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22/10/2019
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La NATO, dal Kosovo all’Afghanistan: guerre senza frontiere


AUTORE:  Diana JOHNSTONE

Tradotto da  Curzio Bettio


Conferenza organizzata dagli Amici de Le Monde diplomatique e dal Comitato Valmy, a Nizza, il 12 novembre 2009.

Esistono, riconosciute, 761 basi americane nel mondo, fra cui quella gigantesca di Bondsteel in Kosovo, che è stato strappato illegittimamente alla Serbia con la guerra e con l’aiuto decisivo degli imperialisti euro-atlantici. 
  
Sono vent’anni che la fine della Guerra Fredda doveva dare origine ad un’era di pace. Tuttavia, dopo dieci anni, la NATO fa la guerra, prima al Kosovo, oggi in Afghanistan. È la guerra, e non la pace, che sta ritornando. Perché?


Desidero presentare diverse proposizioni che, a mio avviso, sono evidenze, ma evidenze che non risultano nel discorso ufficiale propagandato dai mezzi di comunicazione di massa. 

1. Prima proposizione. Lo scopo principale della guerra condotta dalla NATO nel 1999 contro la Jugoslavia, conosciuta come “guerra del Kosovo”, era quello di mantenere ancora in attività la NATO, assegnandole la nuova missione di condurre guerre in posti e per motivi, comunque, decisi da essa.  

(Un obiettivo secondario consisteva nel liberare la Serbia da un capo considerato troppo poco sollecito nel seguire il modello economico neo-liberista, ma lascio da parte questo aspetto della vicenda, che avrebbe potuto essere affrontato in ben altro modo che attraverso la guerra, sebbene i bombardamenti abbiano accelerato la privatizzazione delle industrie così colpite in modo tanto sbrigativo.)
2. Questo obiettivo è stato raggiunto, con l’accettazione da parte degli alleati europei della nuova strategia della NATO, che raccomanda la possibilità di interventi militari in tutto il mondo, non importa dove e nemmeno sotto quale pretesto – basta esaminare la lista delle “minacce” alle quali la NATO ha dovuto far fronte.
3. Questo cambiamento di politica estera, con le conseguenti pesanti implicazioni, è stato realizzato senza il benché minimo dibattito democratico nei parlamenti europei o di altri paesi. È stato realizzato con modalità unicamente burocratiche dietro una fitta cortina di fumo emozionale – si potrebbe anche dire di gas lacrimogeni – per la necessità di salvare le popolazioni da minacce assolutamente inesistenti e completamente inventate, precisamente per giustificare un intervento che doveva servire agli interessi degli Stati Uniti e, nel contempo, dei secessionisti albanesi del Kosovo. In altre parole, la nuova politica di guerra senza limiti è stata decisa quasi a porte chiuse e venduta all’opinione pubblica come una grande missione umanitaria di una abnegazione tanto generosa, senza precedenti nella storia dell’umanità.
Ed è così che la “guerra del Kosovo” continua ad essere celebrata, soprattutto negli Stati Uniti, come la prova provata che la guerra non costituisce più il peggiore dei mali da evitare, ma il migliore dei veicoli del ”Bene”.
4. In seguito agli attacchi criminali dell’11 settembre 2001 contro le Torri del World Trade Center, gli alleati europei degli Stati Uniti hanno accettato senza batter ciglio l’interpretazione più che dubbia fornita dall’amministrazione americana Bush-Cheney, secondo cui quegli attacchi costituivano un “atto di guerra”.

Nuovamente presi da un tourbillon sentimentale – “siamo tutti Americani” – le donne e gli uomini politici europei non si sono affatto mobilitati per fare osservare che si trattava piuttosto di attacchi criminali – internazionali, forse, ma che erano stati scatenati da individui o da gruppi, e non da qualche Stato, e che esigevano logicamente una risposta di polizia e non di una guerra.

Invece di andare in soccorso al popolo americano portandogli come contributo una dose di buon senso, che visibilmente mancava ai suoi dirigenti, i dirigenti europei hanno per la prima volta fatto appello all’Articolo 5 del Trattato della NATO per seguire gli Stati Uniti aggrediti nella loro guerra contro i fantasmi in Afghanistan. Capiscono sempre tutto..!
5. Quinta proposizione. Tutto questo ha messo in evidenza l’assenza quasi totale in Europa di un dibattito politico, o persino di un’opinione, sulle questioni fondamentali della sicurezza, della guerra e della pace, e ancor meno sul diritto internazionale.  
6. Sesta proposizione. Senza dubbio, la più essenziale e controversa. La deplorevole inesistenza morale ed intellettuale dell’Europa in questo suo cammino verso il disastro è dovuta soprattutto ad una causa: la sedicente “costruzione europea”.   

