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22/10/2020
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E la Francia profonda si scopre in guerra


AUTORE:  Fausto GIUDICE

Tradotto da  Manuela Vittorelli


Il 20 agosto, in piene ferie, quando in Francia la brava gente si trascinava mollemente tra spiagge affollate e schermi televisivi per seguire le prodezze degli atleti a Pechino, cercando di tenere a bada lo stress che cominciava a insinuarsi all'idea del ritorno alla routine del "lavorare di più per guadagnare meno", la notizia è arrivata come un fulmine a ciel sereno: 10 valorosi giovani soldati francesi sono morti nel lontano Afghanistan, in un'imboscata tesa dagli orribili talebani a 50 km da Kabul, portando a 22 il numero dei soldati francesi morti dal 2002. Pochi, se confrontati ai 100 soldati britannici rimasti uccisi. E niente rispetto alle migliaia di afghani morti, e per afghani intendo uomini armati e disarmati, donne, bambini, vecchi.
E la brava gente di Francia ha così scoperto che il suo esercito era impegnato nella guerra in Afghanistan. C'erano voluti sei anni perché i francesi si rendessero conto di essere fisicamente coinvolti in una guerra.
Una guerra mondiale?
No.
Una guerra locale?
Neanche.
No, una "guerra dei mondi".
Due mondi si scontrano sulle montagne e sulle pianure dell'Afghanistan: da una parte ci sono i buoni, la "Coalizione" che raggruppa 70.000 soldati di una quarantina di paesi. Ufficialmente non sono là per fare la guerra ma per fare la pace, per ricostruire il paese e soprattutto per liberare le donne, queste povere afghane rinchiuse nella prigionia del velo. Dall'altra parte ci sono i "cattivi", i barbuti, i "terroristi", i "talebani", "Al Qaeda". Dunque questi soldati sono laggiù anche per combattere il terrorismo. È quello che George Bush chiama "la guerra mondiale contro il terrore", "Global war against terror". Salvo che i "terroristi" afghani beneficiano apparentemente del sostegno di gran parte della popolazione.
Nei sei anni trascorsi dall'inizio del conflitto l'opinione pubblica se n'è infischiata, di questa guerra che non è una guerra. La sinistra e l'estrema sinistra non hanno organizzato una sola manifestazione. Niente di niente. Silenzio radio e consenso totale. Non è andata diversamente in Spagna e in Italia, dove la sinistra istituzionale ha ritirato le sue truppe dall'Iraq per meglio impegnarle in Afghanistan. C'è qualche rimorso in più in Germania, Danimarca, Svezia, Norvegia e Canada, ma senza troppo incidere sul corso delle cose: "qui sono e qui resto", questo è il motto della Coalizione battezzata ISAF.
Di fatto, gli alleati degli Stati Uniti si occupano del lavoro di appoggio logistico e civile, in una sorta di "servizio a terra" per i boys statunitensi, che sono quelli che presumibilmente fanno il lavoro sporco, cioè si assumono il compito di commettere crimini di guerra e di sganciare sulla popolazione civile bombe all'uranio impoverito.
I francesi e gli europei, da parte loro, cercano di non sporcarsi le mani e di limitarsi a scavare pozzi e assistere partorienti.
Ma cosa ci sono andati a fare i soldati francesi in quella galera, si chiede a un tratto l'uomo comune. Un "lavoro indispensabile", ha risposto il Presidente. E il suo ministro Bockel ha fatto appello all'"unità nazionale", dicendo che questo non è il momento adatto per le critiche.

Pare infatti che la sinistra e l'estrema sinistra si siano bruscamente svegliate: il Partito Comunista Francese e la Lega Comunista Rivoluzionaria chiedono il ritiro delle truppe, il Partito Socialista si accontenta di dire che bisognerebbe "riesaminare la missione dei soldati francesi in Afghanistan". Il Fronte Nazionale è il più virulento nella denuncia di questa guerra che non si dice tale.

Il 21 agosto del 1968, esattamente quarant'anni fa, i carri armati del Patto di Varsavia entrarono a Praga, mettendo fine a una primavera troppo breve. I giovani cecoslovacchi scrivevano sui muri "Lenin, svegliati, sono impazziti" e cantavano ai soldati sovietici una canzone di loro invenzione il cui ritornello diceva: "Ivan, torna a casa, Natasha ti aspetta".
I resistenti afghani dovrebbero scrivere sui muri dei baraccamenti francesi a Kabul: "Jaurès, svegliati, sono impazziti".
Jean Jaurès, l'uomo che osò dire no all'Union sacrée per la guerra nel 1914 e pagò con la sua vita. Jean Jaurès, che il candidato Sarkozy si è compiaciuto di citare nei suoi discorsi scritti da Henri Guaino.
E i resistenti afghani adesso potrebbero cantare: "Kevin, torna a casa, Jessica ti aspetta". [1]

[1] Kevin e Jessica sono due dei nomi più diffusi tra le nuove generazioni di francesi. Kevin era il nome di uno dei dieci paracadutisti uccisi e Jessica quello della fidanzata di Jean, il figlio di Nicolas Sarkozy. [N.d.T.]


Originale da: Basta - Journal de marche zapatiste e Tlaxcala

Articolo originale pubblicato il 20 Agosto 2008

L’autore

Manuela Vittorelli è redattrice dei blog russologi  http://mirumir.altervista.org/ e http://mirumir.blogspot.com/ e  membro, come l'autore, di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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PACE E GUERRA: 26/08/2008

 
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