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27/11/2020
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L'Iran dopo le elezioni presidenziali del 2009

"Ahmadi l'iconoclasta" e "Dov'è il mio voto?"


AUTORE:  Kourosh ZIABARI ˜æÑæÔ ÖیÇÈÑی

Tradotto da  Loredana Miele, revisionato da Manuela Vittorelli


Tutti, dai detrattori più accaniti fino a più cordiali amici, stanno in questo momento osservando e commentando le elezioni presidenziali del 2009 in Iran, che hanno infine portato alla rielezione del presidente in carica Mahmoud Ahmadinejad e al prolungamento del suo mandato per altri quattro anni. 

I nemici hanno confermato la loro credulità e la loro miopia coltivando speranze di un possibile rovesciamento del governo islamico dopo che un gran numero di persone deluse e infuriate ha riempito le strade, per sei giorni, per protestare contro ciò che hanno definito una «frode e manipolazione su larga scala dei risultati elettorali», mentre i ben noti amici di antica data – tra cui il Libano, la Cina, la Russia, Cuba, il Venezuela, il Brasile, l’Azerbaigian e il Qatar – hanno dimostrato la loro lealtà con immediati messaggi di congratulazioni.

Tutto è iniziato la notte di sabato 13 giugno, quando il Ministro degli Interni aveva annunciato che Mahmoud Ahmadinejad era stato rieletto per portare avanti un nuovo mandato di quattro anni grazie a una netta maggioranza del 63% alle urne, infliggendo così una amara sconfitta allo speranzoso riformista Mir-Hossein Mousavi, con un distacco di 11 milioni di voti. 

Cifre ufficiali alla mano, Mahmoud Ahmadinejad diventerà il presidente più popolare dell’Iran dall’inizio della Rivoluzione Islamica, superando apparentemente l’ineguagliabile vittoria dell’ex Presidente Mohammad Khatami nel 1997, quando quest’ultimo aveva vinto con 21 milioni di voti,  il risultato più alto fino a oggi raggiunto in un’elezione in Medio Oriente.  

Il Ministro degli Interni ha dichiarato la vittoria schiacciante di Ahmadinejad con 24,5 milioni di voti, mentre la maggior parte dei sondaggi e delle inchieste pre-elettorali avevano indicato una concorrenza più serrata e una differenza meno marcata tra i due principali avversari: pronosticavano, infatti, persino la possibilità di un secondo turno per arrivare al risultato definitivo. La Commissione Elettorale Nazionale ha comunque registrato una minoranza infinitesimale di 330.000 voti andati all’altro candidato riformista, Mehdi Karroubi, una cifra totale che era inferiore persino alle 460.000 schede bianche.

I membri della direzione nazionale della campagna di Mir-Hossein Mousavi, preoccupati di una possibile frode elettorale in favore del presidente in carica dopo il dibattito in campagna elettorale, si sono diverse volte riuniti d’urgenza per trovare delle soluzioni, e la sola risposta che sono riusciti a concepire è stata l’organizzazione di manifestazioni di protesta nelle strade.


Masoud Ziaei Zardkhashoei

Le dichiarazioni di Mousavi 

Mir-Hossein Mousavi ha pubblicamente rilasciato parecchie dichiarazioni ufficiali dopo l’annuncio dei risultati definitivi, e ha inoltre inviato diverse lettere al Capo Supremo, al Consiglio dei Guardiani e al Capo della Magistratura per protestare contro la «manipolazione e i brogli su larga scala» di cui è stato testimone.  

I membri del Comitato di Protezione dell’Elettorato della campagna nazionale di Mousavi hanno a loro volta pubblicato diversi comunicati, attraverso il loro sito web ufficiale, sul modo in cui «i voti sono stati manipolati» durante le operazioni di votazione. Essi sostengono che gli ufficiali alle urne chiedevano agli elettori di scrivere il nome di Mir-Hossein Mousavi con «certe penne a sfera» e di annotare il numero elettorale di Mousavi sotto il proprio nome al momento di imbucare il voto; inoltre, gli stessi ufficiali espellevano gli osservatori del partito dai seggi elettorali.