Ora mi accingo a ritornare su questa serie di avvenimenti che ci conducono dallo slancio “umanitario” del Kosovo fino al pantano insanguinato dell’Afghanistan.

L’Europa e la Jugoslavia

È fatto ordinario biasimare l’Europa per la sua inazione nella questione jugoslava. Ma, più spesso, questo rimprovero assume la forma di una lamentazione secondo cui l’Europa avrebbe dovuto intervenire militarmente per salvare le vittime, bosniache, s’intende. Questa non è un’analisi ma uno sfruttamento moralizzatore da parte di uno degli attori in campo – i Musulmani di Bosnia – di una tragedia  nella quale costoro contano sì il più alto numero di vittime, ma per la quale i loro dirigenti politici (soprattutto il signor Izetbegovic) avevano la loro parte di responsabilità.

In questa lamentazione senza un’effettiva analisi, l’inerzia dell’Europa viene attribuita spesso alla sua “mollezza” collettiva, ed anche, da certuni, ad un suo supposto razzismo anti-musulmano. Oggettivamente, qua e là esiste un razzismo di questa natura, ma nel caso jugoslavo i motivi del fallimento europeo sono da ricercarsi in una diversa direzione. 
In questa sede, vorrei offrire una diversa interpretazione di questo fallimento, che risulta più complicata, e meno moralista.

Già negli anni 1980, la Jugoslavia affondava in una crisi sia economica che politica. L’indebitamento del governo centrale, che risultava soprattutto dalle crisi petrolifere e dalle speculazioni sul dollaro, favoriva la spinta separatista delle repubbliche più ricche, la Slovenia e la Croazia. Paradossalmente, l’auto-gestione socialista contribuiva al movimento centrifugo. Eppure, il sentimento unitario restava probabilmente ancora maggioritario.

Questo è il tempo in cui appunto una meno superficiale politica europea di allargamento avrebbe potuto impedire il disastro.  Dopo tutto, la Jugoslavia, situata fra la Grecia e l’Italia, godeva di un sistema socialista più libero e più prospero rispetto a quello del blocco sovietico, stava evolvendo più verso una democrazia di stile occidentale, e per logica era il candidato all’adesione alla Comunità europea in un immediato futuro. 
Alcune voci isolate sottolineavano questa evidenza, senza ricevere ascolto. Agli inizi degli anni 1990, ecco il dramma! Non posso raccontare tutta questa storia adesso, che comunque è riportata nel mio libro “La Crociata degli inganni”.

Tuttavia, in breve, nel 1991 esistevano due mondi paralleli che si sono scontrati con modalità gravide di sventura. Esisteva il mondo jugoslavo, in cui le repubbliche – è così che si denominavano le componenti della Federazione jugoslava – di Slovenia e Croazia optavano per la secessione, appoggiate dalla Germania.  Ed esisteva il mondo della costruzione europea, in cui in particolare il governo francese era totalmente assorbito dal tentativo di convincere il governo tedesco ad amalgamare il suo prezioso marco, il deutschemark, in una nuova moneta europea, che avrebbe servito da collante nella trasformazione della Comunità europea in Unione europea.

Il risultato è ben noto. Nella fase iniziale, nessun altro membro della Comunità voleva seguire la Germania nel riconoscimento delle secessioni della Slovenia e della Croazia, se non in presenza di un negoziato, ma quando la Francia, in piena trattativa sulla moneta europea con la Germania, ha ceduto sulle secessioni jugoslave, allora tutta la Comunità l’ha seguita in questa decisione, che violava il principio di inviolabilità delle frontiere e portava inevitabilmente alla guerra civile.
Capisco come tutto questo possa risultare un po’ complicato, ma desidero sottolineare un aspetto che è relativamente sottile, ma essenziale.

