivere Federico.
Poi si è qualificato come agente di polizia, ed alle nostre domande ha risposto che avevano trovato il cellulare su una panchina dalle parti dell'ippodromo e che stavano facendo accertamenti. Ed ha riattaccato.
Immediatamente ho cercato in Questura, e ho cercato anche ripetutamente un amico che ci lavora.
Nulla.
Il centralinista rispondeva: c'è il cambio di turno... non sono informato..., appena avremo notizie chiameremo noi...
Niente per altre tre ore!!!! Passate nell'angoscia e nelle telefonate frenetiche agli ospedali, ai suoi amici e di nuovo ripetutamente alla questura.
Nel frattempo Stefano è accorso in bicicletta alla ricerca del fratello. Ringrazio il cielo che non sia andato nel posto giusto.
La polizia è venuta ad avvisarci solo verso le 11. dopo che lo avevano portato via.
Il suo corpo è rimasto sulla strada dalle 6 alle 11.
E non mi hanno chiamata. Era mio figlio. Nessuno ha il diritto di tenere una mamma lontana da suo figlio!
E mi hanno detto che lo hanno fatto per me... perché era meglio che non vedessi.
In quel momento gli ho creduto.
La polizia ha detto che un'abitante della zona aveva chiamato perché sentiva delle urla.
Dicevano anche che si era ferito sbattendo da solo la testa contro i muri.
Questo si è rivelato falso. Smentito dalle verifiche. Federico era sfigurato dalle percosse.
Molto tempo dopo ho riavuto i suoi abiti. Portava maglietta, una felpa col cappuccio e il giubbotto jens. Sono completamente imbevuti di sangue.

Hanno detto che non voleva farsi prendere. Che ha lottato ed è salito anche in piedi sulla macchina della polizia. I medici hanno riferito che aveva lo scroto schiacciato, una ferita lacero-contusa alla testa e numerosi segni di percosse in tutto il corpo. Ho potuto vedere solo quella sul viso, dalla tempia sinistra all'occhio e giù fino allo zigomo, e i segni neri delle manette ai polsi. L'ho visto nella bara. Il suo corpo non sembrava più allineato e simmetrico. Il mio bambino era perfetto, e stupendo. L'hanno distrutto...
E la polizia mi raccontava che era drogato. Che si era fatto male da solo. Che tutto questo era successo perché era un povero tossico e noi sfortunati...
Lo vogliono uccidere due volte. Le analisi hanno confermato che quel che aveva preso era irrilevante. Non certo causa di morte né di comportamenti aggressivi. Semmai il contrario.
Quel che penso è che Federico fosse terrorizzato in quel momento. Gli stava crollando il mondo addosso. La vergogna di essere fermato dalla polizia, la patente allontanata perché aveva preso una pasticca. E aveva dimenticato la carta di identità.
Quella mattina nel vicinato dicevano che era morto un albanese. Nessuno si preoccupava più di tanto...
Ha certo cercato di scappare. Di non farsi prendere. Visto com'era ridotto si capisce come lo abbiano fermato. Quando lo hanno immobilizzato, ammanettato a pancia in giù non ha più avuto la forza di respirare.
Chissà quando se ne sono accorti?
L'ambulanza è stata chiamata quando ormai non c'era più niente da fare. E nemmeno allora lo hanno portato all'ospedale per provare un intervento estremo. Lo hanno lasciato lì sulla strada. Cinque ore. Poi lo hanno portato all'obitorio. E solo allora sono venuti ad avvisarci.
Perché?
Se fosse vero che dava in escandescenze da solo perché non è stata chiamata subito l'ambulanza?
Perché atterrarlo in modo tanto violento e cruento? Era solo. Non c'era nessuno. Era disarmato. Non era una minaccia per nessuno.
Perché aspettare tanto prima di avvisare la famiglia? Chiaro. Per non farcelo vedere...
Se lo avessimo visto così cosa sarebbe successo? Che risonanza avrebbe avuto?
Sul giornale del giorno dopo un articolo che dichiarava che era morto per un malore... tratto dal mattinale della questura.
Il giorno dopo sull'altra testata cittadina "Federico sfigurato". Immediate controdeduzioni del Capo Procura: "non è morto per le percosse"... questa è stata la prima ammissione di quanto successo.
Ad oggi ancora non sono stati depositati ufficialmente gli esiti degli esami medici. Sono emersi solo alcuni dettagli che ho citato prima.
Quel che non mi da pace è il pensiero del terrore e del dolore che ha vissuto Federico nei suoi ultimi minuti di vita. Non ha mai fatto male a nessuno. Credeva nell'amicizia che dava a piene mani. Era un semplice ragazzo come tanti. Come tutti i ragazzi di quell'età si credeva grande ma dentro non lo era ancora. Aveva tutte le possibilità di una vita davanti, e una gran voglia di viverla...