Dopo l’annuncio ufficiale dei risultati, Mir-Hossein Mousavi ha invitato i membri del suo partito e i suoi simpatizzanti a organizzare manifestazioni e assemblee nelle strade indossando fasce ai polsi e intorno alla testa del colore che aveva scelto come simbolo religioso per la sua campagna, il verde. 

Questi massicci raggruppamenti, che i quotidiani britannici come il Daily Telegraph e l’Independent hanno descritto come le più importanti manifestazioni non governative dopo la Rivoluzione Islamica del 1979, sono durati sei giorni lasciando dietro di sé tra i 7 e i 15 morti, secondo le fonti ufficiali iraniane. 

Alcuni gruppi di agitatori e provocatori non politici, in cerca di occasioni per spargere violenza e instabilità nel mezzo delle tensioni politiche, hanno poi attaccato dei cittadini, distrutto beni pubblici, sfasciato autobus e altre strutture del trasporto pubblico e probabilmente ucciso 10 persone. Per impedire il dilagare delle proteste e spingere i manifestanti ad abbandonare le strade ed evitare così disordini più gravi (riguardo ai quali il Capo Supremo ha detto «sono estranei al partito e ai simpatizzanti di Mir-Hossein Mousavi»), alcuni poliziotti anti-sommossa in borghese sono entrati in azione; secondo l’intelligence nazionale, era stata individuata anche la presenza di un gruppo di terroristi legati agli USA, che progettava di far esplodere alcuni ordigni in venti zone molto popolate di Teheran (l’enorme capitale dell’Iran, che conta 10 milioni di abitanti). 

In una lettera indirizzata al Capo del Potere Giudiziario, l’Ayatollah Hashemi Shahroudi, l’ex presidente Mohammad Khatami e il candidato riformista sconfitto Mir-Hossein Mousavi hanno protestato insieme contro «gli scontri aggressivi con la popolazione» e hanno sollecitato la liberazione immediata delle persone arrestate nel corso delle manifestazioni: «secondo fonti degne di fiducia, sono ancora in atto durissimi scontri tra manifestanti e cittadini, e vengono attaccati alcuni complessi residenziali (…), la situazione è contraria alle regole della Repubblica Islamica, e l’impatto di questi eventi non sarà altro che il malcontento della società nei confronti del sistema (di governo)». 

«Facciamo appello alla vostra legittima autorità religiosa e al vostro senso di responsabilità nei confronti dei diritti dei cittadini per chiedervi di prendere le misure necessarie per mettere fine a questa situazione di instabilità e provocazioni, e per evitare la violenza contro il popolo», hanno aggiunto.


Dov'è il mio voto? - Ben Heine, Tlaxcala

La reazione del Capo Supremo 

Il Capo Supremo dell’Iran è stata la prima figura politica di grande importanza a reagire dinanzi alla «memorabile partecipazione della nazione iraniana all’arena elettorale». Egli stesso ha indirizzato una dettagliata lettera di congratulazioni alla nazione e al presidente eletto qualche ora dopo l’annuncio ufficiale dei risultati definitivi. L’Ayatollah Khamenei ha detto di aver apprezzato l’attenzione e la partecipazione dei 40 milioni di persone (l’85% degli iraniani aventi diritto di voto) della decima elezione presidenziale, che hanno «dato superiorità e dignità alla storia della nazione con tranquillità, serenità e maturità; l’irriducibile posizione che hanno dimostrato di fronte alla valanga di propaganda nemica, inoltre, riveste un’importanza tale da non poter essere descritta con un linguaggio comune e convenzionale». 