Per favorire la sacrosanta “costruzione europea”, la Comunità europea si è allineata sulla posizione tedesca, che all’inizio non era condivisa da nessun altro Stato membro. Gli Stati membri non hanno esaminato in modo scrupoloso né i veri motivi della posizione germanica, né la sua giustificazione, nemmeno le sue conseguenze programmate. Al posto di tutto questo, hanno adottato una versione moralistica ed unilaterale di un conflitto complesso, versione che serviva soprattutto a giustificare la loro violazione di normali procedure, come il non-riconoscimento di secessioni non-negoziate. Ma il risultato ottenuto è stata la stura alle accuse moralistiche di non avere fatto molto per “salvare le vittime”.  Una volta che si accoglie una visione manichea, si impone anche una soluzione manichea.   Essendosi incastrata da sola, l’Europa ha tentato di combinare il suo discorso manicheo, che attribuiva tutta la responsabilità al solo “nazionalismo serbo”, con gli sforzi per trovare una soluzione negoziata, azioni del tutto contraddittorie e votate allo scacco matto.  
Per contro, immaginiamo che gli Stati membri avessero agito come Stati indipendenti, senza sentirsi costretti dalla “costruzione europea”. La Germania, senza dubbio, avrebbe sostenuto i suoi clienti storici, i separatisti sloveni e croati,  ma avrebbe dovuto ascoltare anche altri punti di vista. Infatti, la Francia e la Gran Bretagna, certamente seguite da altri paesi, avrebbero pensato agli interessi dei loro alleati storici, i Serbi. Con questo non si vuole assolutamente affermare che si sarebbe ripetuta la Prima Guerra Mondiale – nessuno è così folle. Ma si sarebbe potuto riconoscere, da una parte e dall’altra, che esistevano autentici conflitti non solamente di interesse ma anche di interpretazioni giuridiche in quello che concerneva lo statuto delle frontiere fra repubbliche, delle minoranze e via di seguito. Riguardando il problema jugoslavo da questa visuale, invece di considerarlo come un conflitto fra il Bene e il Male, le potenze europee avrebbero potuto incoraggiare una mediazione e un negoziato per evitare il peggio.

L’argomento che desidero sottolineare è il seguente. Uno dei dogmi della Costruzione europea è che l’accordo fra gli Stati membri è un bene così grande che il contenuto di questo accordo diviene secondario. Ci si felicita di essere d’accordo, quale che sia la qualità o le conseguenze di questo accordo. Cessa ogni riflessione. E l’accordo si fa, e si è pronti a giustificarlo nel modo più facile tramite qualche luogo comune moralizzatore – in primo luogo, i “diritti dell’uomo”.
La “costruzione europea” rassomiglia al “processo di pace” in Medio Oriente, nel senso che il miraggio di un futuro in sicurezza paralizza il presente, e serve come scusa per non importa che cosa.  
Vorrei segnalare che, nel caso jugoslavo, gli Stati Uniti non erano del tutto propensi a sostenere secessioni senza negoziato della Slovenia e della Croazia. L’amministrazione di Bush padre era incline a lasciare questo problema agli Europei. Dunque, è troppo facile biasimare gli Stati Uniti. Ma davanti all’ignavia europea, ed essi stessi sempre predisposti alle interpretazioni manichee, gli Americani dell’amministrazione Clinton hanno approfittato della situazione per sfruttare il disastro jugoslavo per i loro stessi scopi, vale a dire, l’affermare il ruolo di dirigenza degli Stati Uniti in Europa, la rinascita della NATO e qualche briciola sentimentale gettata ai Musulmani per compensare l’appoggio senza alcuna incrinatura fornito ad Israele dagli Stati Uniti. 

La NATO e le “minacce”

L’evoluzione degli ultimi due decenni  pone la questione dell’uovo e della gallina. In altre parole, è l’ideologia la causa delle azioni, o l’inverso? Sarei tentata, viste le mie considerazioni a proposito della Jugoslavia, di affermare che è l’inverso – almeno a volte. O, piuttosto, in assenza di un pensiero rigoroso e franco, si è facilmente trascinati in avventure nefaste da una dialettica fra ideologia e burocrazia.
 
Il mio secondo esempio è il ruolo della NATO nel mondo, e dell’Europa nella NATO.
Tramite la NATO, la maggior parte dei paesi dell’Unione Europea hanno già partecipato a due guerre di aggressione, o almeno ad una delle due, e altri si preparano. E tutto questo in assenza di un effettivo dibattito, senza una visibile strategia decisionale. Aspettando la realizzazione della Costruzione europea, l’Unione Europea allo stato attuale prosegue come una sonnambula nel percorso di guerra che le è stato tracciato dagli Stati Uniti.