Patrizia Aldrovandi

(da http://federicoaldrovandi.blog.kataweb.it/federico_aldrovandi/2006/01/02/federico/)

Interviste del blog beppegrillo.it: verità per Federico
http://it.youtube.com/watch?v=2p75O4oHCAU

Federico Aldrovandi – Testimone
http://it.youtube.com/watch?v=OJgw9UC9L80

Aldro chi l'ha visto trasmissione del 25 giu 07
http://it.youtube.com/watch?v=PN7BdXJDsIE&feature=related

IL POZZO DI FEDERICO
http://it.youtube.com/watch?v=4YptnpvY-n0&feature=related







Aldo Bianzino

http://veritaperaldo.noblogs.org/
http://www.lettera22.it/showart.php?id=7960&rubrica=219 

Lettera di Giuseppe Bianzino (padre di Aldo)

Cari amici de Il Manifesto, sono il papà di Aldo Bianzino (morto di percosse nel carcere di Perugia il 23/10/07 dopo essere stato arrestato per detenzione di marijuana, ndr) vi chiamo amici perchè, pur non conoscendovi personalmente, vi ho sentiti vicini nella tragedia che ci ha colpiti. Io e mia moglie desideriamo vivamente ringraziare voi e tutti coloro che hanno seguito e raccontato i fatti. Un grazie va a Luigi Manconi, al quale in particolare ci affidiamo perchè non molli e faccia di tutto per arrivare alla verità e identificare i colpevoli, e alla signora Maria Ciuffi, la mamma di Marcello Lauri che era stata colpita da una tragedia uguale e che ci ha scritto una lettera che voi avete pubblicato. Unisco a questa lettera alcune mie riflessioni delle quali mi assumo in ogni caso tutta la responsabilità scaricando eventualmente voi.

1. Quelli che hanno massacrato Aldo si sono comportati come i componenti della famigerata banda banda Koch, o come gli aguzzini di Videla o Pinochet. In quella gente però c'era una diversità: combatteva in modo ignobile, contro qualcuno, aveva una parte avversa, inerme e debole, ma comunque avversa che stava "dall'altra parte", che, almeno ai loro occhi, si configurava come "nemico". Lungi dall'essere una giustificazione, questa se non altro può essere un spiegazione. Ma Aldo, di chi poteva essere "parte avversa"?
2. Il direttore del carcere chiama se stesso e la sua organizzazione fuori da ogni colpa: ma in quel carcere che si definisce di "sicurezza", non era forse lui prima di tutti il responsabile di ciò che avveniva, della vita e della salute di chi gli era stato affidato? Si possono paragonare tra loro l'illegalità (secondo la legge italiana attuale) di coltivare piante di cannabis e le sevizie mortali (materiali, mentali, morali) inflitte ad un uomo? Eppure si sente aleggiare, tra i "benpensanti", la gente "per bene", che in fondo era un drogato, quindi aveva le sue colpe. La legge infame di cui sopra, tra l'altro accomuna marijuana e crack, eroina, cocaina, etc.: è come paragonare la camomilla ai barbiturici. Quanto al tenore di cannabinolo contenuto nelle piantine coltivate  ai nostri climi, per una pianta che, a quanto mi risulta, è acclimatata bene in Libano e in Messico, credo ci sarebbe da discutere.. Per l'accusa di spaccio, basta ricordare che la perquisizione in casa di Aldo ha fatto ritrovare in tutto 30 (trenta!) euro. E Aldo non aveva conto in banca o in posta.
3. Mi dicono che il Pm che ha in mano l'inchiesta sia una persona seria, che vuole andare a fondo e trovare i colpevoli. Ma è quello stesso che ha fatto arrestare Aldo e la sua compagna. Possibile che non avesse saputo che così facendo avrebbe lasciato soli in una casa isolata sull'Appennino un minore (quattordicenne) con la nonna ultranovantenne dalla salute precaria?
4. Non ho nessuna fiducia che si arrivi a stabilire la verità tramite la "giustizia" italiana. Abbiamo troppi esempi in cui lo stato italiano ha coperto le colpe di delitti e stragi su cui aveva interesse che la verità non venisse fuori. Mi vengono in mente Piazza Fontana, Brescia, Bologna, l'Italicus, Ustica, il G8 di Genova, l'assassinio di Pinelli, in cui il primo responsabile a sua volta è stato messo a tacere in un modo che ricorda parecchio il caso Kennedy, mandando poi in galera gente che probabilmente non c'entrava affatto. Voglio vedere, (ma vorrei non vedere) se anche qui trionferà la logica degli omissis (magari non dichiarati) del segreto di stato, della vergogna. Siamo sicuri che tutte le morti avvenute in carcere in questi anni e catalogate come "suicidio" siano state veramente tali?
5. C'è un pezzo per pianoforte di Robert Schumann, triste, ma di una tristezza quasi incredula, che ripete in vari toni, la stessa frase musicale che è una disperata domanda : si intitola "Warum?", perchè?

Giuseppe Bianzino
(da Il Manifesto del 16 novembre 2007)

Interviste del blog beppegrillo.it: Roberta Radici
http://it.youtube.com/watch?v=-N3cNZCBDr4







Mario Castellano

http://digilander.libero.it/mariocastellano/

Il casco ti salva la vita....