Il Capo Supremo ha fatto anche allusione all’importanza della «solidarietà» e della «capacità di discernimento» emersi nel periodo post-elettorale, e ha aggiunto: «avete provato, trent’anni dopo l’insediamento della democrazia religiosa in questo paese, che in momenti critici come questo sapete partecipare con più entusiasmo e fiducia che mai, assicurando tanto ai amici quanto ai nemici la continuità del vostro cammino».
In un altro punto della lettera, il Capo Supremo ha tessuto le lodi della nazione per la sua partecipazione senza precedenti: «grazie alla capacità creativa della nazione iraniana, le elezioni del 22 Khordad (12 giugno) stabiliscono un nuovo record nel lungo processo delle elezioni nazionali. La partecipazione dell’80% e i 24 milioni di voti in favore del presidente eletto sono un netto successo che può garantire l’avanzata e il progresso del paese, la sicurezza nazionale e un benessere sostenibile del popolo con l’assistenza e la benedizione divina».  

Tuttavia, il Capo Supremo ha indurito i toni qualche giorno dopo, durante il sermone del venerdì, nel momento in cui si svolgevano delle enormi manifestazioni per le proteste dei membri del partito del candidato perdente riformista Mir-Hossein Mousavi e, mentre la pressione internazionale sull’Iran aumentava con forza, ha chiesto a «coloro che hanno pianificato le manifestazioni dietro le quinte» di porvi fine, e di liberare le strade; in caso contrario, si sarebbe «rivolto ancor più francamente alla nazione».  

Il Capo ha consigliato ai candidati perdenti di proseguire le loro proteste per «vie legali», affermando che: «il destino delle elezioni deve compiersi alle urne, e non nelle strade». 

Tuttavia, fatto senza precedenti, il Capo Supremo ha comunque rimproverato il presidente Ahmadinejad per aver attaccato alcuni alti funzionari del paese durante il dibattito pre-elettorale, in diretta TV, con Mir-Hossein Mousavi. Ahmadinejad aveva accusato l’ex presidente Hashemi Rafsanjani e l’ex Presidente del Parlamento Nateq Nouri di corruzione e frode finanziaria: «non ho l’abitudine citare delle persone nel sermone del venerdì, ma questa volta l’ho fatto perché sono state già citate (nei dibattiti)», ha detto il Capo Supremo. «Conosco Hashemi da molto tempo… l’inizio dei nostri rapporti risale a 50 anni fa… Hashemi è stata una delle persone più importanti del movimento dell’epoca prerivoluzionaria… dopo la rivoluzione è stato più volte sull’orlo del martirio… fu compagno dell’Imam Khomeini, e dopo la morte dell’Iman stesso è sempre rimasto vicino al Capo Supremo».


Ali Hashemi Shahraki

Altre reazioni 

Le agitate elezioni presidenziali in Iran e i loro contestatissimi risultati hanno provocato diverse reazioni nel mondo. Con una posizione prudente e conservatrice nei confronti delle dispute nazionali sui presunti brogli, il Segretario dell’Ufficio Stampa della Casa Bianca, Robert Gibbs, ha mostrato la soddisfazione degli USA nel vedere l’entusiasmo e l’emozione che le elezioni hanno risvegliato in Iran, e ha dichiarato che il suo paese è stato «impressionato» dall’intenso dibattito e dall’interesse che le elezioni hanno sollevato tra i giovani iraniani. È la prima volta, dalla rivoluzione iraniana del 1979, che un alto funzionario della Casa Bianca rilascia delle dichiarazioni così amichevoli e positive sulle elezioni iraniane. Tuttavia ha detto ai giornalisti che gli Stati Uniti «osservano» attentamente la situazione, in particolar modo quelle che ha definito le «irregolarità» denunciate.  

Per sua parte, il Ministro degli Affari Interni canadese, Lawrence Cannon, in accordo con le frequenti condanne indirizzate negli ultimi mesi contro lo Stato e il popolo iraniano, ha manifestato la sua «profonda preoccupazione» per le «irregolarità» e ha lanciato un appello perché si apra immediatamente un’inchiesta sulla «frode e le discrepanze».  