Questo stato di incoscienza è conservato da un mito che diviene più infantile con l’età, tipico della demenza senile: il mito dell’America protettrice, potente e generosa, ultimo ricorso per salvare l’Europa da tutto e soprattutto da se stessa. Si potrebbe obiettare che a questo mito non crede più nessuno. Ma si agisce sempre come se a questo mito si credesse. Che gli si creda o no - ed io non posso saperlo – la maggior parte dei dirigenti europei non esitano a raccontare ai loro popoli delle panzane, sul tipo:  
 “Gli Stati Uniti vogliono posizionare il loro scudo anti-missile in Europa per difendere gli Europei da attacchi iraniani;” “La guerra in Afghanistan è necessaria per impedire attentati terroristici in Europa;” “La Francia è rientrata nell’ambito del comando NATO per influenzare gli Stati Uniti;”
 “Noi siamo la Comunità Internazionale, il mondo civilizzato, e le nostre azioni sono in difesa dei diritti dell’uomo.” E via così!

 Gli Europei accettano il vocabolario“neolingua” della NATO, punta massima dell’informazione. Quindi, per designare i molteplici pretesti per le guerre, viene utilizzato il termine “minacce”. Un paese o una regione che si ha l’intenzione di attaccare sono naturalmente “strategici”. E qualsiasi azione aggressiva è chiaramente un atto di “difesa”.
 
Qui, ancora, è l’ideologia che segue la burocrazia, ma che diviene una forza estremamente pericolosa. Mi spiego.

La NATO è prima di tutto una struttura burocratica pesante, tenuta in piedi da interessi economici e da carriere molteplici. Alla base della NATO si trova il complesso militar-industriale americano (così definito da Eisenhower nel 1961, ma che dovrebbe comprendere anche il Congresso in questa sua denominazione, in quanto l’industria militare è sostenuta politicamente per gli interessi economici localizzati in quasi tutte le circoscrizioni elettorali degli Stati Uniti, difesi accanitamente dai rappresentanti della specifica circoscrizione al Congresso nel momento di votare il bilancio). 

Dopo cinquant’anni, questo complesso costituisce ancora la base dell’economia degli Stati Uniti – un keynesismo militare che impedisce un keynesismo sociale, che andrebbe a tutto beneficio della popolazione, ma che viene decisamente ostacolato a causa di un dogmatico anti-socialismo.  
Al momento della “Caduta del muro”, vent’anni fa, vale a dire del crollo del blocco sovietico, c’è stata come una ventata di panico nel campo avversario. Cosa sarebbe accaduto senza la “minaccia”, che faceva vivere l’economia? Risposta semplice: trovare altre “minacce”.

Per individuare gli obiettivi sono pronti i “think tanks”, queste scatole di idee, questi centri studi riccamente finanziati da settori privati per fornire al settore pubblico – che vuol dire il Pentagono e i suoi emuli al Congresso e all’esecutivo – le ragioni d’essere e di agire al momento del bisogno.
Il seguito è noto. Sotto Reagan è stato individuato il paradigma del terrorismo, e Saddam Hussein sotto Bush primo, poi il nazionalismo serbo e le violazioni dei diritti dell’uomo, poi nuovamente il terrorismo, ed attualmente vi è una autentica esplosione di “minacce”, a cui la “Comunità internazionale”, altrimenti detta NATO, deve rispondere.
Un elenco non esaustivo di minacce alla sicurezza:

il sabotaggio cibernetico; i cambiamenti climatici; il terrorismo; le violazioni dei diritti dell’uomo; il genocidio; il traffico di droghe; gli stati in disastro; la pirateria; l’aumento del livello del mare; la penuria di acqua; la siccità; i trasferimenti di popolazioni; il probabile declino della produzione agricola; la diversificazione delle fonti di energia. (Fonte: NATO; conferenza tenuta l’1 ottobre 2009 ed organizzata congiuntamente da NATO e Lloyd’s di Londra, “the world’s leading insurance market”, il cosiddetto numero uno nel mercato mondiale delle assicurazioni.)  
Comunque, bisogna mettere in evidenza che la risposta congetturata a tutte queste minacce è necessariamente militare, e non mai diplomatica. Qualche volta è possibile giocare alla diplomazia, ma dal momento che si trova in una posizione di predominio militare, Washington è decisamente indotta a preferire il trattamento militare di qualsiasi problema.  
Tutte queste minacce sono necessarie per giustificare l’espansione burocratica del complesso militar-industriale e del suo braccio armato, la NATO.

Ad unificare non è più un sistema di pensiero, una ideologia, ma una emozione: la paura. La paura del diverso, la paura dell’incognito, la paura…non importa di cosa! E a questa paura la sola risposta è quella di natura militare.
Questa paura uccide la diplomazia. La paura uccide l’analisi e il dibattito. La paura uccide il pensiero. L’incarnazione di questa paura aggressiva è lo Stato di Israele. E l’Occidente, invece di calmare la paura israeliana, l’adotta e la interiorizza.