20 luglio 2000: Mario Castellano, un ragazzo di 17 anni, è a bordo di un motorino e non indossa il casco. Nei pressi dell'ippodromo di Agnano una volante della polizia gli intima di fermarsi. E' una scena che più volte nei mesi precedenti si era ripetuta con gli stessi attori. Sfugge all'alt di un agente e scappa per poi ritornare indietro ed evitare di essere bloccato, fino a quando l'agente stesso impugna la pistola e spara, colpendolo mortalmente alla schiena.
Grazie alla testimonianza di un driver del vicino ippodromo l'agente che ha sparato è stato accusato di omicidio volontario e condannato in primo grado a 10 anni di carcere.
Oggi è stato assolto dalla Corte di Assise di appello di Napoli perchè "il fatto non sussiste".
Gli amici di Mario e i passanti, quel 20 luglio di due anni fa, reagirono con rabbia alla terribile immagine che gli si materializzava davanti agli occhi.
I genitori, nel tempo, lo hanno pianto e hanno provato a fare chiarezza sull'accaduto, decidendo perfino di creare una pagina web per ricordare il figlio scomparso. Hanno anche ricordato a tutti "Non è stato un errore, lo conosceva bene e lo perseguitava".
La Questura di Napoli si è limitata a fornire versioni ridicole sull'accaduto e a difendere un assassino.
Oggi in un aula del tribunale hanno sparato una seconda volta a Mario ed alla sua familgia; oggi hanno scagionato un agente di polizia amante delle armi, che non ha resistito all'affronto di essere beffato da un ragazzino di 17 anni e dal suo scooter. Oggi hanno ricordato a tutti gli uomini in divisa della città che si può uccidere per far rispettare la legge.

(da http://italy.indymedia.org/archives/archive_by_id.php?id=264 )


"Niente perdono senza pentimento"

NAPOLI - Mario non è morto per un incidente. Solo riconoscendo la sua responsabilità, e pentendosi per quello che ha fatto, il poliziotto che ha sparato avrà il perdono della famiglia. E' questa la posizione dei parenti di Mario Castellano, il diciassettenne ucciso venerdì scorso dall'agente di polizia Tommaso Leone perché non si era fermato all'alt della pattuglia.

Tommaso Leone è da ieri agli arresti per omicidio volontario. Eppure, protesta Achille Castellano, lo zio di Mario, "Quel poliziotto va ancora dicendo che è stato un incidente, dovrebbe invece pentirsi di ciò che ha fatto. Lui sa benissimo che non è stato un incidente, quindi si deve prima pentire e poi ci sarà il perdono, perchè noi siamo gente di animo buono".

Insieme con alcuni fratelli Achille Castellano ha spiegato oggi ai giornalisti gli umori e le reazioni della famiglia dopo l'arresto dell'agente. Noi ha detto lo zio di Mario, non abbiamo nulla da recriminare contro il corpo della polizia di Stato. Tutt'altro: "Domani - ha spiegato - terremo una fiaccolata in memoria del nostro ragazzo. E abbiamo invitato alla manifestazione anche la polizia".

E nulla hanno da spartire, i Castellano, con le scritte offensive che sono apparse in questi giorni sui muri di Napoli, nel quartiere Agnano, dove Mario è morto. Scritte che puntano l'indice su tutta la polizia, senza esclusione di colpi. "Ci dissociamo - ha spiegato lo zio di Mario - dal contenuto di quelle scritte".

Sull'arresto dell'agente Tommaso Leone, invece, i Castellano si dicono d'accordo. Un segno che forse giustizia sarà fatta. Un passo avanti verso la serenità persa in questi giorni di lutto e dolore. Un arresto che ai familiari di Mario conferma la fiducia che dichiarano di avere verso le istituzioni.

Se c'è dissociazione dal clima di vendetta circolato in questi giorni tra le strade di Agnano, se c'è senso di fiducia verso le istituzioni, qualcosa però manca in casa Castellano perché il dolore per la morte di Mario possa essere sedato. Manca il pentimento dell'agente Tommaso Leone. Manca quel ravvedimento che consentirebbe ai Castellano di far spazio al perdono.

Nella fiaccolata organizzata per domani, la famiglia di Mario sta valutando la possibilità di distribuire ai ragazzi dei caschi perchè, ha spiegato lo zio del ragazzo, "la legalità comincia anche rispettando l'obbligo di indossarli". E le mille luci che saranno accese domani, secondo Achille Castellano, saranno lì a "dimostrare all'intera nazione il senso di civiltà e legalità che pervade il quartiere di Agnano e l'intera città di Napoli".

