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09/02/2010
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Solo i poveri hanno le cose


AUTORE:  Santiago ALBA RICO

Tradotto da  Massimo Marini


La Calle del Medio (Cuba) - Nella nostra vecchia casa di pietra, in un paesino vicino Madrid, avevamo una vite che si era inerpicata per decenni, abbarbicata al muro, per dispiegare sul balcone la sua ombra di dolci foglie e d'uva. Un giorno, non l'abbiamo trovata; ai piedi del muro dolorosamente nudo si alzava un moncone minuto reciso con violenza, tristissime fondamenta vegetali della cattedrale abbattuta. Nel vederci, uno dei vicini ci venne incontro per spiegarci con naturalezza, e quasi con biasimo:

– Era una seccatura. Mi sono comprato una macchina nuova più grande e dovevo fare molte manovre per entrare nella vostra strada, rischiando oltretutto che la vite mi graffiasse la carrozzeria. Così l'ho abbattuta. Era dura la maledetta; ho dovuto sudare per tagliarla.

Chiedeva quasi che lo ringraziassimo per lo sforzo. Gli sembrava così disdicevole che un albero ostacolasse il cammino di una macchina, e così naturale quella gerarchia, che non poteva immaginare la nostra contrarietà né la nostra collera. Tra macchine, la lotta forse sarebbe stata alla pari; ma tra una macchina nuova e un'escrescenza naturale che nessuno aveva comprato e che spuntava da sottoterra, la macchina nuova doveva far valere per consuetudine tutti i suoi diritti.

Le cattedrali a volte crescono da sole: si chiamano viti o lentischi o colline o ghiacciai. Si prendono il loro tempo per formarsi –decenni, secoli o millenni– e spariscono poi in un minuto perché ostacolano il moltiplicarsi e il godimento della vera ricchezza, fabbricata dalla Ford o dalla Sony e venduta da Wall-Mart o da El Corte Inglés.

Il modello mentale del nostro vicino paesano è quello di un mondo, quello capitalista, nel quale sono le macchine –le merci in generale– e non gli alberi ad avere valore. Ma non si può nemmeno dire, in verità, che abbiano molto valore. Che preferiamo le macchine e i televisori alle viti e alle colline non vuol dire che le macchine e i televisori rivestano ai nostri occhi il valore sacro che per i nostri antenati avevano certi alberi o certe montagne. In questo mondo ci sono, per così dire, le creature che non hanno alcun valore –come i roseti, i fiumi e gli iracheni– e quelle che hanno assai poco valore, come tutte quelle che possiamo comprare sul mercato. Lo abbiamo scritto altre volte: gli spagnoli buttano nell'immondizia i loro telefoni cellulare ogni tre mesi, i loro computer ogni anno e mezzo, le loro auto ogni due anni. Buttano ininterrottamente i fazzoletti, i fogli, le bottiglie, gli accendini, i rasoi da barba, le penne, i Cd. Danno più valore, certo, a un pezzo di plastica che a un castagno millenario, ma il pezzo di plastica lo trattano senza alcun rispetto e lo dimenticano immediatamente, lo accantonano o lo cambiano per un altro simile.

Il mistero metafisico del capitalismo si riassume in questa domanda: una merce è realmente una cosa? Ma prima di tutto: che è una cosa? Diciamo che cosa è tutto ciò che si rompe e che presto o tardi non si può più ricomporre;  tutto ciò che è indifeso, tutto ciò che richiede attenzioni, tutto ciò che diventa insostituibile col passare del tempo e la cui assenza, per ciò stesso, lascia pure una specie di cosa intangibile e triste al suo posto. La sedia che mi ha sostenuto per tanti anni, il libro, il vaso, il mare, li mondo stesso sono cose. Un bambino e un amato sono cose. Che ci piaccia o no, nella misura in cui siamo corpi e siamo alla mercè di tutti gli altri, anche noi esseri umani siamo cose. Non ci dispiacerebbe di essere trattati come cose di valore –o almeno come animali da compagnia. Ma il problema è che, sotto il capitalismo, siamo trattati come merci.

Prima la borghesia accumulava molte cose; ora solo i poveri ne conservano un po' con vergogna e aspirano proprio a liberarsi di esse. Le cose sono sparite. Quando qualcosa è sul punto di trasformarsi in una cosa, si corre al mercato a cambiarla con un'altra. Non si rompe niente perché buttiamo tutto mentre ancora è utile o funziona; niente giunge a essere assente perché non gli diamo tempo d'essere presente. Il mercato capitalista costituisce un “uomo nuovo” perché istituisce un luogo antropologico senza precedenti nel quale tutto ciò che esiste –tutte le creature, naturali e artefatte– si possono sostituire. Dei costi ecologici di questa illusione di intercambiabilità e di commutabilità (che si alimenta di risorse finite e di un pianeta piccolo e insostituibile) si parla spesso; quel che non si dice con  tanta frequenza è che, in un mondo senza cose, in un mondo nel quale noi umani non raggiungiamo nemmeno il rango di cose, nel quale nulla giunge a rompersi, tutto si può trattare ugualmente senza alcuna attenzione. Le viti, i fiumi, gli iracheni? Sono ostacoli per il mercato. Le macchine, i televisori, i lavoratori? Andiamo, amico, comprane uno nuovo.

Tutto il nostro universo mentale e culturale è ormai configurato da questa mancanza radicale di attenzione che accompagna l'illusione fondamentale del mercato: quella che tutto si risolve. La pubblicità non annuncia prodotti concreti ma il vangelo –la buona novella– di questa guarigione universale: tutto si sistema e se lei ha le rughe, la stitichezza, la pelle secca, pochi capelli, nessuno le vuole bene, non le danno lavoro, è solamente colpa sua. È dura essere poveri quando si sa che con un po' di denaro potrebbe smettere d'esserlo; è dura essere poveri quando sappiamo che potremmo essere persino immortali –e con noi tutta la famiglia, che pure non ce lo perdona– se avessimo fatto bene la spesa.

Ma questa scomparsa delle cose non regge solo l'universo pubblicitario; anche quello cinematografico. Ciò che bisogna rimproverare allo schema di Hollywood non è che si opponga in un modo eccessivamente sommario il Bene al Male. Anch'io lo faccio: per me René, Antonio, Fernando, Gerardo e Ramón sono i “buoni” e –per esempio– Kissinger, Bush e Cheney sono i “cattivi”. Quel che ha di ingannevole, malsano e corruttore lo schema di Hollywood è la sua pretesa –puro riflesso del mercato– che tutti i conflitti abbiano una soluzione e tutti i contrasti una conciliazione.

Non è così: ci rompiamo, moriamo.

Non è così: ci sono lotte in cui può esserci solo un vincitore.

Poiché moriamo dobbiamo prenderci cura gli uni degli altri.

Poiché il capitalismo ci tratta senza cura, è necessaria una rivoluzione.


Originale: La Calle del Medio N°17- Ya sólo los pobres tienen cosas 

Articolo originale pubblicato il 1/9/2009

L’autore

Massimo Marini è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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NELLA PANCIA DELLA BALENA: 09/10/2009

 
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