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22/07/2017
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"Mi hanno ucciso"

Anche se imperiale, la porcellana resta molto fragile – Un incidente di lavoro post-moderno


AUTORE:  Fausto GIUDICE

Tradotto da  Manuela Vittorelli


La Fabbrica imperiale di porcellana di San Pietroburgo, fondata dall'imperatrice Elisabetta II nel 1744, è uno dei punti d'orgoglio nazionali russi. Ha ritrovato il proprio nome prestigioso dopo essersi chiamata, dal 1925 al 1993, Fabbrica statale di porcellana Michail Lomonosov (dal nome del fondatore dell'Accademia russa delle scienze). La sua privatizzazione è stata al centro di una tempesta politico giudiziaria.

Flash-back: nel 1992 il trio al potere El'cin-Čubajs-Gajdar svendette 70.000 compagnie a privati, generalmente i direttori ex “rossi” degli stabilimenti, praticamente per un boccone di pane.

Questa privatizzazione selvaggia che porterà all'emergere dei cosiddetti oligarchi suscita le reazioni violente di nazionalisti, patrioti e comunisti, che dicono: “El'cin ha venduto la nazione a dei banditi”. Nel vocabolario russo appare un termine nuovo: deprivatizacija, deprivatizzazione.

La fabbrica di porcellana Lomonosov attira l'interesse degli investitori statunitensi, che vorrebbero recuperare il museo della porcellana adiacente alla fabbrica. Nel 1998 il Fondo di Investimento USA-Russia e Kohlberg Kravis Roberts, un corsaro di Wall Street, assumono il controllo della fabbrica con il 54% delle azioni per la modica somma di 4,5 milioni di dollari. Ma nell'ottobre del 1999 la Corte d'arbitraggio di San Pietroburgo decreta l'illegalità di questa privatizzazione. La stampa la definisce una grande vittoria della nazione russa.

Il Museo della porcellana passa sotto il controllo del Museo dell'Hermitage e la fabbrica sotto quello di un oligarca nonché veterano della guerra d'Afghanistan, l'ex tenente colonnello dell'aviazione Nikolaj Cvetkov, classe 1959, e del suo gruppo finanziario NIKoil.

Con una fortuna stimata in 8,4 miliardi di dollari nel 2007, Cvetkov è all'83° posto nella classifica degli uomini più ricchi del mondo stilata ogni anno dalla rivista Forbes. Dopo essersi assicurato la Fabbrica imperiale, crea il gruppo pomposamente chiamato Imperial porcelain holding. Si lancia poi alla conquista dei mercati emergenti (Asia, soprattutto Cina) e acquisisce il controllo di una serie di imprese in Italia, Germania, Spagna, Inghilterra, Austria e... Francia.

Nel 2002 Cvetkov “corre in soccorso” della fabbrica Deshoulières di Chauvigny (Vienne), a 30 chilometri da Poitiers, e nel 2007 di quella di Foëcy, nello Cher, battendo un concorrente statunitense, Haviland.

Deshoulières è un'impresa familiare creata nel 1826, che possiede quattro fabbriche in tre siti di produzione dove dà lavoro a 470 salariati: Chauvigny, Foëcy, Porcelaines de Sologne a Lamotte-Beuvron, Porcelaine de Limoges (PDL) e Doralaine a Le Dorat, nell'Haute-Vienne. È il gruppo di fabbricanti di porcellana più importante della Francia.

Ma a partire dal 2004 il gruppo entra in crisi e va in perdita (accumulando 30 milioni d'euro di deficit in tre anni).

Nell'ottobre del 2008 i russi licenziano il direttore Yann Deshoulières, lo rimpiazzano con il tandem Cyrille Roze-Gérard Zinck e annunciano uno di quei famosi “piani sociali”, che di fatto consiste nel taglio di 82 posti, cioè quasi la metà dei dipendenti, a Chauvigny. Comincia la lotta.

Philippe Widdershoven è alla testa di quella lotta. 56 anni, direttore del reparto informatico dello stabilimento, è il delegato della CGT (Confédération générale du travail, Confederazione generale del lavoro) della fabbrica. È in prima linea in tutte le azioni dei salariati per tentare di salvare i loro posti di lavoro. È dunque lui che i nuovi padroni prendono di mira. Nel novembre del 2008 emettono un comunicato accusandolo di essere il vero responsabile delle difficoltà dell'impresa.

Martedì 24 marzo 2009 il corpo di Philippe Widdershoven è stato trovato nello stagno di Morthemer, il comune dove risiedeva. Nella sede del sindacato, il suo predecessore nell'incarico di delegato sindacale ha trovato la fotocopia di una lettera di Philippe con su scritto: “Mi hanno ucciso”. Chiedendo perdono alla sua famiglia (lascia una moglie e una figlia ventenne), attribuisce il suo gesto a una pressione lavorativa troppo forte e chiede che il suo suicidio venga considerato un incidente di lavoro. I suoi compagni sindacalisti hanno così intrapreso delle azioni per far sì che il suo suicidio venga riconosciuto come incidente di lavoro, creando un precedente che ben rispecchierebbe l'epoca insensata nella quale viviamo.


Philippe Widdershoven in azione

L'emozione suscitata dalla tragica scomparsa di Philippe Widdershoven è stata molto forte. Ségolène Royal, presidente della Regione Poitou-Charentes, gli ha reso omaggio. Una senatrice comunista ha fatto osservare un minuto di silenzio al Senato.

Philippe Widdershoven, uomo di porcellana calpestato dall'elefante russo, si unisce alla schiera sempre più numerosa di martiri della mondializzazione capitalista.



N. Dan'ko. Marinaio con bandiera, 1919. Prodotto dalla Fabbrica statale di porcellana in epoca rivoluzionaria,
quando San Pietroburgo non si chiamava ancora Leningrado ma Pietrogrado.


Originale: Même impériale, la porcelaine reste très fragile - Un accident du travail post-moderne

Articolo originale pubblicato il 28/3/2009

L’autore

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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NELLA PANCIA DELLA BALENA: 30/03/2009

 
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