(25 luglio 2000, da http://www.repubblica.it/online/cronaca/polispara/pentimento/pentimento.html )







Giuseppe Casu

http://www.comitatogiuseppecasu.it/

GIUSEPPE CASU, AMMAZZATO DALLO STATO. OMICIDIO LEGALE

Si chiamava Giuseppe Casu e faceva il venditore ambulante abusivo a Quartu S. Elena, un grosso comune nella cintura urbana di Cagliari. È l'ennesima vittima delle politiche "securtarie" tanto di moda tra le amministrazioni di ogni orientamento politico. La metafora della guerra torna di moda, anche per colpire quelli che di volta in volta vengono individuati come i nemici interni. Guerre agli "ambulanti", ai "clandestini", ai "drogati", agli "imbrattatori", e via discorrendo. Che si tratti poi di guerre reali, e non metaforiche, condotte con lo spirito e i metodi della guerra, ce lo dicono le vittimeche queste piccole guerre interne disseminano nelle nostre strade.Giuseppe Casu è una vittima della "guerra agli ambulanti abusivi"
proclamata dagli amministratori del suo comune per il ripristino della legalità.

Inizialmente è stato perseguitato dalle guardie municipali che lo hanno tempestato di multe per più di un anno. Per motivi non chiari multavano quasi esclusivamente lui. Questa strana circostanza l'ha ammessa anche il vicesindaco, Tonio Lai, rispondendo in consiglio ad una interrogazione sulla vicenda. Poi però afferma che tutto è chiaro e non è necessario aprire alcuna inchiesta interna. Quasi un'aperta rivendicazione di quello che è successo.

Giuseppe Casu, benché preoccupato, tutte le multe che riceveva le ha pagate regolarmente e ha continuato a scendere in piazza a vendere verdura. Il 14 Giugno 2006 le guardie gli hanno contestano un verbale per la cifra stratosferica di 5.000 euro, una cifra che Casu non può a quel punto pagare. Il giorno successivo ad aspettarlo in piazza, oltre ai municipali, ci sono anche i carabinieri e persino la stampa, avvisata evidentemente dal comune. Tutto avviene molto rapidamente, le guardie municipali si avvicinano a Casu e gli notificano un altra multa, ancora 5000 euro, poi Casu viene aggredito davanti a tutti, buttato a terra e ammanettato dalle guardie. A questo punto spunta fuori un'ambulanza e un incartamento, firmato dal sindaco e da alcuni medici che Giuseppe Casu non lo conoscevano e non lo avevano mai visto prima. Le carte dispongono il Trattamento Sanitario Obbligatorio (ricovero coatto) di quest'uomo, giustificato con la sua "agitazione psicomotoria".

Magia delle parole, un'aggressione in pieno giorno diventa un "trattamento sanitario", la naturale e logica reazione dell'aggredito è definita "agitazione psicomotoria" e la violenza ci viene ancora una volta goffamente spacciata per "cura". Il contenzioso tra il venditore abusivo ed il comune si incaricano di risolverlo gli psichiatri.

"Sgombero forzato, se ne va anche l'ultimo ambulante", titola trionfalmente il giorno dopo L'Unione Sarda (il fogliaccio reazionario locale), in un pezzo chiaramente ispirato dall'amministrazione comunale. È vero il contrario, Casu non è l'ultimo ambulante di piazza IV Novembre, ma tutti gli altri, il giorno dopo la sua aggressione, preferiscono spostarsi nelle vie limitrofe. Colpirne Uno per educarne cento.

Nell'aggressione probabilmente Giuseppe Casu è stato ferito, ha una mano gonfia e tumefatta, probabilmente una frattura, tracce di sangue nelle urine. Nessuno si preoccupa però delle sue ferite nel reparto psichiatrico nel quale viene condotto, nessun accertamento, nessuna cura. Questi aguzzini che si spacciano per medici hanno un'unica preoccupazione: i "trattamenti di contenzione", come li chiamano loro. I familiari, avvisati con grande ritardo di quanto era accaduto, trovano Giuseppe Casu legato mani e piedi a un letto e imbottito di psicofarmaci, rimarrà in questo stato, ininterrottamente per sette giorni, fino alla sua morte, avvenuta il 22 giugno per "tromboembolia-venosa". Lo hanno ammazzato loro.

Come descrivere il "trattamento" che ha dovuto subire quest'uomo? Non si trovano le parole, forse tortura è l'espressione più adatta. Mi viene in mente quel passo di Marcuse: "Coloro la cui vita rappresenta l'inferno della Società Opulenta sono tenuti a bada con una brutalità che fa rivivere pratiche in atto nel medioevo e all'inizio dell'età moderna" (da "L'uomo ad una dimensione"). Oltretutto ciò che Giuseppe Casu ha subito non è eccezionale né raro, è la normalità, la pratica quotidiana in un reparto di psichiatria come quello di Is Mirrionis a Cagliari.

Come in innumerevoli altri casi la sua fine sarebbe passata inosservata, nessuno indaga su casi come questi. Una serie di fortunate circostanze l'ha impedito: la famiglia non si è voluta rassegnare, il caso è stato conosciuto, sollevato pubblicamente, ora si è anche formato un comitato, tutte cose che gli assassini di Giuseppe Casu non si aspettavano, abituati come sono ad agire nella totale indifferenza e nell'impunità.