La minaccia per abitudine: la Russia

Ma esiste una minaccia che non si trova sulla lunga lista ufficiale, ma che potrebbe essere la più pericolosa di tutte, per l’Europa in particolare. Se ne parla poco, ma assume una posizione di qualità nelle attività frenetiche dell’Alleanza atlantica: questa minaccia è la Russia.

La Russia, o piuttosto l’Unione Sovietica, era il nemico contro il quale tutto era organizzato, ebbene, tutto questo continua. Siamo in presenza della “minaccia per abitudine”, o per inerzia burocratica.
Passo dopo passo, la NATO si trova impegnata nell’accerchiamento strategico della Russia, ad ovest della Russia, a sud della Russia e a nord della Russia.
In particolar modo ad ovest, tutti gli ex membri del defunto Patto di Varsavia sono divenuti membri della NATO, così come gli Stati Baltici, un tempo membri dell’Unione Sovietica stessa. Alcuni di questi nuovi membri richiedono con grande strepito un maggiore dispiegamento di forze americane in vista di un eventuale conflitto con la Russia.

Qualche giorno fa, a Washington, il ministro per gli affari esteri della Polonia, Radek Sikorski, ha reclamato la dislocazione di truppe americane nel suo paese, “come scudo contro l’aggressione russa”. L’occasione si è presentata ad una conferenza organizzata dal centro studi CSIS, Center for Strategic and International Studies, Centro per gli Studi Strategici ed Internazionali, sul tema “Gli Stati Uniti e l’Europa centrale”, per celebrare la caduta del muro di Berlino.  
Tutto questo è caratteristico di ciò che l’ex ministro della guerra americano Donald Rumsfeld ha definito come “la Nuova Europa”: Sikorski ha ricevuto la cittadinanza britannica nel 1984 (aveva 21 anni), ha compiuto i suoi studi a Oxford e ha sposato una giornalista americana, e lui stesso ha lavorato come corrispondente per diversi giornali e televisioni americane. Prima di diventare ministro degli affari esteri della Polonia, Sikorski ha trascorso parecchi anni (dal 2002 al 2005) a Washington in centri studi dell’American Enterprise Institute, vivaio di neo-conservatori, e alla New Atlantic Iniziative nel ruolo di direttore esecutivo.  

Dunque, questo Polacco appartiene a quella schiera molto particolare di strateghi originari dell’Europa centrale che, dopo l’inizio della Guerra Fredda nel 1948, hanno influenzato in modo considerevole la politica estera americana. Uno dei più importanti fra costoro, anche lui Polacco, Zbigniew Brzezinski, alla stessa conferenza ha parlato delle “aspirazioni imperiali” della Russia, delle minacce di questa nei confronti della Georgia e dell’Ucraina e dell’intenzione della Russia di diventare “una potenza mondiale imperiale”.  

Viene largamente dimenticato che la Russia aveva volontariamente e pacificamente lasciato andare questi Stati, che oggigiorno pretendono di essere “minacciati”.

Ancora di più è stato dimenticato che il 9 febbraio 1990 gli Stati Uniti, in occasione delle trattative sul futuro dei due stati tedeschi, avevano rassicurato Gorbachev  che, se la Germania unificata veniva assimilata nella NATO, “non sarebbe avvenuto alcun allargamento delle forze della NATO ad est, nemmeno di un centimetro.” E quando Gorbachev era ritornato su questo argomento, puntualizzando che “questo allargamento della zona di influenza della NATO è inaccettabile”, il segretario di Stato americano  James Baker aveva risposto, “Io sono d’accordo”.  
Allora, rassicurato, Gorbachev ha accettato l’appartenenza della Germania riunificata alla NATO credendo – ingenuamente – che le cose si sarebbero fermate a quel punto e che la NATO avrebbe impedito efficacemente il “revanscismo” tedesco. Ma, già l’anno seguente, il governo della Germania riunificata ha dato fuoco alle polveri balcaniche, appoggiando le secessioni della Slovenia e della Croazia…

Ma ritorniamo al presente. La mobilitazione contro la pretesa “minaccia” russa non si limita ai discorsi. Mentre Sikorski lasciava a bocca aperta per lo stupore i suoi ex colleghi dei think tanks di Washington, i militari erano al lavoro.
In ottobre, delle navi da guerra americane sono arrivate direttamente da manovre al largo delle coste scozzesi per partecipare a delle esercitazioni militari con le marine da guerra della Polonia e dei Paesi Baltici. Questo faceva parte di ciò che il portavoce della Marina da guerra americana descriveva come la “presenza continua” nel Mar Baltico, a due passi da San Pietroburgo.