Lawrence Cannon, durante gli ultimi mesi, ha espresso i suoi dubbi e la sua preoccupazione su diversi argomenti legati all’Iran, e il sito web ufficiale dell’ambasciata canadese a Teheran oggi straripa di dichiarazioni sulla sua «profonda preoccupazione» per i diritti umani in Iran, così come per le elezioni, gli esperimenti missilistici, l’utilizzo del nucleare, ecc. Il solo argomento su cui non ha mai espresso dubbi o preoccupazioni è il cattivo trattamento che l’ambasciata canadese di Teheran riserva alle richieste di visto degli iraniani, e il rifiuto del 61% delle richieste per i residenti temporanei nel 2007.  

Il Presidente del Brasile, Luis Inàcio Lula da Silva, il cui paese ha stabilito dei legami molti forti con l’Iran dopo l’elezione del Presidente Ahmadinejad, è stato uno dei primi capi di stato stranieri ad indirizzare un messaggio di felicitazioni a Teheran rifiutando la possibilità dell’esistenza di una frode elettorale, e in una conferenza stampa ha dichiarato: «fino a ora nessuno ha dimostrato che vi siano delle prove, e il Presidente iraniano è stato eletto da una maggioranza del 62% ». Ha anche confermato il suo prossimo viaggio a Teheran per «cercare una cooperazione bilaterale e stabilire una collaborazione più intensa».  

Al telefono dalla Turchia, il Primo Ministo Recep Tayyip Erdogan e il Presidente Abdullah Gul si sono congratulati con Ahmadinejad per la sua rielezione. Allo stesso modo, i presidenti di Russia, Bielorussia, Iraq, Libano, Armenia, Yemen e Venezuela hanno fatto pervenire le loro felicitazioni ad Ahmadinejad per il suo secondo mandato consecutivo.



Masoud Ziaei Zardkhashoei


La realtà di Mir-Hossein Mousavi 

Sebbene Mir-Hossein Mousavi fosse stato velatamente avvertito dal Capo Supremo, che è la più importante autorità politica e religiosa del paese, affinché cessasse la sua «propaganda di strada» e le sue «dimostrazioni di forza», e facesse proseguire il cammino delle sue domande e proteste per «vie legittime» (questo è ciò che i media occidentali cercano di deformare e distorcere in un confronto politico tra il movimento riformista e la linea politica del suo capo), la realtà delle cose è invece completamente diversa.  

Mir-Hossein Mousavi è stato il Primo Ministro iraniano tra il 1981 e il 1989 e, durante tutti e due i suoi mandati, l’Ayatollah Khamenei era il Presidente in carica. È stato inoltre il Primo Ministro popolare del defunto Imam Khomeini, fondatore della Rivoluzione Islamica, da parte del quale aveva spesso ricevuto elogi in diverse occasioni.

Al termine del suo primo mandato, l’Ayatollah Khamenei aveva esitato a nominarlo Primo Ministro una seconda volta, poiché pensava che vi fossero altre persone altrettanto competenti per tale carica. Tuttavia, alcune delle principali cariche ecclesiastiche dell’epoca, come il Generale di Divisione Mohsen Rezaei (ex Capo di Stato Maggiore dell’Armata dei Guardiani della Rivoluzione Islamica), chiesero di incontrare l’Imam Khomeini per fargli presente che Mir-Hossein Mousavi (che era stato Primo Ministro durante gli anni della guerra) godeva di grande popolarità tra i combattenti, e che avrebbe dato speranza ed energia ai giovani soldati che combattevano contro le milizie del dittatore Saddam. Per persuadere l’Ayatollah Khamenei a prolungare il mandato di Mousavi come Primo Ministro, l’Iman Khomeini rilasciò una storica dichiarazione in cui glorificava Mir-Hossein Mousavi come una figura rivoluzionaria importantissima nella storia contemporanea dell’Iran: «In quanto cittadino, dichiaro che scegliere una qualsiasi altra persona che non sia questo signore (Mir-Hossein Mousavi) sarebbe un tradimento nei confronti dell’Islam».  