In seguito a queste denunce la Asl competente ha persino aperto una inchiesta interna scoprendo l'ovvio, e cioè che quest'uomo non è stato curato e anzi ha subito quelle che loro definiscono pudicamente come
"pratiche inaccettabili". L'inchiesta accerta anche che queste stesse "pratiche" vengono utilizzate sistematicamente nel reparto e si conclude però, naturalmente, senza che sia individuata nessuna responsabilità né richiesto nessun provvedimento concreto. C'è però, per il futuro, il proponimento di riformare il reparto e cambiare i "protocolli". Come dire: "si, è vero, siamo stati noi, però, credeteci, d'ora in poi saremo più bravi e non lo faremo più".

Ci tengo a raccontare questa terribile storia anche perché non penso si tratti di un caso singolare e raro, ma, al contrario, mi sembra una vicenda suo malgrado esemplare.

Veniamo educati all'idea che al mondo ci siano competenze e responsabilità differenziate, garanzie, separazioni di poteri, etc. Che ci siano politici che si occupano dell'amministrazione pubblica, guardie che tutelano "l'ordine pubblico", medici che curano, magistrati che giudicano il cittadino e che lo tutelano anche dagli "abusi di potere", e così via discorrendo.

Poi ti affacci nel mondo reale e ti accorgi che la realtà e ben diversa e che tutti i poteri collaborano a individuare il nemico e a colpirlo con i mezzi più diversi. Un meccanismo ben oliato, una logica di Guerra.

Guerre condotte in nome di un principio astratto di "legalità", per sostenere il quale si calpestano le più elementari esigenze di giustizia sociale e di solidarietà umana. Guerre condotte nel nome della "sicurezza", ma sicurezza per chi? A questa domanda ha dato una risposta esemplare l'assessore alle politiche sociali di Quartu, tale De Lunas. In un'assemblea popolare, per giustificarsi delle politiche di guerra all'abusivismo, costata la vita a Giuseppe Casu, così si esprime:"La gente si lamenta, non si trova parcheggio, i bottegai che vendono la verdura in negozio si lamentano della concorrenza...". Mostri. Nel nome della loro legalità bottegaia non abbassano lo sguardo nemmeno di fronte all'omicidio, convinti come sono che le loro politiche securitarie, alla fine, da un punto di vista elettorale, paghino.

Cosa dire infine della psichiatria? Cosa dire di questa pratica che pretende ancora di essere considerata scienza medica, ma che poi viene utilizzata dal potere come un brutale strumento di repressione? La sua è
una storia tragica e criminale, ha ammesso nel passato metodi di "cura" quali le mutilazioni cerebrali (lobotomia), lo shock insulinico (stato di coma indotto da iniezioni di insulina), la distruzione psicofisica dei
pazienti attraverso la segregazione a vita nei manicomi. Tutte pratiche attuate contro la volontà dei pazienti e definite a suo tempo innocue. In ogni epoca poi la psichiatria ha rinnegato se stessa, ha abbandonato con orrore quello che qualche decennio prima veniva spacciato come "cura", ha adottato nuove pratiche definite a loro volta "innocue" (oggi vanno di gran moda elettroshock e psicofarmaci) e che in realtà comportano sempre gravi rischi per la salute. Sono cambiati gli strumenti e le pratiche ma
la psichiatria non ha mai abbandonato, unica tra le discipline mediche, la pretesa di curare i suoi "pazienti" con la forza e contro la loro volontà. Pseudo-medici che svolgono una funzione disciplinare e di controllo, più che di "cura". Tutto questo si legge con una evidenza abbagliante nella tragica vicenda di Giuseppe Casu.

Ora nel nome di quest'uomo e per tutte le altre vittime senza nome di simili nefandezze, si è formato un comitato, lo si può contattare all'indirizzo elettronico com_sgc@yahoo.it, spero avrete presto sue
notizie. Gli assassini di Giuseppe Casu non devono dormire sonni tranquilli.

Massimo Coraddu
(Articolo pubblicato su Umanità Nova, n 33 del 22 ottobre 2006, anno 86)


La CRC Posse di Cagliari ha scritto una bella canzone per Giuseppe.