In questa occasione, i responsabili dei governi baltici parlavano di “nuove minacce, dopo l’invasione russa della Georgia” e di esercitazioni navali a vasto raggio da compiersi nell’estate prossima. Tutto questo, mentre si progettano aumenti di bilanci militari – 60 miliardi di euro solo da parte della Polonia per modernizzare le sue forze armate.
È importante sottolineare che questa attività nel Mar Baltico serve anche a far entrare ufficiosamente i paesi scandinavi, Svezia e Finlandia, storicamente neutrali, nelle manovre e nei piani strategici della NATO. I paesi scandinavi, con il Canada, avranno un ruolo da esercitare nella corsa all’accaparramento delle risorse minerali che potrebbero rendersi accessibili con il ritirarsi della calotta glaciale.

In questo modo prosegue l’accerchiamento della Russia dalla parte settentrionale. 
Attualmente, non contenti di avere assorbito gli Stati baltici, la Polonia, la Cechia, la Slovacchia, l’Ungheria, la Bulgaria e così via, i dirigenti americani, sostenuti vigorosamente dalla “Nuova Europa”, insistono sulla necessità di far entrare nel girone dell’Alleanza cosiddetta “Atlantica” due paesi strettamente confinanti con la Russia, la Georgia e l’Ucraina.
Relativamente a questi due casi, soprattutto per quel che concerne l’Ucraina, si avvicina pericolosamente la possibilità di un effettivo conflitto con la Russia. 
L’Ucraina costituisce una grandissima “Krajina” jugoslava… in lingua slava i due termini hanno il significato di “frontiera”…divisa fra Ortodossi e Cattolici- Uniati, che ospita la grande base navale russa di Sebastopoli, in una Crimea la cui popolazione è di maggioranza russa… base reclamata dagli attuali dirigenti ucraini che la trasferirebbero volentieri agli Stati Uniti.

Ecco il punto vagheggiato per scatenare la Terza Guerra Mondiale – che sarebbe senza ombra di dubbio la vera “ultimissima”.
I dirigenti baltici traducono l’inquietudine russa davanti a questa espansione della NATO come la prova della “minaccia russa”. Così, in una “lettera aperta all’amministrazione Obama dall’Europa centrale ed orientale” del luglio scorso, Lech Walesa, Vaclav Havel, Alexander Kwasniewski, Valdas Adamkus e Vaira Vike-Freiberga hanno dichiarato che “la Russia in quanto potenza revisionista ritorna a perseguire un programma da 19.esimo secolo con le tattiche e i metodi da 21.esimo secolo”. Secondo costoro, il pericolo sta in quello che loro definiscono come “l’intimidazione larvata” e “l’influenza propagandata” (da venditore ambulante!) della Russia, che potrebbe alla lunga portare ad una “neutralizzazione de facto della regione”.   
Ci si potrebbe domandare dove starebbe il male? Ma il male sta nel passato e il passato è nel presente.

Questi Americanofili continuano: “La nostra regione ha sofferto quando gli Stati Uniti hanno dovuto soccombere al ‘realismo’ di Yalta… Se agli inizi degli anni Novanta avesse prevalso un punto di vista ‘realistico’, oggigiorno noi non saremmo nella NATO…”

Ma adesso ci sono, ed esigono “un rifiorimento della NATO”, che deve “riconfermare la sua funzione centrale di difesa collettiva allo stesso tempo in cui noi ci prepariamo ad affrontare le nuove minacce del 21.esimo secolo.” Ed aggiungono, un po’ ricattatori, che la loro “capacità di partecipare a spedizioni lontane è collegata alla loro sicurezza domestica.”
La Georgia è là per mostrare il pericolo rappresentato da questi piccoli paesi, pronti a coinvolgere l’Alleanza Atlantica nelle loro dispute di frontiera con la Russia.

Ma quello che è decisamente curioso sta nel fatto che questi dirigenti particolarmente bellicosi di piccoli paesi dell’Est hanno spesso trascorso anni negli Stati Uniti in istituzioni vicine al potere e possiedono la doppia nazionalità. Diventano patrioti dei loro piccoli paesi in quanto si sentono protetti dall’unica superpotenza mondiale, cosa che può indurre ad una aggressività particolarmente irresponsabile.  