Mousavi è stato quindi presentato al mondo come un importante riformista. Tuttavia, egli persegue la riforma e il cambiamento nel contesto della Repubblica Islamica dell’Iran, e ha sempre sostenuto il ruolo del legislatore come quello di giudice definitivo, una posizione che fino a oggi ha «salvato il paese dai colpi di Stato». Gli osservatori e gli esperti occidentali, che ritraggono Mousavi come un capo dell’opposizione e cercano di associarlo ai movimenti antirivoluzionari di Stati Uniti e Israele, stanno commettendo un grossolano errore.  

In questi ultimi giorni, la sezione persiana di Radio Israele ha diffuso degli speciali programmi di «emergenza» per far fronte alla «crisi iraniana», sollecitando «esperti» e «intellettuali» a invitare a loro volta i sostenitori di Mir-Hossein Mousavi a riversarsi nelle strade, invocare il rovesciamento del governo islamico e portare il caos nei trasporti pubblici, negli affari e nella vita quotidiana, incendiando strutture pubbliche, moschee, università e negozi. Le manifestazioni pacifiche e nonviolente dei giovani riformisti sostenitori di Mir-Hossein Mousavi che chiedevano che il loro voto venisse infine «rispettato» dalle autorità si sono ben presto ritrovate confuse alle azioni illecite e criminali di mercenari e agitatori appoggiati da Stati Uniti e Israele, il cui scopo e desiderio era quello di vedere una «rivoluzione di velluto» dilagare in Iran.  

Una delle considerazioni del Capo Supremo più apprezzate è stata quella in cui egli ha sottolineato la differenza tra i ribelli e i sostenitori di Mir-Hossein Mousavi. Durante un incontro personale con Mir-Hossein, l’Ayatollah Khamenei ha chiarito che «le azioni commesse dai ribelli e dagli agitatori violenti sono indipendenti» dai sostenitori di Mousavi, e coloro che arrecano danno ai beni pubblici e alle proprietà private lo fanno senza alcuna motivazione politica. 

Il conservatore moderato Ali Larijani, portavoce del Parlamento, considerato una delle figure più razionali e ragionevoli della campagna dei conservatori, ha anche affermato davanti alla nazione in un discorso in diretta TV che «coloro che, nascondendosi dietro la maschera di sostenitori politici di un certo movimento o di un certo candidato, causano danno alla proprietà pubblica o paralizzano la vita quotidiana delle persone, non fanno parte di coloro che protestano affinché sia garantito il rispetto del loro voto». 

Ha infine aggiunto che la Repubblica Islamica dell’Iran rispetta la libertà di parola, la libertà di scioperare e manifestare, e rifiuta con fermezza le proteste dei candidati che ritengono che ci siano state delle irregolarità con il loro voto: «È necessario rispettare la libertà di manifestazione, e quelli che sono incaricati di rilasciare le autorizzazioni per i cortei di protesta dovrebbero collaborare, e concederle in maniera costruttiva».  

Larijani, che è stato uno degli avversari di Ahmadinejad nelle elezioni presidenziali del 2005, ha  puntualizzato anche di aver avuto delle «conversazioni telefoniche» con le autorità del Consiglio dei Guardiani, il più alto organo elettorale dell’Iran, incaricato di ispezionare e supervisionare la qualità dei candidati per il turno finale delle elezioni e di controllare la credibilità finale delle votazioni, e di aver dato loro alcuni suggerimenti per facilitare le indagini sulle richieste di verifica presentate dai candidati sconfitti. 



Originale da:
http://palestinethinktank.com/2009/06/20/the-idol-breaker-ahmadi-and-where-are-my-votes/

Articolo originale pubblicato il 20/6/2009

L’autore

Kourosh Ziabari, Loredana Miele e Manuela Vittorelli sono membri di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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UMMA: 28/06/2009

 
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