Marcello Lonzi

http://www.ristretti.it/areestudio/disagio/lonzi/index.htm  

Il caso di Marcello Lonzi: carcere e paura della verità
da www.ristretti.it 

Ci sono alcuni fatti che nella cronaca carceraria rischiano di assumere un tono scontato, quasi di normalità. E questo non perché avvengano con un’elevata frequenza, ma perché la dinamica di quel che è accaduto, l’iter investigativo, il percorso giudiziario assumono delle similitudini che non possono che far riflettere. È così la storia di Marcello Lonzi di 29 anni, "trovato morto" nella sua cella in una pozza di sangue con il cranio fracassato: siamo all’11 luglio del 2003.
Secondo l’autopsia la morte sarebbe dovuta a cause naturali, il famigerato arresto cardiaco che in carcere assume ormai, giustamente o meno, un senso cinico dell’ovvio: il cuore ha cessato di battere, come se normalmente ci fosse alternativa in caso di morte ad un "sintomo" del genere.
L’iter giudiziario lo potete leggere sul sito www.ristretti.it e sulla newsletter del 3 febbraio 2006, e non è su questo che ci vogliamo soffermare, anche perché è tristemente simile ad altri, di altre storie che si sono interrotte dietro le sbarre, storie di giovani, di persone anziane, di uomini come di donne a cui il carcere ha arrestato il cuore: persone morte per cause "naturali".
Sono delle situazioni dove ormai c’è un senso di abbandono, di rassegnazione, dove neanche l’urlo di una madre disperata arriva a far sperare in un po’ più di verità, e questo solito esito dove il massimo accertabile è che il cuore di Marcello si sia fermato lascia un sapore strano in bocca, soprattutto per chi il carcere lo conosce.
Ora la magistratura avrà sicuramente fatto il suo lavoro, avrà accertato l’accertabile, i medici avranno fatto la loro parte, certificando il certificabile, i testimoni saranno stati onesti ed avranno raccontato tutto quello che c’era da raccontare, eppure in questi episodi che avvengono dentro le carceri c’è quasi sempre qualcosa che non va.
Sarebbe fin troppo semplice attaccare a destra e a manca i vari protagonisti della certificazione di morte naturale, perchè certo per chiunque abbia visto le foto, che sono state fatte circolare, le perplessità vengono automatiche. Ma perché i magistrati avrebbero dovuto indagare male? Perché i medici avrebbero omesso di certificare le reali cause della morte? Non dovrebbe aver senso dubitare però viene automatico, le foto di Marcello, quelle immagini sono un controsenso: c’è troppa violenza in quelle foto di fronte a una "morte naturale" così beatamente certificata.. Ecco, forse quello che lascia inquieti è proprio l’assuefazione alla morte in carcere. E una foto come quella di Marcello Lonzi, finisce comunque per corrispondere all’immaginario di molta gente, per cui la violenza è "naturale" in carcere, e così quasi nessuno si meraviglia se tutto è archiviato come un episodio assolutamente nella norma.
Un tentativo di risposta a queste domande occorre iniziare a darselo, perché la vera sensazione è che non sia più possibile che quando si parla di carcere si arrivi a rendere automatica la censura su ciò che vi avviene all’interno. Il flusso delle informazioni che arrivano fuori è spesso filtrato dalle direzioni di Istituto, di tante cose che succedono non si riesce ad avere mai conferma o smentita tanto che chi si trova a tentare di fare informazione va spesso in crisi.
Nell’esperienza fatta raccogliendo notizie per il dossier "Morire di carcere" ci sembra ricorrente il tentativo di divulgare il meno possibile i fatti, di non informare, e spesso di alcune morti per malattia o "sospette" è solo grazie ai familiari ed al volontariato che ci è possibile informare.
Eppure siamo nel 2006, e non esistono ragioni di sicurezza, sufficientemente valide, per continuare ad avere delle carceri dove anche le visite ispettive dei parlamentari di rado consentono di arrivare a verificare quali sono le reali condizioni di un istituto. Quando poi succede qualcosa all’interno diventa quasi impossibile sapere la realtà dei fatti. In genere scatta il silenzio generale, si provvede a trasferimenti anomali, nemmeno chi ci vive dentro è spesso in grado di conoscere la verità.
Il carcere resta ancora una realtà chiusa e la chiusura aumenta quando succede qualcosa, il nostro lavoro sull’informazione è continuamente alle prese con notizie riportate da detenuti e sulle quali è spesso impossibile avere una verifica, notizie su fatti che non vengono mai denunciati: ma questo non significa che siano false. Succede poi spesso che arrivino anche notizie distorte, a volte strumentali, e a queste fanno da contraltare le sensazioni di sommarietà e superficialità delle indagini della magistratura.
Così dopo la seconda archiviazione della denuncia per omissione di atti d’ufficio fatta dalla madre di Marcello Lonzi, nonostante lei avesse chiesto addirittura al Presidente della Repubblica di avere maggiore chiarezza sulla vicenda del figlio, ci troviamo oggi con un senso di grande amarezza perché per quanto si sia chiesta la verità, una spiegazione coerente con quello che era possibile intuire da quelle terribili foto che erano disponibili su internet non è stata data...
Così finisce la gran parte delle storie come quella di Marcello Lonzi, una storia che non convince nessuno e che pretende di accontentare tutti, con una madre che grida all’ingiustizia ma che non ha la forza per smuovere un sistema come quello delle nostre carceri, dove la vita delle persone che vi entrano vale immediatamente di meno, e non c’è bisogno di aspettare che muoiano per rendersene conto. Basta citare la situazione della Sanità, il sovraffollamento, gli abusi per i quali certi istituti sono noti, è di fronte a tutto questo che la morte di Marcello, che resterà comunque poco chiara, diventa improvvisamente "normale", ed è contro questa assurda normalità che chi vuole veder cambiare le cose ha messo l’informazione come perno centrale ai percorsi di cambiamento della cultura penitenziaria. Senza informazione difficilmente esistono diritti, compreso quello di vivere, perché senza informazione qualsiasi cosa ti succeda in carcere praticamente non esiste, nessuno la saprà mai.
Quello che è avvenuto nel carcere delle "Sughere" sfugge ancora all’informazione e questo è emerso sin da subito, occorre quindi che i detenuti ed i volontari che credono nel senso di umanità comincino a darsi da fare, perché il carcere non sia un mondo governato fuori dalle leggi, perché storie come quelle di Marcello Lonzi, 29 anni, ristretto nel carcere delle "Sughere", non vengano dimenticate e non avvengano mai più.