Questo presidente georgiano, Mikeil Saakachvili, che nell’agosto 2008 non ha esitato a provocare una guerra contro la Russia, è stato borsista del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti negli anni Novanta, conseguendo i diplomi delle università di Columbia e di George Washington, nella capitale.
Fra i firmatari della lettera citata, bisogna far notare che Valdas Adamkus è in buona sostanza un Americano, immigrato dalla Lituania negli anni Quaranta, che ha servito nel servizio informazioni militare americano e nell’amministrazione Reagan, che lo ha decorato, e che è rientrato in pensione in Lituania nel 1997…per essere immediatamente eletto come Presidente di questo Stato dal 1998 fino al luglio scorso.

Il percorso di Vaira Vike-Freiberga è esemplificativo: di una famiglia fuggita dalla Lettonia verso la Germania nel 1945, ella ha fatto carriera in Canada prima di rientrare in Lettonia giusto in tempo per essere eletta Presidente della Repubblica dal 1999 al 2007.   

La costruzione europea contro il mondo

Abbracciando queste paure, che sono all’origine di costrutti per giustificare una militarizzazione, gli Stati membri dell’Unione Europea si pongono in contrapposizione con il resto del mondo, visto che questo sembra essere una fonte inesauribile di “minacce”.

La capitolazione incondizionata dell’Europa dinanzi alla burocrazia militar-industriale e alla sua ideologia del terrore è stata confermata recentemente dal ritorno della Francia nell’ambito del comando NATO.

Una delle ragioni di questa capitolazione è la psicologia dello stesso presidente Sarkozy , la cui adorazione per gli aspetti più superficiali degli Stati Uniti si è espressa nel suo discorso imbarazzante tenuto al Congresso degli Stati Uniti nel novembre 2007.
L’altra causa, meno evidente ma più decisiva, è costituita dalla recente espansione dell’Unione Europea (UE). L’inglobamento rapido di tutti gli ex satelliti dell’Europa dell’Est, così come delle ex repubbliche sovietiche di Estonia, Lettonia e Lituania, ha radicalmente cambiato gli equilibri di potere in seno alla stessa UE.

Le nazioni fondatrici, la Francia, la Germania, l’Italia e i paesi del Bénélux, non possono più guidare l’Unione verso una politica estera e di sicurezza unitariamente.

Dopo il rifiuto della Francia e della Germania di accettare l’invasione dell’Iraq, Donald Rumsfeld ha gettato il discredito su questi due paesi, come facenti parte della “vecchia Europa” e si è compiaciuto della volontà espressa dalla “nuova Europa” di seguire l’esempio degli Stati Uniti.

La Gran Bretagna ad ovest e i “nuovi” satelliti europei ad oriente sono più affini agli Stati Uniti, che non all’Unione Europea, che li ha accolti e che fornisce loro un considerevole aiuto economico per lo sviluppo e un “diritto di veto” su importanti questioni politiche.  
È vero anche che, pur estranea al comando integrato della NATO, l’indipendenza della Francia era solo relativa. La Francia ha seguito gli Stati Uniti nella prima guerra del Golfo – il Presidente François Mitterrand sperava inutilmente di guadagnare crediti a Washington, il solito miraggio che attira gli alleati nelle operazioni statunitensi poco trasparenti. La Francia si è unita alla NATO nel 1999 nella guerra contro la Jugoslavia, malgrado le perplessità e i dubbi raggiungessero i più alti livelli.

Ma nel 2003, il Presidente Jacques Chirac e il suo ministro per gli affari esteri Dominique de Villepin hanno realmente messo in campo la loro indipendenza rigettando l’invasione dell’Iraq. Viene generalmente riconosciuto che la posizione francese ha permesso alla Germania di fare lo stesso. Il Belgio si accodava.  
Il discorso di Villepin, il14 febbraio 2003, al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che assegnava la priorità al disarmo e alla pace sulla guerra, riceveva una rara ovazione tutti-in-piedi, una “standing ovation”. Il discorso di Villepin divenne immensamente popolare in tutto il mondo ed accrebbe enormemente il prestigio della Francia, in particolare nel mondo arabo. Ma, al suo ritorno a Parigi, l’avversione personale fra Sarkozy e Villepin raggiungeva vertici di contrapposizione passionale e la persecuzione di Villepin coinvolto nel poco chiaro “affaire Clearstream” rappresenta  l’affossamento delle ultime velleità di indipendenza politica della Francia sotto una valanga di fango vendicatore.    
Oggi, chi parla per conto della Francia? Ufficialmente Bernard Kouchner, profeta dell’ingerenza umanitaria che, lui sì, aveva approvato l’invasione dell’Iraq. Ufficiosamente, i cosiddetti “neo-conservatori”, che sarebbe meglio definire come “imperialisti sionisti”, visto che il loro autentico progetto è un nuovo imperialismo occidentale aggressivo, in seno al quale ad Israele spetterebbe un posto in prima fila.
Il 22 settembre 2009, “The Guardian” di Londra ha pubblicato una lettera che faceva appello all’Europa perché prendesse le parti della Georgia nel conflitto per l’Ossezia del Sud.