(Federazione Nazionale dell’Informazione dal e sul carcere, 9 febbraio 2006 - da http://www.socialpress.it/article.php3?id_article=1193 )







Riccardo Rasman

www.youtube.com/watch?v=5amVivEJj4Q
www.youtube.com/watch?v=iMQL75yUIuk


Giovedì, 28 Febbraio 2008

Riccardo Rasman

[...]

SENATO DELLA REPUBBLICA
Gruppo Rifondazione Comunista-Sinistra Europea
INTERROGAZIONE AL MINISTRO DELL’INTERNO
Premesso che:
Riccardo Rasman era un giovane nato a Trieste il 5 agosto 1972;
nel 1992 il Rasman, nel corso dell’espletamento del servizio di leva durante, riferì di aver subito atti di “nonnismo” in seguito ai quali iniziò a manifestare una sindrome schizofrenica paranoide;
a seguito di un ricorso promosso contro il Ministero della Difesa, la Corte dei Conti per il Friuli Venezia Giulia con sentenza del 26 settembre 2003 riconobbe il giovane, in relazione alla sindrome maturata, l’infermità dipendente da cause di servizio;
il 27 ottobre 2005, poco dopo le 20, Rasman era da solo nel suo appartamento assegnatogli dall’istituto case popolari a Trieste, presso il quale si recava saltuariamente;
Rasman si trovava probabilmente in uno stato di agitazione psico-fisica dovuto alla sua malattia e, tenendo la musica della radiolina alta si mostrò nudo sul balcone da dove lanciò due patardi sulla strada, uno dei quali cadde vicino alla figlia del portiere dello stabile;
questo episodio, pur non provocando lesioni alla ragazza, spinse a chiedere l’intervento del 113;
quando le forze dell’ordine giunsero sul posto con due volanti il Rasman si era ormai rivestito e steso a letto spaventato, rifiutandosi di aprire la porta di casa;
nonostante il Rasman, secondo le testimonianze dei vicini, si fosse completamente calmato e seduto sul letto, gli agenti chiesero l’ausilio dei Vigili del fuoco per forzare la porta
una volta sfondata la porta di casa vi fu una violenta colluttazione fra il Rasman, di corporatura molto robusta, e i quattro agenti che lo immobilizzarono;
dopo la colluttazione Rasman riportava ferite sanguinanti al volto e alla testa; fu ammanettato con le mani dietro la schiena e gli furono legate le caviglie con un filo di ferro.
gli agenti effettuarono su Rasman una prolungata pressione sul dorso al fine di renderlo inerme, e lo lasciarono nella predetta posizione prona per diversi minuti nel corso dei quali il Rasman iniziò a respirare affannosamente e ad emettere rumorosi rantoli, percepiti anche dai vicini di casa;
Riccardo Rasman cessò di rantolare e divenne cianotico, ma solo tardivamente gli agenti chiesero l’intervento del 118, senza ancora - nel frattempo - provvedere a voltare l’uomo in posizione supina;
giunto sul posto il 118, viene constatato il decesso di Rasman.
Considerato che:
le indagini vennero effettuate su delega del PM dagli stessi poliziotti coinvolti nella colluttazione;
dopo due anni di indagine, nell’ottobre 2007, il Pubblico Ministero dott. Mortone, ha richiesto l’archiviazione del caso ritenendo che i quattro agenti intervenuti, indagati per omicidio colposo, abbiano agito nell’adempimento di un dovere e quindi con pieno diritto, pur essendo stato accertato dalla perizia medico legale disposta dallo stesso PM che il decesso è avvenuto per “asfissia posturale” del Rasman causata dall’azione dei quattro agenti;
effettuata opposizione all’archiviazione da parte dei legali della famiglia Rasman, il prossimo 28 febbraio si celebrerà davanti al GIP l’udienza che dovrà decidere sulla richiesta di archiviazione;
questo episodio presenta delle inquietanti similitudini con quanto pare sia accaduto al giovane Federico Aldrovandi, il giovane di 18 anni morto a Ferrara pochi minuti dopo essere stato fermato e malmenato dalla polizia.
Per sapere:
se il ministro intenda chiarire quali siano i motivi per i quali siano stati utilizzati metodi tanto brutali con un invalido psichico;
se il ministro intenda verificare se la scelta di assegnare l’indagine agli stessi poliziotti coinvolti nella colluttazione e quindi nella morte di Rasman;
come il ministro intenda intervenire per far chiarezza su questi episodi di fermi di polizia che troppo spesso si tramutano in colluttazioni ed a volte, come nel caso di Rasman e del giovane Aldrovandi, sfociano in tragedia.

Roma, 27/2/2008

Sen. Adelaide Gaggio Giuliani

(da http://federicoaldrovandi.blog.kataweb.it/federico_aldrovandi/2008/02/28/riccardo-rasman/ )



Morto di polizia ?   Giallo a Trieste

Una mossa che raramente capita di vedere in un'aula giudiziaria: un pm che revoca di fatto la richiesta di archiviazione presentata da lui stesso. E' successo ieri mattina nell'aula del tribunale di Trieste. Si riapre così il caso sulla morte di Riccardo Rasman: il gip Paolo Vascotto si è preso cinque giorni per decidere sulla richiesta di un supplemento di indagini del pubblico ministero Pietro Montrone.
Riccardo aveva 34 anni, da tempo soffriva di una sindrome schizofrenica paranoide, era seguito dai servizi sociali. La sera del 27 ottobre 2006 si trovava da solo nel suo monolocale in via Greco 38. Forse era un po' su di giri, il giorno dopo lo attendeva un nuovo lavoro. O chissà cosa gli era accaduto. Ma fatto sta che quella sera Riccardo non fa nulla di socialmente pericoloso, se non buttare un paio di petardi in strada, ascoltare musica ad alto volume e girare nudo per casa. Petardi «forti come bombe», però, per una vicina che chiama la polizia. Intervengono almeno due volanti (il difensore di parte civile sospetta che ad un certo punto diventino quattro). Ma la porta è chiusa, quel ragazzone alto 1,85 per 120 chili si è ormai calmato, è steso sul letto, vestito e probabilmente impaurito. Sua sorella Giuliana, che da due anni insieme al padre Duilio e alla madre Maria Albina lotta per sapere la verità, in una video-inchiesta realizzata da Paolo Bertazza ricorda: «Viveva nella paura, e io che gli dicevo: Ricky non puoi vivere così. Pensa sempre che se qualcuno ti vuole fare male ci sarò io davanti a te». Ma quella sera al quarto piano di via Greco Giuliana non c'è e non può esserci. E lui è spaventato soprattutto dalle divise - anche se questo la polizia proprio non lo può sapere - perché la sua depressione inizia durante la leva militare, quando subisce violenti atti di «nonnismo», tanto da essere congedato e vedersi riconosciuta dalla Corte dei Conti l'infermità dipendente da causa di servizio. Ma sono proprio uomini in divisa quelli che intimano di aprire la porta. Riccardo urla che no, che se non se ne vanno li ammazza. E la polizia che, invece di chiamare i servizi sociali - nonostante sospetti di essere di fronte a una persona psichicamente debole, tanto da chiedere una verifica in centrale, che però non arriva in tempo - avverte i vigili del fuoco per sfondare la porta. Ne segue una colluttazione molto pesante, dicono le relazioni di servizio dei quattro agenti che ora sono indagati per omicidio preterintenzionale in concorso tra loro. Per bloccare Riccardo - che si agita e che accoglie i poliziotti brandendo un bastone - danno manforte anche i vigili del fuoco. Si tratta di almeno sei persone contro uno. La stanza è in penombra, nessuno accende la luce, si vede poco. Riescono ad ammanettarlo con le mani dietro la schiena, ma lui si agita ancora. Allora gli salgono sul dorso in due. Gli legano i piedi con un filo di ferro. Quando infine accendono la luce, si rendono conto che è cianotico, e che ha perso i sensi. Chiamano il 118, ma Riccardo è morto.
Per il medico legale incaricato della perizia dal pm ad averlo ucciso non sono le botte, nonostante nella stanza ci sia molto sangue, ma un' «asfissia posturale», causata dalla pressione sulla schiena di una persona in carenza di ossigeno. E' la stessa causa di morte sospettata dai legali di parte civile per un altro caso di decesso durante un controllo di polizia: quello del diciottenne Federico Aldrovandi a Ferrara nel settembre 2005. Sul caso Aldrovandi è in corso un processo per omicidio colposo, proprio oggi un'udienza in cui si attendono importanti smentite sulle ultime dichiarazioni dei dirigenti della questura ferrarese.
E ora uno spiraglio di luce anche per Rasman. Il pm ha fatto dietrofront, dopo aver sostenuto che l'intervento dei poliziotti era legittimo, e l'azione svolta in legittima difesa. «Va riconosciuto l'atteggiamento onesto», commenta uno dei legali, Giovanni Di Lullo, da pochi giorni affiancato da uno dei legali della famiglia Aldrovandi, Fabio Anselmo, che dice: «Ora attendiamo giustizia per una morte tanto sconcertante quanto choccante».

Cinzia Gubbini
(da Il Manifesto


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NELLA PANCIA DELLA BALENA: 05/03/2008

 
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