Sottoscritta da Vaclav Havel, Valdas Adamkus, Mart Laar, Vytautas Landsbergis, Otto de Habsbourg, Daniel Cohn Bendit, Timothy Garton Ash, André Glucksmann, Mark Leonard, Bernard-Henri Lévy, Adam Michnik e Josep Ramoneda, la lettera profferiva le solite banalità pretenziose sulle “lezioni della storia”, si intende, tutte giustificanti l’utilizzazione della potenza militare occidentale: Monaco, il patto Ribbentrop-Molotov, il muro di Berlino.

I firmatari esortavano i 27 dirigenti democratici dell’Europa a “definire una strategia in grado di produrre cambiamenti per aiutare la Georgia a riprendersi pacificamente la sua integrità territoriale ed ottenere il ritiro delle forze russe stazionanti illegalmente sul suolo georgiano…” 
Nel frattempo, gli alleati della NATO continuano ad ammazzare e a farsi ammazzare in Afghanistan. Ci si potrebbe domandare quali sono i veri obiettivi di questa guerra, che, all’inizio, si incentravano nella cattura e nella punizione di Osama bin Laden. Un diverso obiettivo, più riservato, è valido quale che sia lo sbocco di questo conflitto: l’Afghanistan serve a forgiare un esercito internazionale come forza di polizia per controllare sullo stile americano la “globalizzazione”. 

L’Europa è soprattutto una “scatola degli attrezzi” nella quale gli Stati Uniti possono attingere per perseguire ciò che in buona sostanza è un progetto di conquista planetaria.

O, come viene dichiarato ufficialmente, di “buona governance”, la buona conduzione di un mondo “globalizzato”.
Gli “imperialisti sionisti” sono sicuramente consapevoli di questo obiettivo e lo sostengono. Ma gli altri? A parte alcuni “illuminati”, si ha l’impressione di un’Europa sonnambula, senza un pensiero e senza volontà, che segue la voce del suo maestro americano, nella speranza che Obama salverà il mondo. Più triste che ai tropici! 

Per concludere, vorrei ritornare alla famosa “Costruzione europea”. Sono consapevole che esisteva un’epoca  in cui era lecito, e quasi sensato, sperare che le vecchie nazioni europee si mettessero insieme pacificamente in quello che Gorbatchev, questo grande “cornuto” della storia, chiamava “la nostra casa comune”. Ma dopo, ci sono stati Maastricht, il neo-liberismo, il Trattato costituzionale respinto e poi adottato contro ogni procedura democratica, e soprattutto gli allargamenti sconsiderati verso i paesi i cui dirigenti pensano di proseguire la Guerra fredda fino alla totale umiliazione della Russia.  
Attualmente, questa costruzione ha del paradossale: si nutre di Utopia, che distoglie dal presente, in attesa di un avvenire che domina l’orizzonte. E perciò, è vuota di contenuti. È molto più ispirata dalla paura e dalla vergogna del passato che da speranze per il futuro.

L’Europa delle nazioni ha perso la sua fierezza e la stessa sua ragion d’essere nelle due grandi guerre del ventesimo secolo, nel “totalitarismo”, ma soprattutto – e questo è relativamente recente, per essere precisi dopo il 1967 – a causa dell’Olocausto.

L’Europa deve mettersi nell’impossibilità di commettere una nuova  Shoah con l’abolizione dello Stato nazione, giudicato intrinsecamente colpevole, per divenire “multiculturale” e con l’unirsi alla Crociata guidata dal suo salvatore storico, gli Stati Uniti, per recare il buon governo e i Diritti dell’Uomo al mondo intero.    

L’Unione Europea non ha contenuti, è votata a fondersi nella “Comunità Internazionale”, a fianco degli Stati Uniti. Dunque, la Costruzione europea è anzitutto una “decostruzione”, per mutuare un termine filosofico.   
Questo miraggio nasconde un futuro totalmente imprevisto e, all’oggi, imprevedibile.


Originale da: Comité Valmy-L’Otan du Kosovo à l’Afghanistan : guerres sans frontières

Articolo originale pubblicato il 18 novembre 2009

L’autore

Curzio Bettio è membro di Tlaxcala, la rete internazionale di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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PACE E GUERRA: 11/12/2009

 
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